L’imperatrice è una mini serie austriaca che mette al centro delle vicende l’appassionante ma anche complicata storia d’amore tra Francesco Giuseppe I d’Austria e la turbolenta Elisabetta di Wittelsbach, duchessa di Baviera. Film o serie su di loro ce ne sono state tante tuttavia non mi stupisce che spesso vengano riproposti poichè essi incarnano in maniera unica un romaticismo antico e potente. Trovo inanzitutto che il cast della serie sia stato ben scelto poichè i personaggi arrivano e danno la magica illusione dell’autenticità, tenedo sempre viva l’attenzione e la curiostà dello spettaore a dispetto di una storia in parte già nota. Ovviamente le scenografie e i maestosi abiti hanno un ruolo di primo piano nel rendere magico il sogno agro dolce della principessa Sissi e del suo imperatore. Il personaggio che mi ha colpita maggiormente tuttavia è l’apparentemente intransigente Sofia di Baviera, interpretata dalla bellissima e affascinante Melika Foroutan. Per come vengono narrate le vicende la serie mostra bene come vivano su livelli diversi i ricchi e i poveri, costretti in orride prigioni fatte di pregiudizi, vincoli, limiti e divieti. Vite tossiche, da un lato a causa dell’estrema povertà e dell’altro dall’angoscia e della paura di perdere i privilegi acquisti. Una serie che consiglio e di cui aspetto con ansia l’uscita della seconda stagione.
House of the Dragon è una serie Tv statunitense, tratta dai testi di George Martin. Gli appassionati del genere hanno atteso con ansia questa serie, poichè ormai orfani di Game of Thrones smaniavano per un ritorno nei sette regni. House of the Dragon è ambientato duecento anni prima rispetto la nascita di Daenerys Targaryen. In quest’epoca la casata dei Targaryen ha tra le sue mani il controllo di Westerosgrazie ai suoi draghi. Re Viserys I siede sul trono e si mostra come un sovrano pacifico ed equilibrato ma anche debole e malato. Viserys ha una figlia, Rhaenyra, spinto tuttavia da un sogno premonitore è alla disperata ricerca di un erede maschio per succedergli una volta venuto a mancare e garantire stabilità al regno e alla sua casata. Le cose però non vanno come sperato e l’amata moglie del re muore di parto. Viserys, una volta vedovo e pentito di aver cercato l’erede maschio a tutti i costi, nomina la sua unica figlia Rhaenyra come sua erede, una rarità in un reame a stampo marcatamente patriarcale. L’ambizioso primo consigliere del re, Otto Hightower, ha tuttavia altri piani per il prestigio della sua casata e induce il re a risposarsi con sua figlia, la giovane e bella Alicent, coetanea e amica di Rhaenyra. La prinicipessa tuttavia non prende bene questa novità, si sente tradita dalla sua amica che è andata a prendere il posto di sua madre e che con i suoi figli rischia di minare la sua pretesa al trono. House of the Dragon ha il merito di far riassaporare le atmosfere di Game of Thrones tra spettacolari scenari, maestosi draghi e formidabili costumi. Sin dal principio ho trovato strana la scelta di concentrarsi sulla vita di Rhaenyra avendo a disposizione tutto un mondo, che lascia ancora dubbi e disappunto nei fan, come ad esempio l’origine degli estranei. Tuttavia avendo scelto questo stralcio della storia, di molto semplificata e scarna rispetto a Game of Thrones, mi aspettavo una realizzazione di caratura nettamente superiore. In soli dieci episodi viene fatto un inutile quanto spiazzante salto temporale in cui parte rilevante della storia viene ranzata via senza troppe spiegazioni e viene adotatto un cambio di cast discutibile poichè ad invecchiare sembrano essere solo Rhaenyra, Alicent e i fratelli Velaryon mentre personaggi come Daemon e Criston sembrano addiritura ringiovanire ne corso degli episodi. Vi sono poi le stelle cadenti, ossia personaggi come la prima moglie di Deamon o l’amante di Rhaenyra che non lasciano quasi il tempo allo spettatore di capire il senso della loro esistenza nella storia. La presenza di tutti questi bachi ed errori grossolani abbruttisce di molto la serie, che sembra confezionata giusto per dare qualcosa in pasto al pubblico senza metterci il giusto impegno. Molti episodi finiscono con un nulla di fatto lasciando una spiacevole sensazione d’irrisolto tanto da non sembrare nemmeno dei cliffhanger ma delle troncature insensate. Il cast tuttavia a dispetto di una regia discutibile è molto convincente, soprattuto il personaggio di Daemon, interpretato dal talentuoso Matt Smith. Rhaenyra mi ha convinta molto di più in prima battuta quando interpretata da Milly Alcock, Emma D’Arcy per quanto bellissima e calata nel ruolo, dà al personaggio un taglio molto diverso, più dolce ed emotivo, caratteristiche non proprie del personaggio iniziale.
