Recensione Ci vediamo un giorno di questi

Ci vediamo un giorno di questi è un romanzo scritto da Federica Bosco che racconta la profonda amicizia tra Ludovica e Cate. La storia, narrata in prima persona, inizia con alcuni punti contraddittori che sono sfuggiti all’editing di Garzanti, al di là di questo però il testo è scorrevole e lo stile di scrittura della Bosco risulta frizzante e piacevolmente sarcastico. Sebbene la storia sembri inizialmente orientata su temi femministi, evidenziando la possibilità di essere felici al di fuori di una famiglia “tradizionale”, si trasforma successivamente in una fiaba romantica. L’inserire la malattia oncologica inizialmente mi ha impressionato, tuttavia essendo stata trattata con tatto e distacco, con l’aiuto del risvolto romantico ha tinto di rosa anche ciò che a priori sarebbe stato impensabile. Detto questo non ho apprezzato molto i personaggi, trovando Ludovica troppo succube di Cate e quest’ultima troppo perfetta a dispetto delle sue azioni. Il clima di pace e amore che si crea sembra più un’utopia che una realtà; sarebbe bello vedere famiglie così aperte anche dove non ci sono legami di sangue e l’ epilogo del romanzo sembra una fiaba moderna. Federica Bosco mi ha comunque colpito positivamente e sono curiosa di leggere altri suoi romanzi, poiché, sebbene la realtà sia molto più cruda di quanto descritto qui, è bello poter sognare.

Recensione di Eppure cadiamo felici

Eppure cadiamo felici è il romanzo d’esordio di Enrico Galiano. Galiano è un professore di lettere e grazie a questo testo è diventato lui stesso un fenomeno letterario. Il pubblico a cui il romanzo è rivolto è quello adolescenziale, ma può essere godibile da chiunque. Galiano è l’esempio che l’originalità non è tutto e che da una storia apparentemente semplice e scontata può uscire comunque qualcosa di meraviglioso grazie alla voce unica dei suoi personaggi. Gioia è in principio la tipica antieroina moderna: solitaria, silenziosa, reduce da un’infanzia complessa. La ragazza ha una peculiarità unica, ha l’hobby di cercare parole intraducibili ovvero che descrivono particolari sensazioni o eventi che esistono solo in altre lingue (ad esempio Luftmensh, in lingua Yiddish cioè chi fa costantemente sogni ad occhi aperti). Il mondo interiore di Gioia è descritto così bene che pur non essendo più una ragazzina mi sono identificata tantissimo nel suo personaggio. La storia d’amore che viene descritta è cinematografica e surreale, collaborando così all’intento dell’autore di creare il dubbio che Gioia non sia una narrattrice molto affidabile. Galiano ha giocato a filo con la sospensione di credibilità del lettore riuscendo però a non cadere sul banale o ridicolo. L’unico appunto che mi sento di fare è sul personaggio della nonna, inserito un pò troppo all’acqua di rose. Un anziano in stato vegetetivo d’accudire necessita di molte cure e i genitori descritti nel libro non sembrano idonei a un compito del genere. Per il resto l’unico rammarico è non aver avuto un professore come Bove.

Recensione di Cercando Virginia

Cercando Virginia racconta la storia di Emma, una giovane vissuta negli anni ’70 che a dispetto delle sue umili origini, si opporà come Franca Viola al matrimonio riparatore, diventando un faro di speranza per molte donne del suo paese ma anche il capro espiatorio di molti altri dalla mentalità più chiusa e arretrata. Ambientato con dovizia di dettagli tra Umbria, Toscana e Inghilterra, il testo ha un marcato stampo femminista e sponsorizza a gran voce le idee tutt’oggi progressiste della scrittrice inglese Virginia Woolf. Ho trovato la caratterizzazione dell’epoca un pò stridente, la storia mi ha dato l’impressione di essere narrata in un periodo antecedente rispetto a quello trattato. Il libro ha suscitato in me emozioni contrastanti, talvolta in disaccordo con il punto di vista dell’autrice. Ho trovato certi concetti più filosofici che pragmatici, poichè la tanto agoniata libertà a mio avviso non si guadagna solo grazie al lavoro o all’istruzione, ma è un concetto complesso che tocca uomini e donne. Per le lavoratrici della fabbrica citate nel testo e per la stessa Matilde il lavoro non è la chiave di volta per l’emancipazione, poichè sfruttate e abusate; l’unica ad avere una posizione di vantaggio è Emma, ma per motivi del tutto fortuiti. Nelle vicende narrate si incrociano inoltre situazioni che hanno poco a che fare con la discriminazione di genere come il caso della giovane Cecilia: vista la sua posizione avrebbe potuto anche essere uccisa, pertanto l’attegiamento del padre della ragazza non lo definirei di codardia, ma di amore, poichè un suo coinvolgimento in prima persona avrebbe potuto mettere in serio pericolo la ragazza. Persino la mamma di Elisabeth che viene dipinta in modo negativo, dice talvolta cose vere benchè impopolari. Trovo inoltre che ogni personaggio come del resto ogni persona sia abitata da luci e ombre, elementi che l’autrice mette in evidenza ma che non sfrutta, volendo dipingere le sue eroine come integerimme; nei fatti questa ossessione per la libertà e la mancata disponibilità di scendere a compromessi lascia dietro di sè anche ferite, delusione e rammarico. Al di là delle perplessità sollevate non è in discussione la bontà del testo, capace di fornire elementi di riflessione e anche di dibattito interiore, richiamando anche l’esistenza di una grande autrice come la Woolf che merita di essere approfondita. Un romanzo deve lasciare emozioni, e quello di Elisabetta Bricca centra l’obbiettivo.

Recensione “La fragilità delle certezze” un romanzo di Raffaella Silvestri

Il romanzo di Raffaella Silvestri mi ha colpito moltissimo, così come l’analisi peculiare dei suoi personaggi e della cornice in cui la storia è ambientata. Milano non è solo un palco muto, ma in maniera silenziosa contamina e condiziona la storia. Una città natale difficile, una madre bella all’apparenza ma indifferente ed esigente, che osserva l’infanzia di Anna, mediamente agiata, carica di grandi aspettative per il futuro. Scruta la sua famiglia, così dedita al lavoro e assiste all’epoca di quella media borghesia dove non c’è spazio per l’arte, dove non c’è tempo né energia per null’altro che non produca un reddito sicuro e immediato. Un mondo in cui Anna si trova a galleggiare quando la bolla economica positiva del nostro paese sta per sgonfiarsi, silenziosa e lenta. Una realtà fatta di molte solitudini e vuoti insanabili, di una costante corsa verso un’eccellenza irraggiungibile e pervasa da un perenne senso di inadeguatezza. Anna vuole creare qualcosa di nuovo, qualcosa d’importante e così fonda la sua Start Up, un progetto che non renda vani i suoi studi e che punti verso il miglioramento generazionale. In questa impresa coinvolge il suo unico vero amico Marcello e il brillante Teo, tutto ciò che Anna non è e intimamente vorrebbe essere: rampollo di una società di moda nato per il successo, sicuro ed elegante nei movimenti, accurato nelle parole e nella gestione delle emozioni. Non vi è spazio ed energia per dei veri e propri affetti nel già pesante mestiere di vivere e nemmeno per l’amore, tanto bello nell’immaginazione ma così deludente ed effimero nella realtà. In questo contesto si sviluppano le diverse vicende, svelando il passato dei personaggi che come una maledizione condiziona il presente e tinge come un manto oscuro e nebuloso il futuro. Una lettura che consiglio, soprattutto ai miei coscritti che credo possano ritrovarsi tra queste pagine.