No, non avevamo bisogno del “Il Diavolo veste Prada 2”

Il fenomeno del momento è Il Diavolo veste Prada 2. Ma c’era davvero bisogno di questo film? Naturalmente no, salvo che per rilanciare l’industria cinematografica e riportare le persone in sala. Il marketing serrato e l’idea del ritorno dell’iconico numero 1 hanno fatto esattamente quello che dovevano , come accaduto con Barbie o con i Labubu.

Colpisce subito in negativo, almeno nella versione italiana, il cambio dei doppiatori di Miranda e Nigel, che sembrano due vecchietti tristi e stanchi. La trama è debole, noiosa e una copia fuori fuoco del primo film.

Personalmente non amo l’idolizzazione di figure come Miranda ed Emily, che nei fatti sono delle bulle adulte che continuano a fare le bulle, ma il film continua a chiamare tutto questo semplicemente “avere carattere”. Divertenti forse solo i richiami al politically correct attraverso la nuova assistente di Miranda.

Il personaggio di Andy, in questo film, dimostra solo di non aver avuto la vera evoluzione che il primo sembrava prospettare. Potrei addirittura dire che questo sequel ci mostra che Andy non è affatto cambiata: è rimasta “la bambina per sempre” in cerca di approvazione, una persona che per farcela ha ancora bisogno della spintarella giusta.

Poi certo, le location… certi outfit… chi può negare che siano belli? E gli attori? Come si può dire che non siano bravi? In questa pellicola, però, non sono certo al massimo della loro performance, soprattutto Emily, che appare ancora più caricaturale di prima e che, nei fatti, ha come svolta narrativa quella di diventare la sugar baby di un riccone.

Anche il personaggio di Miranda perde molto. Appare vecchia e stanca, senza mordente, alla mercé dei capricci di eccentrici miliardari, come se il suo duro lavoro e il suo successo non fossero comunque serviti a nulla e fosse diventata lei stessa, proprio come la rivista, una specie in via d’estinzione da salvare.

L’arrivo della “fata turchina” nel finale mi ha lasciata perplessa, così come il messaggio secondo cui rinunciare alla famiglia per il lavoro sia tutto sommato accettabile. Perché qui alla fine non è nemmeno di lavoro che stiamo parlando, che piace a Miranda: è il potere, la possibilità di essere determinante nella vita degli altri.

Il film sembra raccontare questo sacrificio come qualcosa di inevitabile e persino giusto, il motivo stesso per cui il capitalismo continua a dilagare con gioia, convincendo le persone che valori autentici possano essere sostituiti da cose costose e superflue ma che ti categorizzano dentro l’élite giusta di chi conta.

Un film che esalta l’egoismo, l’egocentrismo e che legittima i rapporti tossici, dove anche i bulli piangono e c’è chi prova compassione per loro. Il problema, però, è che senza reciprocità un rapporto non è sano, e la stessa comprensione che queste figure pretendono dagli altri non sarà quasi mai riservata a nessuno da parte loro .

Vorrei scusarmi se ho trasformato un film cult, che vorrebbe essere leggero, in un pezzo pesante. Ma è proprio questo, secondo me, il problema: la superficialità scambiata per leggerezza.

It Ends With Us: Quando il Dietro le Quinte Supera il film

“It Ends With Us” è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Colleen Hoover, diretto da Justin Baldoni. Racconta la relazione tra Lily Bloom, una giovane fioraia, e Ryle Kincaid, un ricco e affascinante neurochirurgo che nasconde un lato oscuro e pericoloso. Tuttavia, la realtà è che il dietro le quinte di questo film è molto più interessante del film stesso. Il paradosso più grande riguarda Blake Lively, la protagonista, che è stata vittima di molestie sessuali sul set di una pellicola che denuncia proprio la violenza nelle relazioni. A mio avviso, questa vicenda avrebbe meritato più attenzione, forse persino un film a sé stante. L’immagine pubblica di Blake Lively è stata inizialmente compromessa a causa della gestione della campagna promozionale. Personalmente, non trovo sbagliato il suo invito alle spettatrici a vestirsi come Lily Bloom: il personaggio è una figura positiva e tenace, un esempio che merita di essere seguito. Piuttosto, il tentativo di promuovere prodotti durante la promozione del film può sembrare discutibile, ma viviamo in un’epoca in cui tutto è un marketplace. Pertanto, trasformare Lively da una delle star più amate a una delle più odiate per questo motivo mi sembra esagerato.Quanto al film, la pellicola è decisamente debole. L’atmosfera ricorda vagamente Cinquanta sfumature di grigio, ma in una versione ancora più grigia e sfumata. È difficile empatizzare con i personaggi, e la storia non riesce a trasmettere il messaggio come dovrebbe.Uno dei difetti maggiori è la mancanza di una passione travolgente tra Lily e Ryle, che dovrebbe essere il motore della trama. La loro relazione sembra superficiale e priva di autenticità emotiva, poiché è evidente fin dall’inizio che Lily è ancora innamorata di Atlas, il suo primo fidanzato. Questo aspetto non solo toglie spessore alla storia, ma fa apparire la relazione con Ryle più come un ripiego temporaneo che come un legame significativo. Quando Atlas riappare quasi immediatamente, la trama sembra cercare una via troppo semplice per giustificare la separazione tra Lily e Ryle, rendendo il comportamento violento di quest’ultimo un espediente narrativo che fa uscire benissimo la protagonista da una relazione che non avrebbe voluto comunque. Il risultato è che la storia sembra forzata e poco credibile. Le relazioni abusive, nella realtà, sono molto più complesse e intrappolanti. Non sempre esiste una “via d’uscita” così chiara, né un salvatore perfetto come Atlas pronto ad accogliere la vittima. Questo banalizza il tema della violenza domestica, togliendogli le sfumature e la profondità necessarie per rendere il messaggio davvero incisivo. Per Lily Bloom tutto sembra risolversi troppo facilmente: una corsia preferenziale verso una vita migliore che nella realtà difficilmente esiste. Anche Ryle, pur rappresentando un personaggio negativo, esce dalla storia meno crudele di quanto ci si aspetterebbe in un film che affronta una tematica così forte. Questo lascia lo spettatore perplesso e insoddisfatto, con la sensazione che il messaggio non sia stato davvero veicolato. Un altro punto importante è che il film si concentra sulla violenza di genere, ma non riflette abbastanza sulla violenza in generale. La violenza è sempre sbagliata, a prescindere dal genere di chi la subisce o la infligge. Come vediamo nel film, gli atteggiamenti violenti di Ryle o del padre di Lily si estendono anche verso altri uomini, un aspetto che non dovrebbe essere accettato con leggerezza. Una persona con problemi di gestione della rabbia, uomo o donna che sia, rappresenta un pericolo per chiunque e necessita di cure.In definitiva, “It Ends With Us” fallisce nel rendere giustizia al messaggio che cerca di trasmettere, risultando un film debole e poco incisivo, che lascia lo spettatore con più domande che risposte.

