Recensione Inside Out 2

“Inside Out 2″ è il secondo film dell’originalissima saga creata da Disney e Pixar, dove i protagonisti sono le nostre emozioni. Diretto da Kelsey Mann e prodotto da Mark Nielsen, questo seguito vede il ritorno dei personaggi che abbiamo amato nel primo film. La sceneggiatura è stata scritta da Meg LeFauve, che aveva già contribuito al successo del primo capitolo. In questo secondo episodio seguiamo Riley all’inizio di una fase di vita molto complessa: l’adolescenza. Tutto sembra filare liscio per Gioia e il suo team: Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia. Improvvisamente, però, succede qualcosa di anomalo: il misterioso pulsante della pubertà si attiva e scoppia un grande trambusto. Fanno la loro comparsa nuove emozioni: Invidia,Imbarazzo e Noia, capeggiate dalla pimpantissima Ansia. La convivenza tra vecchie e nuove emozioni, però, non inizia nel migliore dei modi.
L’animazione di Pixar, come sempre, è di altissima qualità, con una straordinaria attenzione ai dettagli che rende ogni emozione vivida e riconoscibile. La colonna sonora, composta da Michael Giacchino, aggiunge profondità emotiva a molte scene cruciali, creando un legame ancora più forte con lo spettatore. Un film che cattura grandi e piccini. Ho trovato il secondo più bello del primo e, benché tutti sappiano che le persone sono davvero molto complicate da analizzare, trovo incredibile come il regista sia riuscito a descrivere molto bene come agisce l’Ansia, “prendendo il controllo” al punto da snaturare noi stessi e arrivando a usare contro di noi la nostra stessa immaginazione. Il film, tuttavia, non demonizza mai nessuna delle emozioni, poiché anche quelle negative hanno un loro ruolo e un senso di esistere. Noia è stata rappresentata in maniera esilarante, benché non trovi il nesso che la lega al sarcasmo. Trovo invece che, tra tutte, Invidia non sia molto ben rappresentata e il suo aspetto piccolo e grazioso non rende l’idea della natura negativa di questo sentimento. Un film che, a pochissimi giorni dall’uscita, è già un cult e uno spunto per molti addetti ai lavori nel campo della psicologia per spiegare in maniera semplice, ma non semplicistica, come agisce il nostro io interiore
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Recensione Quello che tu non vedi

Quello che tu non vedi è un romanzo scritto da Julia Walton che racconta la storia di Adam, un adolescente affetto da schizofrenia. Il romanzo è strutturato come un diario medico, utilizzato da Adam per comunicare con il suo psicologo durante una sperimentazione di un nuovo farmaco volto a curare la sua malattia. Il merito della Walton è quello di parlare di una patologia psichiatrica, una condizione che ancora oggi suscita reazioni di diffidenza, paura e incomprensione. Il romanzo è ben scritto, ma soprattutto incarna molto bene il profilo di un adolescente medio, sarcastico e saccente. La condizione clinica di Adam tuttavia rende il ragazzo diverso dagli altri, e molte delle osservazioni che fa durante la sua narrazione sono realistiche e rivelano una grande verità su chi è affetto da patologie psichiatriche. Adam parla di come solo le condizioni mediche terminali ed evidenti suscitino compassione da parte delle persone, mentre patologie come la sua diventano quasi una colpa del malato e motivo di scherno e isolamento. Adam tuttavia, nella sua sfortuna, riesce a cavarsela. Sua madre è una figura quasi mitologica: dolce, comprensiva e forte, pronta a lottare per la serenità di suo figlio. Il romanzo mi ha ricordato il racconto Fiori per Algernon, pur virando verso la fiaba moderna. Ho delle perplessità sulla lucidità di Adam nel parlare della sua condizione, ma nel complesso credo che sia giusto alle volte che la speranza superi la verità, poiché i grandi ideali e i buoni sentimenti possano sopravvivere almeno nei romanzi.