Emily in Paris e il sogno capitalista

Non ci troviamo né all’inizio né alla fine, ma in una stagione già inoltrata di Emily in Paris: la storia, ormai iconica, di un’americana nella Ville Lumière. E sì, di brillantezza ce n’è molta. Prima fra tutte quella di Lily Collins, il cui entusiasmo contagioso e candido riesce, col tempo, a dare una certa profondità a un personaggio che all’inizio appare piuttosto superficiale. Nel complesso ho apprezzato questa serie perché è leggera, colorata, visivamente appagante. È ricca di bellezza, sia nelle location che nei costumi, e mette in scena personaggi da sogno come l’avvenente chef Gabriel. In questa stagione ho anche apprezzato la presenza di attori e locaton in parte Italiane. In cui con un pizzico di soddisfazione la paladina del consumismo superficale da social avrà del filo da torcere. Per me Emily in Paris è, prima di tutto, il manifesto della società edonista e capitalistica in cui viviamo. Le società di marketing hanno modellato il nostro immaginario molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, a partire da esempi storici come Gillette, che ha contribuito a rendere la depilazione femminile una norma sociale. In questa serie l’evoluzione di questo sistema è evidente: cadono le barriere, non esiste più una vera distinzione tra vita privata e vita professionale, i clienti diventano amanti e le relazioni si rivelano instabili e imprevedibili come un titolo di borsa. È un mondo in cui la pubblicità non è solo un mezzo, ma diventa il contenuto stesso. I marchi smettono di essere semplici business e assumono un valore quasi idolatrico: una borsa Fendi può trasformarsi nel simbolo di un sentimento autentico, mentre il lavoro diventa il fine ultimo dell’esistenza. Al centro troviamo personaggi femminili apparentemente forti, talvolta impacciati – ed è anche questo a renderli simpatici – ma che, nei fatti, non portano una vera innovazione al modello femminile. Piuttosto, adottano atteggiamenti tipicamente maschili, sempre gli stessi che funzionano all’interno delle regole del sistema: niente figli, niente relazioni durature, la priorità è fare carriera. Questa è l’impalcatura che regge l’intera narrazione, ed è ancora più visibile perché osservata dalla prospettiva privilegiata dei brand di lusso. Nel sogno capitalista che la serie racconta, il mondo ideale è fatto di affari, eventi glamour e brevi momenti di frivolezza che somigliano a grandi amori. Il tutto accompagnato da abiti stravaganti e colorati, spesso indossati da corpi oggettivamente troppo magri ma perfetti per la resa scenica. Emily in Paris è una serie vincente perché descrive un’utopia capitalistica immersa nello splendore del lusso , poco importa se i personaggi, a seconda delle stagioni, risultano improvvisamente poveri o improvvisamente ricchi, mantenendo sempre lo stesso tenore di vita: la coerenza economica non è rilevante, perché nulla lo è davvero. Difficilmente si tende a guardare sotto ciò che appare bello. E l’unica vera bruttezza, in fondo, è non avere accesso a questa maestosa opulenza. In conclusione si puà dire Emily in Paris non è una grande serie, ma è una serie che racconta molto bene il mondo che desideriamo, anche quando fingiamo di criticarlo.

