La Trilogia della città di K – Recensione di una grande opera che non consola

La Trilogia della città di K, scritta da Ágota Kristóf, racconta la vita di due gemelli nati durante il periodo della Seconda guerra mondiale. Non vi sono riferimenti precisi né ai luoghi né ai tempi: sappiamo solo che la città di K è una città di frontiera, colpita dalla guerra non direttamente, ma di riflesso. Benché molto più crudo e psicologico, questo romanzo mi ha richiamato le sensazioni provate leggendo La solitudine dei numeri primi. È un’opera ben scritta, soprattutto per l’evoluzione del linguaggio e dei dettagli, che segue un crescendo significativo. Nel primo libro si procede per sottrazione: più si toglie, più i personaggi sembrano forti e adattivi, nonostante siano solo bambini. Eppure, nel proseguire del racconto, è proprio il non detto a ferire di più. Ho trovato alcune parti plausibili, soprattutto nell’ultimo volume; tuttavia è un romanzo che non consola. I vinti diventano protagonisti e le loro ferite interiori sono talmente profonde da non poter essere sanate. Nella vita reale, talvolta, accade lo stesso: molti scelgono una routine certa, anche se tossica, piuttosto che un cambiamento incerto. Personalmente non cerco questo tipo di realismo nella narrativa, anche se comprendo che possa piacere. Condivido la scelta di mettere al centro personaggi spezzati, fragili, talvolta perversi e prevalentemente ambigui; tuttavia, nella letteratura io sono alla ricerca della speranza. Non nel negare il dolore, ma nell’attraversarlo senza perdersi. La vita, in certe circostanze, è già abbastanza spietata. La narrativa, per me, dovrebbe anche ispirare. È una mia visione. Una lettura disturbante ma di altissimo livello, che fa riflettere molto. La sconsiglio però a chi sta attraversando un periodo di particolare fragilità.

Tra dolore e poesia: Il caos da cui veniamo

Il caos da cui veniamo è il secondo romanzo che leggo di Tiffany McDaniel e devo dire che ho aspettato un po’ per scrivere questa recensione, poiché è stata una lettura lunga e talvolta difficile da metabolizzare. Dicendo questo, però, non intendo dire che il libro sia brutto o pesante: è molto bello, ma denso di tragicità, narrata così bene che talvolta ci si dimentica che è soltanto un libro. Bitty non esiste, ma scorrendo le sue pagine si riesce a sentire l’orrore che alcuni vivevano in quegli anni a cavallo tra i ’60 e gli ’80, in un paesino dell’Ohio. L’autrice ama la sua terra, con cui ha un rapporto speciale ma anche conflittuale, e sente molto determinate tematiche, come la questione razziale, l’ignoranza e il domino terribile che possono causare generazioni di abusi e famiglie disfunzionali. Il dono più grande della McDaniel è riuscire a creare con le parole poesia nella brutalità. L’unico appunto che forse faccio è che, sebbene in letteratura sia suggerito di osare sempre per ottenere un effetto wow, io credo che in certe parti si sia andati oltre il possibile e che certi racconti del padre mi sono sembrati brutti e forzati. L’epilogo mi ha deluso un po’, poiché ho trovato alcune chiusure narrative decisamente surreali. In conclusione, non è un libro leggero, non c’è speranza per tutti, ma è un romanzo che merita di essere letto e conferma il talento di questa grande scrittrice contemporanea.

Recensione Fabbricante di lacrime

Il panorama letterario italiano è stato scosso, nel 2022, da un fenomeno editoriale che ha travolto le vendite grazie al potere virale di BookTok su TikTok. Con quasi mezzo milione di copie vendute, “Fabbricante di lacrime” ha dominato indiscutibilmente le classifiche, diventando il libro più venduto dell’anno in Italia. Un successo così straripante che inevitabilmente ha portato alla sua trasposizione cinematografica. Tuttavia, il film non è riuscito a fare miracoli, poiché la storia, a dispetto di quanto detto sopra, è quella che è. La recitazione degli attori lascia molto a desiderare, con performance che spesso scadono nell’odiosa tendenza bisbigliata, un cliché troppo frequente nel cinema italiano. Questo stile recitativo non solo rende difficile seguire il dialogo ma aggiunge un ulteriore strato di artificiosità a una narrazione già di per sé superficiale. Un punto a favore, se così si può dire, è che la visione del film può risultare leggermente meno tediosa rispetto alla lettura del libro, nonostante la narrazione rimanga banale e prevedibile. La storia, infatti, non sembra ambire a molto più che condurre i due protagonisti tra le lenzuola, navigando acque poco profonde di un erotismo soft che lascia poco spazio a una vera e propria esplorazione emotiva. Un film talmente soporifero che ha avuto la meglio persino sulla resistenza di mio marito, caduto nel sonno quasi immediatamente. In conclusione, la mia perplessità su come questa storia abbia potuto riscuotere un tale successo rimane. Nonostante le mie aspettative fossero temperate, la trasposizione cinematografica ha confermato i miei timori, offrendo una visione che difficilmente potrei consigliare. In definitiva, sembra che il vero mistero sia capire l’origine del fascino che ha catturato così tanti lettori.

Recensione Ci vediamo un giorno di questi

Ci vediamo un giorno di questi è un romanzo scritto da Federica Bosco che racconta la profonda amicizia tra Ludovica e Cate. La storia, narrata in prima persona, inizia con alcuni punti contraddittori che sono sfuggiti all’editing di Garzanti, al di là di questo però il testo è scorrevole e lo stile di scrittura della Bosco risulta frizzante e piacevolmente sarcastico. Sebbene la storia sembri inizialmente orientata su temi femministi, evidenziando la possibilità di essere felici al di fuori di una famiglia “tradizionale”, si trasforma successivamente in una fiaba romantica. L’inserire la malattia oncologica inizialmente mi ha impressionato, tuttavia essendo stata trattata con tatto e distacco, con l’aiuto del risvolto romantico ha tinto di rosa anche ciò che a priori sarebbe stato impensabile. Detto questo non ho apprezzato molto i personaggi, trovando Ludovica troppo succube di Cate e quest’ultima troppo perfetta a dispetto delle sue azioni. Il clima di pace e amore che si crea sembra più un’utopia che una realtà; sarebbe bello vedere famiglie così aperte anche dove non ci sono legami di sangue e l’ epilogo del romanzo sembra una fiaba moderna. Federica Bosco mi ha comunque colpito positivamente e sono curiosa di leggere altri suoi romanzi, poiché, sebbene la realtà sia molto più cruda di quanto descritto qui, è bello poter sognare.