Libere o colpevoli? In Sirens nessuna donna sfugge al giudizio

Sirens è una miniserie americana distribuita da Netflix, creata da Molly Smith Metzler. Racconta la storia di due sorelle, Devon e Simone. La prima è in grande difficoltà: al padre è stata diagnosticata una forma precoce di demenza, e Devon cerca disperatamente il supporto della sorella. Simone, però, reagisce con apparente superficialità e distacco, limitandosi a inviarle un cesto di frutta edibile.

Furiosa e delusa, Devon scopre tramite una foto su Instagram dove si trova Simone e decide di raggiungerla. Qui scopre che la sorella lavora come assistente personale di Michaela, seconda moglie di un magnate. Devon, che non è abituata al lusso e all’ambiente dell’alta società, avverte da subito qualcosa di stonato, quasi pericoloso, in quella villa perfettamente curata. E vorrebbe riportare Simone a New York con sé.

La serie è intrigante, visivamente curata, con un tono sospeso tra introspezione e disagio. Le dinamiche tra le tre donne — Michaela, Simone e Devon — si sviluppano in un contesto ovattato ma profondamente disturbante, dove le relazioni sembrano autentiche solo fino a un certo punto.

Pur essendo coinvolgente, la serie presenta alcune forzature narrative poco credibili (che non dettaglio per evitare spoiler). Tuttavia, le tematiche affrontate sono rare e coraggiose, in particolare l’analisi silenziosa del potere: quello dato dal denaro, dalle reti sociali, dal privilegio. Sirens racconta come chi detiene il potere possa disporre della vita altrui con sorprendente leggerezza, senza mai subirne davvero le conseguenze.

Interessante anche il modo in cui la serie decostruisce l’idea di “bontà femminile”: pare che alle donne venga sempre richiesto di sacrificarsi, di curare, di essere disponibili — anche quando l’altro non lo merita. In questo contesto, la scelta di Simone, che può apparire fredda ed egoistica, diventa in realtà un gesto di lucidità: il rifiuto di annullarsi per un padre disfunzionale e nocivo.

Nel complesso, la sua scelta può essere letta come una colpa. Perché, in fondo, una donna che non si sacrifica è ancora vista come “sbagliata”. Dall’altro lato, il sacrificio di Devon appare inutile, e il prezzo da pagare per essere prima una brava sorella e poi una buona figlia è altissimo.

In entrambi i casi, però, nessuna delle due è veramente libera: ognuna è in scacco dell’uomo che ha scelto — o si è sentita obbligata — ad assecondare. Paradossalmente, l’unica che sembra davvero libera è Michaela. Ma anche la libertà, in questa storia, fa paura. Perché per le donne è ancora così rara da sembrare pericolosa.

