Da Buffy a KPop Demon Hunters: una nuova generazione di cacciatrici

KPop Demon Hunters è un film d’animazione diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans. Le protagoniste sono le HUNTR/X: Rumi, Zoey e Mira, tre famosissime pop star che nascondono un grande segreto. Nel privato, infatti, sono cacciatrici di demoni.

Grazie al loro canto e al sostegno dei fan, riescono a formare una barriera magica che separa il mondo degli uomini da quello dei demoni, l’eredità di una missione portata avanti da generazioni di ragazze prima di loro. Nel tempo in cui vivono le protagoniste, però, si è arrivati a un momento decisivo: lo scudo magico sta per diventare dorato e permanente, separando per sempre il mondo dei demoni dal nostro.

Il film ha avuto un successo mondiale ed è diventato un vero fenomeno, capace di appassionare tantissime bambine, quasi come accadde con Frozen. Che il regno delle principesse classiche fosse ormai morto e sepolto lo sappiamo da decenni. Già negli anni ’90 si era dato molto spazio a personaggi femminili forti e combattivi: un esempio fulgido è Buffy l’ammazzavampiri, che in un certo senso può essere considerata una precorritrice delle HUNTR/X, con una trama che presenta diversi punti di contatto.

Detto questo, ho apprezzato moltissimo il film. Le canzoni sono bellissime, le tre protagoniste mescolano bellezza, talento, ironia e momenti buffi. I personaggi maschili restano più in secondo piano, ma Jinu anche se in solitaria riesce ad essere magnetico e interessante.

Nella cultura coreana esistono credenze legate ai demoni e, da quanto ho letto, nel film questi sembrano rappresentare anche le emozioni, le paure e il potere della musica. C’è poi un tema molto forte: quello dell’accettazione di sé e del sentirsi imperfetti.

Qualche incongruenza qua e là c’è: in pratica nessuno sembra fare troppo caso alle persone che spariscono o alle lotte pubbliche contro i demoni. Ma, per un film d’animazione così coinvolgente, si può chiudere un occhio.

L’ho adorato e mi ha emozionato. Consiglio la visione assolutamente.

Recensione Vampyria: La Corte delle Tenebre

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Il romanzo Vampyria: La Corte delle Tenebre è un romanzo fantasy per ragazzi scritto da Victor Dixen. Racconta la storia di una giovane del popolo che vive in una realtà alternativa alla nostra, in cui la monarchia francese non è mai caduta e il Re Sole, grazie a pratiche mediche occulte, è riuscito a diventare immortale. Questa condizione, però, ha un prezzo: il vampirismo. La corte di Francia e anche gli altri paesi, esclusa l’America, vivono sotto il giogo infernale di questo tiranno che si fa chiamare l’Immutabile. Il popolo, i cui membri sono noti come “servi del sangue”, di cui Jeanne fa parte, è costretto a sottostare a regole assurde: oltre al loro lavoro, ogni cittadino deve versare ogni mese la sua decima in sangue, non può lasciare il proprio villaggio e deve rispettare il coprifuoco notturno. In caso contrario, la pena è sempre la morte. Jeanne ha una vita relativamente tranquilla a Rovo dei Ratti, una terra desolata lontana da Versailles. Improvvisamente, però, l’idillio si infrange con l’arrivo degli inquisitori del re, che uccidono brutalmente la sua famiglia. In questo frangente, la ragazza scopre che i suoi genitori erano dei ribelli facenti parte di un’organizzazione chiamata La Fronda, che in segreto ordisce piani per sovvertire il regime dell’Immutabile. Il romanzo di Victor Dixen mi ha molto colpito. La trama, nel complesso, è ben articolata e originale. La protagonista non mi sta particolarmente simpatica, ma del resto incarna la perfetta adolescente. Il mondo in cui si muove è terrificante, ma per certi aspetti affascinante e intrigante. Ho trovato elementi senza una spiegazione coerente, come ad esempio gli uomini violino o le spade vampiriche. Posso concepire la trasmutazione su esseri viventi, piante o animali, ma su oggetti inanimati non mi suona benissimo. Ho apprezzato molto l’epilogo e i diversi colpi di scena della storia. Benché non sia un mistero che si tratti di una saga, almeno le vicende del primo romanzo sono auto-conclusive. L’unico dispiacere è che i successivi capitoli non sono ancora stati tradotti in italiano.

