Recensione di Biohackers

Ultimamente su Netflix mi sto imbattendo in serie che mi lasciano davvero perplessa. Qui siamo in Germania, i protagonisti bellocci e brillanti dibattono tra loro come scienziati navigati pur essendo semplici matricole, in un’università che vorrebbe studenti già imparati. Tutto questo comunque seppur rompa in mille pezzi la sospensione d’incredulità non è nulla a confronto dell’evolversi delle vicende, improbabili, assurde e allucinanti in un crescendo che raggiunge l’apoteosi nel finale di stagione. Io non sono una scienziata e mi sembra assurdo già così, mi piacerebbe sapere che ne pensa un vero scienziato. Mettendo da parte l’effetto del comico paradosso che ha reso la visione perlomeno divertente, sconsiglio vivamente la serie. La fantascienza non è inventare storie improbabili e assurde, ma creare plausibilità in qualcosa che ancora non esiste. Questo tipo di prodotto rovina l’immagine del genere, che se ben fatto può essere appassionante e illuminante.

The Protector una serie di Binnur Karaevli

The Protector è la prima serie turca distribuita su Netflix. I turchi stanno conquistando il monopolio delle soap televisive con serie come Le Ali del sogno e Mr Wrong. The protector è una serie del tutto diversa poiché si spinge sul terreno scivoloso della fantascienza. S’ispira a un romanzo, ma questo non è ovviamente garanzia d’eccellenza. La storia è ridicola e caricaturale. Gli attori mantengono lo stile soap opera benché si stia girando qualcosa di diverso. Ogni cosa è scontata, noiosa e inverosimile. L’ho tenuto in background mentre cucinavo e non ho perso nemmeno un passaggio. Non capisco come abbiano fatto a farne quattro stagioni. Come unica nota positiva, che la cinematografia turca si gioca sempre come se bastasse e avanzasse di per sé, è l’avvenenza dell’attore protagonista, Çağatay Ulusoy, nel ruolo di Hakan che è più bello che bravo, così come nelle prima stagione per il pubblico maschile la bella Ayça Ayşin Turan nel ruolo di Leyla. Hazar Ergüçlü nel ruolo di Zeynep è forse l’unica attrice un po’ calata nel ruolo, ma con l’avanzare della serie anche la sua presenza risulta stantia e noiosa. Persino il triangolo amoroso tra i tre alla fine sembra quasi obbligato più che sentito essendo oltre a Levant gli unici attori coetanei.

Recensione di The Gift

The gift è una serie televisiva turca che a differenza di quelle che vengono trasmesse in chiaro in tv è più audace, sia sotto l’aspetto del tipo di storia che per l’approccio all’erotismo più spinto ed esplicito. Al di là di questo tuttavia la trama è confusa, palesi sono i tentativi di imitare malamente la serie tedesca Dark, usando addirittura la stessa colonna sonora. La trama si perde in errori grossolani, figuriamoci nei macro errori dovuti al tema della multi realtà, che già di per sé tende a creare confusione. Terribile il raccordo tra la seconda e la terza serie, che fa su un pasticcio tra personaggi che avrebbero dovuto essere morti e invece riappaiono senza dare una spiegazione plausibile. Si capiva sin dall’inizio che le cose giravano un po’ a vuoto senza una direzione, ho voluto però terminare la visione per capire dove si voleva andare a parere. Non posso dire che gli attori recitino tutti male, tuttavia c’è una sorta di lenta apatia che ammanta i personaggi, in particolare la protagonista Atiye, con questo eterno sorriso sulla faccia anche in momenti drammatici e di tensione. Non scatta minimamente il trasporto verso la relazione amorosa centrale vista l’artificiosità nelle diverse interpretazioni, il personaggio di Erhan è infatti spento, non sembra nemmeno preso dalla storia, così polarizzato sulle sue ricerche.

Recensione “La fragilità delle certezze” un romanzo di Raffaella Silvestri

Il romanzo di Raffaella Silvestri mi ha colpito moltissimo, così come l’analisi peculiare dei suoi personaggi e della cornice in cui la storia è ambientata. Milano non è solo un palco muto, ma in maniera silenziosa contamina e condiziona la storia. Una città natale difficile, una madre bella all’apparenza ma indifferente ed esigente, che osserva l’infanzia di Anna, mediamente agiata, carica di grandi aspettative per il futuro. Scruta la sua famiglia, così dedita al lavoro e assiste all’epoca di quella media borghesia dove non c’è spazio per l’arte, dove non c’è tempo né energia per null’altro che non produca un reddito sicuro e immediato. Un mondo in cui Anna si trova a galleggiare quando la bolla economica positiva del nostro paese sta per sgonfiarsi, silenziosa e lenta. Una realtà fatta di molte solitudini e vuoti insanabili, di una costante corsa verso un’eccellenza irraggiungibile e pervasa da un perenne senso di inadeguatezza. Anna vuole creare qualcosa di nuovo, qualcosa d’importante e così fonda la sua Start Up, un progetto che non renda vani i suoi studi e che punti verso il miglioramento generazionale. In questa impresa coinvolge il suo unico vero amico Marcello e il brillante Teo, tutto ciò che Anna non è e intimamente vorrebbe essere: rampollo di una società di moda nato per il successo, sicuro ed elegante nei movimenti, accurato nelle parole e nella gestione delle emozioni. Non vi è spazio ed energia per dei veri e propri affetti nel già pesante mestiere di vivere e nemmeno per l’amore, tanto bello nell’immaginazione ma così deludente ed effimero nella realtà. In questo contesto si sviluppano le diverse vicende, svelando il passato dei personaggi che come una maledizione condiziona il presente e tinge come un manto oscuro e nebuloso il futuro. Una lettura che consiglio, soprattutto ai miei coscritti che credo possano ritrovarsi tra queste pagine.

Recensione di Lupin

Lupin è una serie di stampo francese, in cui il protagonista, il giovane Assan Diop si ritrova presto orfano in un paese straniero a causa di un infamante è falsa accusa mossa dai ricchi datori di lavoro del padre. Assan conoscendo il buon cuore del padre è sicuro che l’uomo sia stato incastrato e ucciso e vota la sua vita per riabilitare la sua immagine e smascherare i veri colpevoli. Per trovare i mezzi necessari al suo progetto s’ispira all’eroe dei suoi romanzi preferiti, Lupin, il ladro gentiluomo. Ritroviamo anche qui come in Bridgeton lo sforzo di dare risalto alla causa antirazzista dando spazio a un moderno Lupin di colore, inserito in un contesto multietnico. Benché Omar Sy sia un bravo attore la trama della storia è sviluppata in maniera assurda e zoppicante, non c’è una logica o plausibilità in quasi tutte le vicende per come vengono sviluppate, diventando episodio dopo episodio sempre più ridicola e grottesca. Una serie proprio brutta, che per me non vale la pena seguire.