Riflessioni su Quaderno Proibito di Alba de Céspedes

Quaderno proibito è un romanzo di Alba de Céspedes, scritto a puntate nel secondo dopoguerra, che racconta la storia di Valeria, donna, madre e moglie dell’epoca. Ho trovato questa lettura molto interessante: l’autrice riesce a descrivere efficacemente lo stato psicologico della protagonista e ciò che mi ha colpito di più è che, a distanza di circa cinquant’anni, a dispetto dei cambiamenti della società, molte delle problematiche affrontate nel libro sono ancora attualissime.
Valeria, all’età di 43 anni, si trova ad affrontare una profonda crisi d’identità. Durante la giovinezza, e poi dopo la nascita dei figli, come molte donne di allora e di oggi, si è annullata in nome della famiglia. Di questo estremo sacrificio, tuttavia, nessuno sembra accorgersi, poiché è naturale, normale che sia così. La donna “deve essere sempre attiva”, come afferma in più passaggi la madre di Valeria. L’unica cosa differente è che qui Valeria è una delle poche donne lavoratrici, quasi un po’ compatita dalle sue amiche perché, per ragioni economiche, è costretta a lavorare. Ora il lavoro femminile è diventato la costante, pertanto questa fatica e difficoltà sono semplicemente diventate parte del pacchetto, e chi non lo fa è guardato se non con diffidenza, almeno con sufficienza. Pertanto, a ben vedere, non sembra che la tanto acclamata emancipazione femminile abbia portato cambiamenti positivi; anzi, in un certo qual modo ha ampliato i doveri della donna.
Sempre attualissimo è lo scontro generazionale tra la madre e i suoi figli, i quali, con l’arrivo dell’età adulta, non vedono più i genitori come figure di riferimento, ma come persone fallibili, mettendone in luce soprattutto mancanze e difetti e aspirando a una vita migliore. Tuttavia, per come sembra evolversi la società o talvolta per le scelte personali, questa vita non sempre arriva o arriva a caro prezzo. In principio sembra che libertà e soddisfazione dipendano dal denaro e dall’emancipazione ottenuta con il lavoro. Tuttavia, sia la protagonista che il suo capo si rivelano vittime dello stesso “male di vivere”, a dispetto del fatto che lui sia un uomo benestante e di successo. Valeria comprende che la questione non riguarda il denaro, ma la condizione di genitorialità, con le responsabilità, note o nascoste, a cui bisogna rispondere se si vuole essere una brava madre, soprattutto agli occhi degli altri.
Affascinante, inoltre, è il modo in cui viene vissuta la rivalità con la nuora, un conflitto presente solo nella testa della protagonista, che vede la giovane come una rivale intenzionata a coglierla in fallo e privarla del suo ruolo, quando in realtà non ci sono reali conflitti. In particolare, però, emerge la negazione e il rifiuto di invecchiare, di non avere più un ruolo se non quello al servizio della famiglia, un ruolo che per Valeria verrà ripristinato grazie alle vicende che verranno mostrate nella storia. In tempi moderni, probabilmente, anche se la storia potesse iniziare così, potrebbe avere un epilogo diverso; nell’epoca di Valeria, probabilmente, sarebbe stato troppo.
Consiglio vivamente Quaderno proibito a chiunque desideri esplorare un ritratto intimo e realistico delle dinamiche familiari e della condizione femminile, aspetti che Alba de Céspedes ha saputo raccontare con una profondità che ancora oggi risuona. Nel complesso, è stato un viaggio interessante, che mi ha fatto molto riflettere, poiché le radici di certe emozioni e sentimenti restano radicati, arrivando fino a noi.

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Recensione di C’è ancora domani

C’è ancora domani è un film italiano diretto e interpretato da Paola Cortellesi, al suo debutto da regista. In questo periodo storico ha avuto moltissimi apprezzamenti e grande risalto mediatico poichè ha portato sotto i riflettori il tema del patriarcato e della violenza fisica e psicologica sulle donne. In merito al suo messaggio, non ho nulla da dire e mi unisco al coro di chi ha elogiato il suo l’intento. Nel complesso tuttavia il film non mi è piaciuto. L’ho trovato angosciante, deprimente, lento, noioso, ripettitivo e ridondante. I ganci con il cliffhanger finale sono deboli e pertanto accade tutto all’improvviso. L’evento dell’esplosione al bar è di dubbia credibilità e l’epilogo non ha alcun senso, sebbene da un punto di vista ideologico vorrebbe lanciare un messaggio potente, in concreto cosa può cambiare nella vita della protagonista ? La scelta delle scene ballatte per quanto d’impatto visivo stridono e ridicolizzano con il contesto drammatico in cui sono inserite. Un film che non rivedrei e di cui faccio fatica a vederne il subilme. Non vi è una vera vendetta o risoluzione, nessuno dei personaggi cresce e/o cambia veramente. Il tutto a dispetto di attori bravi e centrati nei loro ruoli. L’unica cosa che salvo è la ricostruzione storica delle routine e di certi comportamenti crudeli , svilenti e denigratori che sfortunatamente in certi casi si sono tarmandati nelle generazioni come in un silente domino fino ai giorni nostri.