MARTY SUPREME: QUANDO L’AMBIZIONE DIVENTA UN’OSSESSIONE

Ho visto Marty Supreme, film statunitense del 2025 diretto da Josh Safdie, con Timothée Chalamet e Gwyneth Paltrow, 

Ambientato negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, il film racconta la storia di Marty Mauser, un giovane giocatore di ping pong con un’ambizione smisurata: diventare il migliore al mondo. Un sogno che nessuno sembra prendere davvero sul serio, ma che per lui rappresenta il centro assoluto della propria esistenza.

La storia prende liberamente ispirazione dalla figura di Marty Reisman, campione americano di tennistavolo realmente esistito, ma non si tratta di una biografia fedele. Il protagonista e gran parte delle vicende raccontate appartengono alla finzione cinematografica.

Devo ammettere che Marty Supreme è uno di quei film che riescono a tenerti incollata allo schermo dall’inizio alla fine. Non perché la storia sia particolarmente credibile, ma perché succede continuamente qualcosa. Una situazione assurda lascia spazio a un’altra ancora più improbabile, in un’escalation narrativa che sembra non conoscere limiti.

Il ritmo è frenetico, quasi sincopato. Non c’è tempo per respirare, per riflettere su quanto appena accaduto, perché Marty è già precipitato in un altro disastro, spesso provocato proprio dalle sue scelte.

Ed è qui che, secondo me, risiede contemporaneamente il pregio e il limite maggiore del film.

Da una parte è praticamente impossibile annoiarsi. Dall’altra, l’accumularsi di situazioni estreme finisce per compromettere la credibilità dell’intera vicenda. A un certo punto ho avuto la sensazione che il protagonista potesse sopravvivere a qualsiasi cosa, uscire da qualsiasi guaio e superare qualsiasi conseguenza, anche quando la logica suggerirebbe esattamente il contrario.

Il ping pong, che sulla carta dovrebbe essere il fulcro della storia, finisce inevitabilmente in secondo piano. Le vicende personali di Marty hanno una forza narrativa talmente prepotente da oscurare quasi completamente l’aspetto sportivo.

Eppure, il sogno rimane sempre presente.

Marty vuole vincere. Vuole dimostrare di essere qualcuno, di possedere un talento straordinario e di meritare quel riconoscimento che il mondo sembra negargli.

Il problema è il prezzo che Marty è disposto a pagare per realizzarlo.

All’inizio appare arrogante, presuntuoso, quasi incapace di accettare compromessi. Si considera superiore agli altri e sembra disposto a tutto pur di difendere la propria immagine. Ma con il procedere della storia emerge una contraddizione: quell’uomo che sembrava non volersi piegare davanti a nessuno finisce per accettare qualsiasi umiliazione pur di raggiungere il proprio obiettivo. Mente, manipola, tradisce la fiducia altrui e trascina altre persone nelle conseguenze delle proprie azioni. Non sembra esistere un limite morale che non sia disposto a oltrepassare ed è proprio questo l’aspetto che personalmente ho trovato più difficile da accettare.

Credo profondamente nell’importanza dei sogni, nella determinazione e nella capacità di lottare per ciò che desideriamo. Ma credo altrettanto fermamente che esistano valori irrinunciabili. La dignità, il rispetto degli altri, l’onestà non dovrebbero diventare merce di scambio per raggiungere un traguardo.

Perché, alla fine, che valore ha una vittoria se per conquistarla abbiamo sacrificato tutto il resto?

E soprattutto, siamo davvero sicuri che quel successo sia sufficiente a ripagare ciò che abbiamo perso?

Il film, a mio avviso, non cerca di rispondere. Josh Safdie non sembra voler giudicare il protagonista, né condannarlo né assolverlo. Si limita a mostrarci le sue azioni, lasciando allo spettatore il compito di confrontarsi con la sua moralità.

Dal punto di vista interpretativo, invece, ho davvero poco da criticare.

Timothée Chalamet è straordinario. Riesce a dare vita a un personaggio sgradevole, egoista, spesso insopportabile, senza mai perdere intensità o credibilità nella recitazione. La sua interpretazione è senza dubbio uno degli elementi migliori del film. Ho apprezzato anche Odessa A’zion nel ruolo di Rachel, la fidanzata di Marty.  Il problema, quindi, non è il cast, ma una sceneggiatura che, nel tentativo di mantenere costantemente alta la tensione, finisce a tratti per diventare eccessiva. Ho trovato invece tenero il finale. Dopo aver assistito per quasi tutta la durata del film alle azioni di un uomo incapace di guardare oltre se stesso, sembra finalmente aprirsi uno spiraglio di consapevolezza. Per la prima volta Marty pare comprendere che esistono sentimenti, responsabilità e persone più importanti della propria ambizione. Sembra affacciarsi alla possibilità di provare una vera empatia.

Ma attenzione: non parlerei di redenzione.

Un momento di consapevolezza non basta a cancellare una vita di comportamenti discutibili, né garantisce che una persona sia davvero cambiata.Il film ci mostra forse l’inizio di un’evoluzione, ma non ci permette di sapere se Marty sarà capace di portarla avanti.

Nel complesso, Marty Supreme è un film coinvolgente, ben interpretato e capace di mantenere altissima l’attenzione dello spettatore, ma anche eccessivo, improbabile e a tratti soffocante.

Una storia in cui l’ambizione diventa ossessione e la determinazione perde progressivamente il proprio valore, trasformandosi in qualcosa di profondamente distruttivo.

Mi ha intrattenuta, mi ha messa in tensione e mi ha fatto riflettere, pur senza convincermi completamente.

Inseguire  un sogno è importante, ma non dovrebbe mai significare perdere la propria umanità lungo il percorso.