Dal libro alla serie: Tell Me Lies racconta il narcisismo con due voci diverse

Tell Me Lies è un romanzo scritto da Carola Lovering e racconta la relazione tormentata tra Lucy e Stephen durante il periodo del college e negli anni immediatamente successivi. Dal libro è stata tratta anche una serie TV, disponibile su Disney Plus, sviluppata da Meaghan Oppenheimer. Il romanzo è molto ben scritto e scorrevole. L’autrice è stata molto brava nell’evidenziare la personalità narcisistica di Stephen e le varie ossessioni di Lucy, affrontando il tema dell’anoressia e della depressione in maniera delicata e rispettosa. Un altro aspetto che mi ha colpito è l’analisi quasi antropologica della realtà universitaria, con la denuncia di quella che sembra essere una bolla tossica, in cui il divertimento coincide con l’abuso di alcol, droghe, farmaci e sesso. Nel complesso, però, tutte le vicende si risolvono in un fluire abbastanza armonioso, quasi fosse un percorso obbligato. Credo invece che non sempre vada così: anzi, ci possono essere conseguenze molto gravi, e certi tipi di condotta, da sempre considerati cool, andrebbero decisamente rivisti. Nel testo, paradossalmente, l’unico personaggio che muore è uno dei pochi che non fa uso né di alcol né di droghe. Il cuore del romanzo, però, è l’analisi della personalità narcisistica maschile, incarnata molto bene da Stephen, che alterna la narrazione con Lucy. Facendo un raffronto tra i due, è evidente come lui sia, nei fatti, una persona estremamente egoista, inconsapevole dei suoi problemi e destinato a non evolvere mai dal punto di vista emotivo e relazionale, nemmeno dopo il college, riproponendo gli stessi schemi manipolatori all’infinito, senza alcuna intenzione di cambiare, in una sorta di consumismo relazionale. Lucy, invece, ha un’evoluzione importante: riesce, a suo modo, a venire a patti con i suoi demoni e a uscire da questo percorso più forte e matura. Questo finale, benché ottimistico e denso di speranza, è un po’ troppo naive per i miei gusti — e evidentemente non solo per me, visto che il regista della serie ha modificato molte cose, in primo luogo proprio il finale, che invece di chiudere la storia apre a un possibile continuo, cosa che il romanzo non fa, chiudendo in maniera abbastanza netta. Nel libro viene citato un fatto molto grave che coinvolge Stephen, con la funzione di dimostrare fino a che punto il ragazzo sia privo di una vera coscienza morale. Tuttavia, questo espediente viene gestito piuttosto male nel romanzo, mentre nella serie viene messo al centro in un contesto più credibile. Un altro elemeno ben evidenziato nella serie TV ma meno nel romanzo, è il modo in cui chi ha a che fare con un narcisista possa progressivamente cambiare in peggio, diventando a sua volta più crudele, insensibile o manipolatorio. Questo nella serie si vede chiaramente: Lucy compie atti cattivi anche nei confronti delle sue amiche, fino a diventare, in alcune situazioni, quasi carnefice. Nel libro, invece, pur avendo anche lei dei comportamenti discutibil, il focus rimane sulla sua evoluzione personale. Nella serie, invece, questa crescita viene meno: non c’è una vera evoluzione, nemmeno da parte di Lucy, che da vittima finisce per perpetuare a sua volta dinamiche tossiche, alimentando così un circolo vizioso. Questo è, di fatto, uno dei pochi casi in cui, pur avendo nel complesso apprezzato la lettura, ho trovato più avvincente la serie TV.

Letture estate 2024

In questi mesi estivi mi sono dedciata alla lettura di tre romanzi completamente diversi tra loro.

Il primo, “Miss Foley e il dottor Ballard” di Rebecca Quasi (autrice self) . È ambientato nel passato e racconta la complicata storia d’amore tra una giovane ragazza con poche risorse economiche, ma grandi qualità personali, e un eccentrico medico di periferia. Il secondo romanzo, invece, è di un’autrice più nota, Alice Basso, e si intitola “Il morso della vipera” (romanzo scelto dal mio gruppo di lettura per l’estate). È ambientato nel primo dopoguerra e narra la storia di una ragazza in quel periodo storico, esplorando il suo rapporto con il lavoro, la letteratura e l’amore. L’ultimo romanzo, invece, di genere completamente diverso, è un’opera di fantascienza intitolata “L’ultima battaglia” scritta dal giornalista Aldo Maria Valli. Racconta dell’involuzione della religione cattolica, fino al punto di una ritrovata verità, ormai perduta tra le pieghe del tempo e della tecnologia.Per la prima volta mi trovo a fare una recensione collettiva, poiché nessuno dei tre romanzi mi ha colpito particolarmente.