Tra record d’incassi e bisogno di spiritualità: Buen Camino

Buen Camino è l’ultimo film di Checco Zalone e, come ormai accade spesso, ha fatto parlare di sé più per il record d’incassi che per il film in sé. Normalmente aborro questo tipo di narrazione, ma vista la situazione difficile dei cinema oggi – diventati quasi dei panda da tutelare a causa delle mille e duecento piattaforme streaming che spuntano come funghi – devo ammettere che, in fondo, un po’ mi fa anche piacere. Quale sia la magia di Zalone, sinceramente, non lo so. Però, a differenza di altri comici – come ad esempio Angelo Duro, che trovo pessimo – Zalone è simpatico e riesce davvero a strappare più di un sorriso. De Sica ha detto che lui gioca sul politicamente scorretto, e questo è vero: Zalone gioca con la retorica buonista dei nostri giorni, dove basta un post sui social per rischiare una querela, perché il tabù su qualsiasi cosa è sempre più diffuso. Nella comicità esiste una sorta di licenza di “sparare a zero”, e questo piace al pubblico: viene detto ciò che molti pensano intimamente ma non hanno il coraggio di esprimere. Poi ci sono quelli che lo pensano e lo dicono apertamente. In questo senso, questa comicità riesce ad arrivare un po’ a tutti. Zalone, del resto, si propone sempre come una figura fortemente ignorante ma fondamentalmente buona: un padre, un amico, qualcuno in cui è facile riconoscersi. Rispetto ai suoi film precedenti, probabilmente questo è meno memorabile. Tuttavia mi è piaciuta molto l’idea di usare il Cammino di Santiago come location. Questo pellegrinaggio sta diventando sempre più di moda e forse dovrebbe far riflettere: per molte persone, come la protagonista del film, avere tutto dal punto di vista materiale non basta più. Si sente il bisogno di qualcosa di più semplice, esperienziale, sociale e persino spirituale. Nel complesso, quindi, l’ho trovato un film carino e divertente, che merita di essere guardato.

Quando il culto supera la storia

Sarò controcorrente, ma non ho mai trovato davvero esaltante questa serie e il suo successo mondiale, più che convincermi, continua a lasciarmi perplessa. La quinta stagione, a mio avviso, sembra realizzata più per obbligo industriale che per reale urgenza narrativa: andava fatta, andava chiusa, andava monetizzato un fenomeno ormai consolidato. Il risultato è una stagione che procede per inerzia, con attori visibilmente saturi e una trama che zoppica più volte. Nella buona fantascienza il world building dovrebbe essere una colonna portante, qualcosa che regge il peso della storia e ne garantisce la coerenza interna; qui, invece, le crepe sono evidenti e mai davvero risanate. A dispetto di tutto, però, alcuni elementi si salvano, come la scelta di chiarire l’origine dei poteri di Henry Creel e l’atto finale, epico ed eroico, di Undici. Funziona anche la resa di alcuni personaggi, in particolare Henry, interpretato da Jamie Campbell Bower, che dimostra una capacità espressiva impressionante. Ed è proprio per questo che dispiace vederlo ridotto a mostro: il personaggio aveva un enorme potenziale drammatico, ma viene sfruttato in modo superficiale, trasformandosi nell’ennesimo cattivo monolitico, privo di reale complessità interna e di autentiche contraddizioni. Oggi i villain potrebbero e dovrebbero essere meno assoluti, più ambigui, più lacerati dalle proprie scelte; perché non esistono individui solo buoni o solo cattivi e, almeno in narrativa e al cinema, questa zona grigia rende le storie meno piatte e infinitamente più interessanti. In molte serie contemporanee, invece, noto una tendenza alla semplificazione, come se si desse per scontato che lo spettatore non sia più interessato alla profondità. Accanto a Jamie Campbell Bower emergono comunque altri attori con potenziale, come Maya Hawke nel ruolo di Robin, e le gemelle Anniston e Tinsley Price che interpretano Holly. Max, interpretata da Sadie Sink, risulta convincente solo quando smette di indulgere nella versione spaccona del personaggio e lascia spazio alla fragilità. Il resto del cast, per me, appare piuttosto moscio e irrisorio. Alcuni personaggi diventati iconici risultano ormai forzati: Dustin, interpretato da Gaten Matarazzo, è eccessivo e costantemente sopra le righe; Nancy, interpretata da Natalia Dyer, finisce spesso per essere più menosa che interessante. Anche certi personaggi secondari, come il bullo Derek Turnbow, sembrano inseriti più per funzione d’inclusività visto che l’attore non è confrome ai soliti standar di magrezza, ma non regge bene il ruolo e risulta poco credibili. Undici, interpretata da Millie Bobby Brown, appare sorprendentemente spenta, anche nella costruzione estetica del personaggio, fa peggio solo il fidanzato Mike, interpretato da Finn Wolfhard, che continua a leggere la realtà come se fosse una campagna di Dungeons & Dragons nonostante sia ormai cresciuto. Persino Winona Ryder, una delle mie attrici preferite, qui non riesce a lasciare il segno. Molte scene sembrano inserite unicamente per allungare la durata degli episodi e finiscono per rendere la stagione a spesso noiosa. Nel complesso la serie è comunque più che sufficiente, ma grazie agli effetti speciali, alle ambintazioni e alla ricostruzione degli anni ’80 che per una reale solidità narrativa. Resta una resa fortemente visiva, da colossal commerciale, non lontana da certi film recenti della Marvel, espressione di un cinema che punta a stordire lo spettatore con mostri giganti e battaglie grandiose quanto improbabili, in uno spettacolo pirotecnico affascinante ma poco rifinito. Se qualcosa resiste, è l’elogio dell’amicizia e la forza di alcune storie d’amore, in particolare quella tra Max e Lucas: bagliori sinceri che illuminano a tratti una trama stanca e zoppicante.