Recensione Fabbricante di lacrime

Il panorama letterario italiano è stato scosso, nel 2022, da un fenomeno editoriale che ha travolto le vendite grazie al potere virale di BookTok su TikTok. Con quasi mezzo milione di copie vendute, “Fabbricante di lacrime” ha dominato indiscutibilmente le classifiche, diventando il libro più venduto dell’anno in Italia. Un successo così straripante che inevitabilmente ha portato alla sua trasposizione cinematografica. Tuttavia, il film non è riuscito a fare miracoli, poiché la storia, a dispetto di quanto detto sopra, è quella che è. La recitazione degli attori lascia molto a desiderare, con performance che spesso scadono nell’odiosa tendenza bisbigliata, un cliché troppo frequente nel cinema italiano. Questo stile recitativo non solo rende difficile seguire il dialogo ma aggiunge un ulteriore strato di artificiosità a una narrazione già di per sé superficiale. Un punto a favore, se così si può dire, è che la visione del film può risultare leggermente meno tediosa rispetto alla lettura del libro, nonostante la narrazione rimanga banale e prevedibile. La storia, infatti, non sembra ambire a molto più che condurre i due protagonisti tra le lenzuola, navigando acque poco profonde di un erotismo soft che lascia poco spazio a una vera e propria esplorazione emotiva. Un film talmente soporifero che ha avuto la meglio persino sulla resistenza di mio marito, caduto nel sonno quasi immediatamente. In conclusione, la mia perplessità su come questa storia abbia potuto riscuotere un tale successo rimane. Nonostante le mie aspettative fossero temperate, la trasposizione cinematografica ha confermato i miei timori, offrendo una visione che difficilmente potrei consigliare. In definitiva, sembra che il vero mistero sia capire l’origine del fascino che ha catturato così tanti lettori.

Recensione Un mondo a parte

Un mondo a parte è un film italiano diretto da Riccardo Milani, che vede come protagonisti principali Antonio Albanese e Virginia Raffaele. L’intento del regista è quello di dare visibilità alla realtà dei piccoli paesi dell’entroterra, in particolare del sud, che a causa di svariati fattori vengono abbandonati diventando città fantasma. Il protagonista è un insegnante, che stanco di lavorare in una grande città come Roma chiede il trasferimento con ingenuità e leggerezza sperando che questo cambiamento possa rianimare la passione per il suo lavoro. L’inizio sembra la brutta copia di “Benvenuti al Sud” e il resto non va certo a migliorare, fatta eccezione di qualche battuta divertente, il film mi ha deluso. Artificioso e irrealistico, tratta temi importanti più per fare tendenza che per esplorarli. C’è ironia, ma paradossalmente indica come punti di forza ciò che non va e che ci facciamo andare bene. Lo scomodare anche la questione rifugiati, in una storia raccontata così, mi è sembrato di cattivo gusto, ma del resto è anche il fulcro del film. Per me non vale il costo del biglietto per andare a vederlo.

Recensione The Creator

“The Creator” è un film distopico diretto dal regista Gareth Edwards. Le vicende si svolgono sulla Terra in un futuro alternativo, dove le intelligenze artificiali mettono il pianeta in serio pericolo lanciando una testata nucleare su Los Angeles. Il protagonista, Joshua Taylor, è una spia americana che, sulle tracce di Nirmata, un famigerato programmatore, seduce e si innamora della figlia di quest’ultimo. L’idillio della coppia finisce quando un attacco militare a sorpresa mette in fuga la donna. La trama fino a questo punto può sembrare accettabile, ma a mio avviso siamo di fronte all’ennesimo caso di pessimo cinema. Pensare che mettere in campo intelligenze artificiali o robot simili agli umani significhi fare fantascienza è come dire che dove c’è una pozza d’acqua c’è il mare. La trama è confusionaria e talvolta poco plausibile. Film come questo allontanano le persone da questo genere, e non capisco perché investire fondi e risorse in pellicole del genere. La bambina protagonista è tenera, ma non basta per dare senso a un film che nella prima parte è noioso senza spiegare nulla, mentre nella seconda è confuso e a tratti ridicolo. Ovviamente, lo sconsiglio.