Un film che aveva tutto, tranne il coraggio

Figli dell’intelligenza artificiale (The Pod Generation) è un film di fantascienza diretto da Sophie Barthes e con protagonisti Emilia Clarke e Chiwetel Ejiofor. In un futuro non troppo lontano, una potente società tecnologica promuove un servizio tanto controverso quanto rivoluzionario: la possibilità di avere figli tramite l’utilizzo di un utero artificiale. L’obiettivo dichiarato è sgravare le donne dalla gravidanza, considerata il primo e principale deterrente alla carriera lavorativa. Rachel, la protagonista, lavora per una società affiliata: un’azienda estremamente strutturata, ossessionata dalla performance, dai risultati e dall’ottimizzazione di ogni aspetto della vita. Il mondo che il film ci mostra appare elegante, luminoso e funzionale, ma tra le linee del suo design minimalista, gli alberi olografici e le postazioni per l’ossigeno, si percepisce una violenza sottile e profondamente disturbante. Il filone narrativo richiama chiaramente Black Mirror e la sua riflessione sui rischi di un’evoluzione tecnologica che, sotto la promessa di libertà e progresso, nasconde nuove forme di controllo. La regista costruisce inizialmente molto bene questo universo, seminando piccoli ma significativi indizi sul tipo di società che si sta sviluppando. Incredibilmente, però, il film manca di coraggio nel momento decisivo: non affonda la lama e devia verso una risoluzione sorprendentemente bonaria e poco plausibile. La trama appare così tronca, come se fosse il primo episodio di qualcosa di irrisolto, ma che, come film a sé stante, non funziona. Questo è il vero peccato poichè gli elementi per realizzare uno splendido film c’erano davvero tutti — un world building solido, temi forti, una violenza sistemica ben costruita — ma proprio sul punto più importante il racconto si interrompe, lasciando allo spettatore non tanto un finale aperto, quanto una sensazione di incoerenza narrativa.

Io prima di te un film di Thea Sharrock

IL TEMPO CHE RESTA

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Tratto dall’omonimo romanzo scritto da Jojo Moyes, il film racconta la storia di Lu, un’impacciata ed eccentrica ragazza di provincia e di William, ricco e rampante giovane, caduto vittima di un tragico incidente che lo ha reso completamente paralizzato. Una storia d’amore lenta e delicata, quasi sussurrata, che vuole forse dimostrare che l’amore è prima di tutto un’affinità mentale. La trama segue tutti i cliché del romanzo rosa, in cui la ragazza pasticciona rivela i suoi talenti ed il classico bello e maledetto cede al fascino di una donna che non avrebbe mai neppure notato. Originale a mio parere l’inserimento del controverso tema della “dolce morte”, che strisciante ed opprimente incombe su questo amore il quale può essere provato ma non consumato e vissuto come meriterebbe. Una storia improbabile al di fuori della fantasia, che si sviluppa tra un magnifico castello, ricche location ed una spiaggia paradisiaca in grado comunque di toccare e coinvolgere fino all’ultimo secondo. Grande interpretazione di Sam Claflin che in questo film lascia da parte la sua prorompente fisicità e recita solo con gli occhi. Sbarazzina e fuori dalle righe la dolce Emilia Clarke.  Un film che consiglio! 

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