Tra dolore e poesia: Il caos da cui veniamo

Il caos da cui veniamo è il secondo romanzo che leggo di Tiffany McDaniel e devo dire che ho aspettato un po’ per scrivere questa recensione, poiché è stata una lettura lunga e talvolta difficile da metabolizzare. Dicendo questo, però, non intendo dire che il libro sia brutto o pesante: è molto bello, ma denso di tragicità, narrata così bene che talvolta ci si dimentica che è soltanto un libro. Bitty non esiste, ma scorrendo le sue pagine si riesce a sentire l’orrore che alcuni vivevano in quegli anni a cavallo tra i ’60 e gli ’80, in un paesino dell’Ohio. L’autrice ama la sua terra, con cui ha un rapporto speciale ma anche conflittuale, e sente molto determinate tematiche, come la questione razziale, l’ignoranza e il domino terribile che possono causare generazioni di abusi e famiglie disfunzionali. Il dono più grande della McDaniel è riuscire a creare con le parole poesia nella brutalità. L’unico appunto che forse faccio è che, sebbene in letteratura sia suggerito di osare sempre per ottenere un effetto wow, io credo che in certe parti si sia andati oltre il possibile e che certi racconti del padre mi sono sembrati brutti e forzati. L’epilogo mi ha deluso un po’, poiché ho trovato alcune chiusure narrative decisamente surreali. In conclusione, non è un libro leggero, non c’è speranza per tutti, ma è un romanzo che merita di essere letto e conferma il talento di questa grande scrittrice contemporanea.

Un film che aveva tutto, tranne il coraggio

Figli dell’intelligenza artificiale (The Pod Generation) è un film di fantascienza diretto da Sophie Barthes e con protagonisti Emilia Clarke e Chiwetel Ejiofor. In un futuro non troppo lontano, una potente società tecnologica promuove un servizio tanto controverso quanto rivoluzionario: la possibilità di avere figli tramite l’utilizzo di un utero artificiale. L’obiettivo dichiarato è sgravare le donne dalla gravidanza, considerata il primo e principale deterrente alla carriera lavorativa. Rachel, la protagonista, lavora per una società affiliata: un’azienda estremamente strutturata, ossessionata dalla performance, dai risultati e dall’ottimizzazione di ogni aspetto della vita. Il mondo che il film ci mostra appare elegante, luminoso e funzionale, ma tra le linee del suo design minimalista, gli alberi olografici e le postazioni per l’ossigeno, si percepisce una violenza sottile e profondamente disturbante. Il filone narrativo richiama chiaramente Black Mirror e la sua riflessione sui rischi di un’evoluzione tecnologica che, sotto la promessa di libertà e progresso, nasconde nuove forme di controllo. La regista costruisce inizialmente molto bene questo universo, seminando piccoli ma significativi indizi sul tipo di società che si sta sviluppando. Incredibilmente, però, il film manca di coraggio nel momento decisivo: non affonda la lama e devia verso una risoluzione sorprendentemente bonaria e poco plausibile. La trama appare così tronca, come se fosse il primo episodio di qualcosa di irrisolto, ma che, come film a sé stante, non funziona. Questo è il vero peccato poichè gli elementi per realizzare uno splendido film c’erano davvero tutti — un world building solido, temi forti, una violenza sistemica ben costruita — ma proprio sul punto più importante il racconto si interrompe, lasciando allo spettatore non tanto un finale aperto, quanto una sensazione di incoerenza narrativa.