Recensione di The Crown

The Crown è una serie britannica che racconta la storia della regina Elisbetta II a partire dalla sua ascesa al trono sino ai giorni nostri. Il fil rouge di base è quello comune a molte storie biografiche, in cui anche i ricchi e potenti soffrono e non è oro tutto ciò che luccica. Tuttavia anche nello stagno dorato c’è chi se la cava meglio di altri e chi è costretto a malicurore a rinunciare ad amori od ambizioni personali, poichè la Corona, istituzione sacra e secolare, va preservata e tutelata a qualunque costo. Claire Foy e Olivia Colman, le attrici a cui è stato affidato il ruolo di Elisabetta da giovane e da donna di mezza età, sono state favolose, come del resto anche gli attori che hanno intepretato il principe Filippo, Matt Smith e Tobias Menzies. Nelle quattro stagioni già distribuite vi sono altri personaggi che mi hanno colpito moltissimo, come ad esempio John Lithgow nel ruolo di Winston Churchill, Gillian Anderson nel ruolo di Margaret Thatcher e Erin Doherty nel ruolo della principessa Anna. Il quadro che emerge dalla serie è quello di una famiglia di donne e uomini molto coriacea, tempra necessaria per sopravivere al meglio in un ambiente ultra formale, fatto di regole, disciplina e impegni istutuzionali. Nella serie infatti vengono snocciolate anche verità scomode e le difficoltà di chi questa tempra non c’è l’ha come Margaret, Carlo e la giovane Diana. Nel complesso The Crown regala un quadro positivo di Elisabetta come regnante e ben poco lusinghiero del principe Carlo, che pare arrogante, viziato e spesso crudele con la sua consorte, a discapito di una non particolarmente brillante Camilla. Al di là dei personaggi ho anche aprezzato la ricostruzione di molti eventi storici, come l’avvento delle nube nera durante la fine del governo Churchill, la disgrazia della scuola travolta dai liquami delle fabbriche di carbone, i flashback inerenti all’infanzia di Filippo e il moto altalenante delle svariate crisi di governo a cui nonostante tutto la monarchia elisabettiana è riuscita a sopravvivere, mantenendo in un mondo in repentino mutamento una sorta di equilibrio permanente di memoria, benessere e stabilità.

Recensione di Blonde

Ho letto molte recensioni negative in merito a questo film, ciò nonostante ho voluto vedere con i miei occhi di cosa stavamo parlando. Andrew Dominik difende il suo lavoro e a chi lo accusa di aver fatto un film maschilista risponde che è esattamente l’opposto. In certa misura credo di aver capito cosa volesse dire Dominik, non è difatti il film ad essere maschilista e brutale ma il sistema, visto direttamente dagli occhi di una donna molto fragile a dispetto della sua fama scintillante. Ciò detto non trovo però che sia un bel film. In prima analisi è noioso, lento e montato da un Morfeo impazzito, che traspone in immagini un gigantesco incubo che mostra solo il peggio della vita di una persona. Per chi come me non conosce bene la storia di questa diva, vedendo questo film resterà interdetto poiché i personaggi si susseguono senza filo di continuità, anonimi, difficile capire chi sono, con dialoghi artificiosi e ridondanti. Tutti i protagonisti maschili fanno una figura meschina e la povera Norma, sembra solo una squinternata senza né arte né parte. Per capire la “trama”, mi sono dovuta documentare e credo fermamente che il film non rispecchi minimamente ciò che fù Norma in vita. Benché sofferente parliamo di una donna che è stata capace d’imporsi in uno star system complicato e competitivo diventando dal basso una delle icone mondiali del cinema americano. Per far questo non basta solo la bellezza o “i facili costumi“, ci vuole tenacia, carisma e carattere. Una donna devastata da un’infanzia traumatica e disfunzionale come viene mostrata qui non avrebbe fatto tanta strada e benché alcuni episodi mostrino realtà fattuali, sono distorte in maniera odiosa. Le scene di sesso che hanno fatto così scalpore sono a mio avviso una provocazione mediatica per far parlare di un film che altrimenti non avrebbe veri argomenti e sarebbe uscito in sordina. Inoltre ho trovato abusato il nudo della diva, che vorrebbe forse mostrare l’essenza ma a mio avviso descrive solo in modo grottesco e svilente la figura femminile. Se l’intento del regista era mostrare la vera Norma, ossessionata dalla voglia di maternità e bisognosa d’amore c’è da dire che mancano moltissimi pezzi. Non viene spiegato che la diva soffriva di endometriosi per esempio o che gli aborti solo con Miller furono tre, il che è dura da sopportare per chiunque desideri ardentemente una maternità. Ana de Armas non assomiglia alla diva nemmeno esteticamente e benché sia molto calata nella parte, l’immagine che ne esce è delirante e superficiale. Un film così non celebra Marilyn Monroe, che a conti fatti non si vede affatto a causa di questa dissociazione così netta che fa il regista tra Norma e Marilyn. A chi dice che il film non può essere visto in chiave biografica dico che un personggio ispirato a una persona reale ha già la sua storia, raccontarla così la stravolge e basta. In ognuno di noi c’è l’oscurità e la luce, in questa pellicola c’è solo la prima, dando un’immagine solo negativa di alcuni personaggi come ad esempio Joe Di Maggio, che benchè si sia reso protagonista di una scena terribile è un uomo che anche dopo il divorzio è stato vicino all’attrice in momenti difficili, per contro Miller, che sembra quello che ne è uscito meglio, in realtà ebbe la peggio prendendo molto male il divorzio con l’attrice.