Recensione dell’occhio del mondo

L’occhio del mondo è il primo dei 14 romanzi che compongono la saga della Ruota del Tempo. Si tratta di un’epopea Fantasy da cui è stata tratta una serie tv in onda su prime video (Recensione serie tv). La storia rispetta tutte le regole del Fantasy da manuale rendendola nel complesso banale e scontata. Robert Jordan, benchè abbia davvero un bel modo di scrivere e una eccezionale conoscienza della realtà rurale e medioevale, ha costruito una storia un pò pesante, con personaggi molto bene caratterizzati ma abbastanza antipatici. Gli antefatti sono fumosi e confusi mentre i nomi di molti personaggi e luoghi sono tavolta difficili e troppo simili. Nella serie TV l’interpretazione di Moiraine fatta da Rosamund Pike mi ha colpito molto (soprattutto nella prima stagione) benchè la storia non sia sviluppata bene. Mi sono approcciata alla lettura del romanzo perchè ho intravisto un potenziale ma leggendolo ho avuto più di una volta la percezione di un’inutile marea di parole verso un viaggio troppo lungo per essere così inconcludente. Non so se andrò avanti con la lettura di questa lunghissima saga dato che mi aspettavo qualcosa di più avvincente e appasionante.

Recensione “La scala urlante” un romanzo di Jonathan Stroud

Ambientato in una realtà dove la barriera tra il mondo dei vivi e dei morti si fa labile e i fantasmi non solo esistono ma possono diventare pericolosi, diverse genarazioni di bambini e giovani adulti sono chiamate in prima linea a fronteggiare la minaccia. Pare infatti che solo i più piccoli abbiano la capacità di vedere e/o sentire i Visitatori. Lucy Carlyle, protagonista e voce narrante della storia, è costretta a crescere anzi tempo e a fronteggiare l’orrore e il pericolo. La ragazza tuttavia non dovrà fare tutto sola, troverà in Anthony e George, presso l’agenzia metapsichica Lockwood & Co, degli amici, una famiglia e forse persino l’amore. Un romanzo fantasy molto coinvolgente la cui trama è intrigante e originale. L’unica nota negativa è che il testo è fin troppo ben scritto sia in termini di descrizoni di ambienti e personaggi da non essere credibile che a parlare sia una ragazzina. Jonathan Stroud fa sentire troppo la sua voce. A parte questo la lettura è godibile e benchè per praticità editoriale il testo sia inserito nella categoria dei romanzi destinati ai giovani adulti credo sia un romanzo che possa piacere a tutti gli appassionati di romanzi Fantasy.

Recensione “L’erede del mago”, un romanzo di Stefano Mancini

 

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Titolo: L’erede del mago

 Autore: Stefano Mancini

Casa Editrice: Linee infinite edizioni 

Genere: Fantasy 

Numero Pagine: 448 p.

Versione cartacea: 14,25

 

 

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L’erede del mago è il primo romanzo che leggo di Stefano Mancini, prolifico scrittore fantasy. Nel nostro paese questo è un genere di nicchia molto sottovalutato che tuttavia richiede molto lavoro e passione. Vi è la necessità di creare da zero un mondo nuovo, badando bene a mantenere per tutto il tempo la coerenza interna della storia. In molti casi creare delle leggende primordiali, lingue e geografie. Dettagli importanti che l’autore non ha trascurato. 

L’erede del mago è il primo capitolo di una trilogia e racconta la storia di un bizzarro gruppo d’avventurieri: un guerriero Bronwen, un elfo Athrwys, un nano Theroc e una ladra Ashe. Nel corso della storia il gruppo annetterà altri interessanti componenti che darò a chi legge il piacere di scoprire e conoscere. Ho apprezzato molto lo stile narrativo di Mancini, diretto e scorrevole, indispensabile per affrontare una lettura di quasi 500 pagine. La trama nel complesso incuriosisce benché segua il filone più classico del fantasy: duelli epici, rivalità di razza e magici manufatti ancestrali. Poetica e accattivante la capacità dell’autore di descrivere minuziosamente gli ambienti, dettagliate le scene di movimento e combattimento, numerose nel corso del primo volume.

L’unico contro per mio gusto personale è l’assenza totale dei un filone sentimentale che in un’epopea del genere avrebbe a mio avviso caricato di tensione e aspettativa, a discapito magari di alcune battaglie che seppur descritte molto bene alla lunga appaiono ridondanti e ripetitive. Se da un lato i personaggi sono ben caratterizzati dall’altro appaiono al lettore come dei bambini troppo cresciuti che non hanno mai sperimentato l’amore. Visto il titolo mi sarei aspettata una maggiore centralità della magia e del mago, che entra in gioco solo verso la fine in maniera molto marginale. Trattandosi tuttavia di una saga, questi aspetti potrebbero essere protagonisti nei capitoli successivi.

Nel complesso ritengo che quello di Mancini e del suo editore sia un lavoro incredibile, ho apprezzato moltissimo la grafica e le illustrazioni di copertina ad opera di Corrado Vanelli, capace come lo stesso Mancini nella sua narrazione di dare un volto concreto ai personaggi in linea con quello dipinto dalla mia mente.