

Eppure cadiamo felici è il romanzo d’esordio di Enrico Galiano. Galiano è un professore di lettere e grazie a questo testo è diventato lui stesso un fenomeno letterario. Il pubblico a cui il romanzo è rivolto è quello adolescenziale, ma può essere godibile da chiunque. Galiano è l’esempio che l’originalità non è tutto e che da una storia apparentemente semplice e scontata può uscire comunque qualcosa di meraviglioso grazie alla voce unica dei suoi personaggi. Gioia è in principio la tipica antieroina moderna: solitaria, silenziosa, reduce da un’infanzia complessa. La ragazza ha una peculiarità unica, ha l’hobby di cercare parole intraducibili ovvero che descrivono particolari sensazioni o eventi che esistono solo in altre lingue (ad esempio Luftmensh, in lingua Yiddish cioè chi fa costantemente sogni ad occhi aperti). Il mondo interiore di Gioia è descritto così bene che pur non essendo più una ragazzina mi sono identificata tantissimo nel suo personaggio. La storia d’amore che viene descritta è cinematografica e surreale, collaborando così all’intento dell’autore di creare il dubbio che Gioia non sia una narrattrice molto affidabile. Galiano ha giocato a filo con la sospensione di credibilità del lettore riuscendo però a non cadere sul banale o ridicolo. L’unico appunto che mi sento di fare è sul personaggio della nonna, inserito un pò troppo all’acqua di rose. Un anziano in stato vegetetivo d’accudire necessita di molte cure e i genitori descritti nel libro non sembrano idonei a un compito del genere. Per il resto l’unico rammarico è non aver avuto un professore come Bove.