Recensione Il tesoro di pompei

Avvicinare i ragazzi alla lettura non è sempre facile, soprattutto in un epoca come la nostra in cui le alternative sono più accattivanti. Nel tesoro di Pompei, ben tenendo conto della modernità e della psicologia adolescenziale vediamo prendere vita a un avventura, dall’aria antica e misteriosa. Una storia semplice che tuttavia tocca il sentire realistico dei ragazzi e trasporta indietro nel tempo, in cui ogni cosa è possibile e i battiti del cuore sono unici e irripetibili. Notevole anche l’omaggio ai nostri territori, culla di innumerevoli ricchezze culturali, spesso dimenticate. Degna di nota la passione con cui l’autore vuole trasmettere il suo amore per l’arte e le materie umanistiche, talvolta ostiche ma con un fascino nascosto per chi le sa amare.

Recensione The Sandman

The Sandman trae la sua ispirazione da un fumetto DC Comics, pertanto fatta eccezione per i primi episodi che hanno un filo conduttore e una missione ben chiara e definita, ritroviamo anche micro storie scollegate e indipendenti all’interno di una singola stagione. Il pilot mi ha affascinata moltissimo, tuttavia sono rimasta un po’ attonita nel proseguimento della serie e alcuni passaggi li ho trovati noiosi e inutilmente raccapriccianti. La serie appare come un colossale spettaccolo pirotecnico che a un tratto s’interrompe lasciando un pò amareggiati e delusi. Tom Sturridge è convincente nei panni di Morfeo, tuttavia alla lunga ricorda un Severus Piton giovane e finisce per perdere sex appeal. Sicuramente c’è fantasia e originalità nell’inserire personaggi della mitologia greca in un armonico parallelismo tra politeismo e monoteismo, tuttavia in un contesto simile, con un cast così abile, effetti speciali così ben fatti e un ampio margine di manovra nella gestione della trama, credo si sarebbe potuto fare decisamente di meglio. Non conoscendo la serie a fumetti non saprei dire se i registi abbiano cercato di riprodurre fedelmente la storia originale, il dato di fatto è che moltissimi aspetti non sono chiari e manca a mio avviso una storia d’amore importante e trainante. Tra tutti gli episodi ho apprezzato senza dubbio quello bonus che racconta le vicissitudini di uno scrittore e della sua musa, volendo i registi avrebbero potuto gestire le storie precedenti in maniera similare alleggerendo di molto la visione. Si tratta nel complesso di una serie strana e a tratti molto macabra che immagino possa non sposare i gusti di tutti.

Recensione di Intervista col vampiro

Intervista col vampiro è il primo romanzo della saga Le Cronache dei Vampiri scritto da Anne Rice negli anni ’90. Nel 1994 Neil Jordan ha realizzato un film tratto dal testo, sfruttando un cast a dir poco stellare. Il libro racconta la storia di Louis proprietario di una vasta piantagione, Pointe du Lac. Il giovane ancora umano, dilaniato dal senso di colpa a causa della morte prematura del fratello minore, cade in una sorta di depressione esistenziale. In questa fase incontra Lestat de Lioncourt, un vampiro, che per motivi d’interesse prevalentemente economico lo trasforma in una creatura della notte. I due non vanno molto d’accordo ma si sopportano a vicenda, Lestat tiene in pugno Louis millantando segreti sulla natura dei vampiri che il giovane ignora; quando le cose precipitano e Louis tenta di emanciparsi da Lestat entra in gioco un nuovo intrigante personaggio, la piccola Claudia. La scrittura dell’autrice è ricercata, a tratti pomposa e artificiosa, il che da un lato va a beneficio del realismo, essendo il protagonista nato in un epoca diversa, ma dall’altro spesso appesantisce il testo. La narrazione stile intervista dopo un pò diventa monotona e monodimensionale, mentre il personaggio di Louis lo trovo ipocrita, triste e deprimente, incapace di catturare la mia simpatia. In generale potrei dire che mi ha deluso come ne esce la figura del vampiro che nel mio immaginario si avvicina più ai vampiri creati nel 2001 da Charlaine Harris in True Blood. Per la Race il vampiro modello è praticamente asessuato, si parla di amore solo in maniera platonica, come se il sesso fosse più scabroso dell’omicidio. Non c’è passionalità, solo una vita apatica che porta inevitabilmente al tracollo e al desiderio di morte. Il mio ovviamente è solo un punto di vista e non ho intenzione di screditare il lavoro dell’autrice, buono sotto altri punti di vista, come quello della ricerca storica, non esageratamente minuziosa ma abbastanza realistica da rendere le vicende plausibili. Posso affermare di essere cresciuta con il mito di questa autrice, quindi l’aspettativa che avevo era forse eccessiva. Personalmente amo molto la letteratura gotica a tema vampiri e soprannaturale. In Italia questo come altri generi non sono presi seriamente poichè la narrativa fantastica viene considerata infantile. Scrivere un romanzo di questo tipo invece è complicato, poichè presuppone una conoscienza storica di usi e costumi di diverse epoche e un serio lavoro di studio e ricerca preliminare. La Race ha il pregio, come Bram Stoker, di aver scritto un testo solo sui vampiri senza fare un melting pot di esseri sopranaturali come hanno invece fatto altri autori.