

Figli dell’intelligenza artificiale (The Pod Generation) è un film di fantascienza diretto da Sophie Barthes e con protagonisti Emilia Clarke e Chiwetel Ejiofor. In un futuro non troppo lontano, una potente società tecnologica promuove un servizio tanto controverso quanto rivoluzionario: la possibilità di avere figli tramite l’utilizzo di un utero artificiale. L’obiettivo dichiarato è sgravare le donne dalla gravidanza, considerata il primo e principale deterrente alla carriera lavorativa. Rachel, la protagonista, lavora per una società affiliata: un’azienda estremamente strutturata, ossessionata dalla performance, dai risultati e dall’ottimizzazione di ogni aspetto della vita. Il mondo che il film ci mostra appare elegante, luminoso e funzionale, ma tra le linee del suo design minimalista, gli alberi olografici e le postazioni per l’ossigeno, si percepisce una violenza sottile e profondamente disturbante. Il filone narrativo richiama chiaramente Black Mirror e la sua riflessione sui rischi di un’evoluzione tecnologica che, sotto la promessa di libertà e progresso, nasconde nuove forme di controllo. La regista costruisce inizialmente molto bene questo universo, seminando piccoli ma significativi indizi sul tipo di società che si sta sviluppando. Incredibilmente, però, il film manca di coraggio nel momento decisivo: non affonda la lama e devia verso una risoluzione sorprendentemente bonaria e poco plausibile. La trama appare così tronca, come se fosse il primo episodio di qualcosa di irrisolto, ma che, come film a sé stante, non funziona. Questo è il vero peccato poichè gli elementi per realizzare uno splendido film c’erano davvero tutti — un world building solido, temi forti, una violenza sistemica ben costruita — ma proprio sul punto più importante il racconto si interrompe, lasciando allo spettatore non tanto un finale aperto, quanto una sensazione di incoerenza narrativa.