Il primo, Miss Foley e il dottor Ballard alla lunga, si è rivelato davvero tedioso, irrealistico e scontato. Prolunga inutilmente l’inevitabile e costruisce un dramma amoroso basato sul nulla. Nel complesso un romanzo che anche se ben scritto rivela profondi vizzi di trama e intrdouce elementi del tutto fiabeschi e per nulla probabili.

Il romanzo della Basso, Il morso della vipera è sicuramente il migliore dei tre, ma l’epilogo netto, da episodio di una serie TV, non mi ha convinto. In un romanzo credo si debba almeno tentare l’autoconclusione. Il punto di forza del testo è la ricostruzione storica del periodo, anche se il tipo di scrittura, per quanto scorrevole, risulta a tratti bizzarro e un po’ snervante, con paragoni anacronistici che, sebbene possano essere utili al lettore, spesso diventano ridondanti.Inoltre, la trama è piuttosto debole, basata su motivazioni superficiali e sviluppata attraverso eventi improbabili.

L’ultimo romanzo che ho letto, intitolato “L’ultima battaglia“, è un’opera stranissima. L’autore denuncia il progressivo lassismo della Chiesa cattolica verso la tolleranza interreligiosa, considerata in una luce negativa e descrive la via verso la fine della fede, con una forte nostalgia per il latino e per certi dogmi vetusti. Interessante la ricostruzione futuristica e scorrevole la scrittura, ma non condivido la morale un po’ astratta e contorta che l’autore cerca di trasmettere. In particolare, non mi è chiaro come possa essere possibile che, mentre le altre religioni rimangono invariate, quella cattolica non possa fare lo stesso. Se si fosse trattato di una religione universale unica, avrebbe avuto più senso. Inoltre, l’avvento dell’edonismo, in cui “l’uomo è Dio”, c’è già stato con il mito del superuomo di Nietzsche, quindi non capisco quale sia la novità in questa distopia terrificante. I protagonisti sono una coppia omosessuale, il che mi è sembrato positivo, se non fosse che poi l’autore li sottopone a sofferenze inimmaginabili. Infine, il motto “Dio non osi separare ciò che l’uomo unisce”, sintesi del degrado totale della Chiesa, non mi trova del tutto in disaccordo, poiché credo che l’uomo debba smettere di usare la religione come strumento divisivo e come scusa per fare del male e prevaricare il prossimo. Se ogni uomo di fede perseguisse davvero i valori di pace e amore previsti dalle varie religioni, allora sì che ci sarebbe un a vera rivoluzione. Ma certo, questa è un’altra storia; questa sì che è fantascienza.

Nel complesso pertanto un esatate letteraria fiacca. Speranzosa di imbattermi in letture migliori nei prossimi mesi.

Recensione Quello che tu non vedi

Quello che tu non vedi è un romanzo scritto da Julia Walton che racconta la storia di Adam, un adolescente affetto da schizofrenia. Il romanzo è strutturato come un diario medico, utilizzato da Adam per comunicare con il suo psicologo durante una sperimentazione di un nuovo farmaco volto a curare la sua malattia. Il merito della Walton è quello di parlare di una patologia psichiatrica, una condizione che ancora oggi suscita reazioni di diffidenza, paura e incomprensione. Il romanzo è ben scritto, ma soprattutto incarna molto bene il profilo di un adolescente medio, sarcastico e saccente. La condizione clinica di Adam tuttavia rende il ragazzo diverso dagli altri, e molte delle osservazioni che fa durante la sua narrazione sono realistiche e rivelano una grande verità su chi è affetto da patologie psichiatriche. Adam parla di come solo le condizioni mediche terminali ed evidenti suscitino compassione da parte delle persone, mentre patologie come la sua diventano quasi una colpa del malato e motivo di scherno e isolamento. Adam tuttavia, nella sua sfortuna, riesce a cavarsela. Sua madre è una figura quasi mitologica: dolce, comprensiva e forte, pronta a lottare per la serenità di suo figlio. Il romanzo mi ha ricordato il racconto Fiori per Algernon, pur virando verso la fiaba moderna. Ho delle perplessità sulla lucidità di Adam nel parlare della sua condizione, ma nel complesso credo che sia giusto alle volte che la speranza superi la verità, poiché i grandi ideali e i buoni sentimenti possano sopravvivere almeno nei romanzi.