The Crown è una serie britannica che racconta la storia della regina Elisbetta II a partire dalla sua ascesa al trono sino ai giorni nostri. Il fil rouge di base è quello comune a molte storie biografiche, in cui anche i ricchi e potenti soffrono e non è oro tutto ciò che luccica. Tuttavia anche nello stagno dorato c’è chi se la cava meglio di altri e chi è costretto a malicurore a rinunciare ad amori od ambizioni personali, poichè la Corona, istituzione sacra e secolare, va preservata e tutelata a qualunque costo. Claire Foy e Olivia Colman, le attrici a cui è stato affidato il ruolo di Elisabetta da giovane e da donna di mezza età, sono state favolose, come del resto anche gli attori che hanno intepretato il principe Filippo, Matt Smith e Tobias Menzies. Nelle quattro stagioni già distribuite vi sono altri personaggi che mi hanno colpito moltissimo, come ad esempio John Lithgow nel ruolo di Winston Churchill, Gillian Anderson nel ruolo di Margaret Thatcher e Erin Doherty nel ruolo della principessa Anna. Il quadro che emerge dalla serie è quello di una famigliadi donne e uomini molto coriacea, tempra necessaria per sopravivere al meglio in un ambiente ultra formale, fatto di regole, disciplina e impegni istutuzionali. Nella serie infatti vengono snocciolate anche verità scomode e le difficoltà di chi questa tempra non c’è l’ha come Margaret, Carlo e la giovane Diana. Nel complesso The Crown regala un quadro positivo di Elisabetta come regnante e ben poco lusinghiero del principe Carlo, che pare arrogante, viziato e spesso crudele con la sua consorte, a discapito di una non particolarmente brillante Camilla. Al di là dei personaggi ho anche aprezzato la ricostruzione di molti eventi storici, come l’avvento delle nube nera durante la fine del governo Churchill, la disgrazia della scuola travolta dai liquami delle fabbriche di carbone, i flashback inerenti all’infanzia di Filippo e il moto altalenante delle svariate crisi di governo a cui nonostante tutto la monarchia elisabettiana è riuscita a sopravvivere, mantenendo in un mondo in repentino mutamento una sorta di equilibrio permanente di memoria, benessere e stabilità.
Ho letto molte recensioni negative in merito a questo film, ciò nonostante ho voluto vedere con i miei occhi di cosa stavamo parlando. Andrew Dominik difende il suo lavoro e a chi lo accusa di aver fatto un film maschilista risponde che è esattamente l’opposto. In certa misura credo di aver capito cosa volesse dire Dominik, non è difatti il film ad essere maschilista e brutale ma il sistema, visto direttamente dagli occhi di una donna molto fragile a dispetto della sua fama scintillante. Ciò detto non trovo però che sia un bel film. In prima analisi è noioso, lento e montato da un Morfeo impazzito, che traspone in immagini un gigantesco incubo che mostra solo il peggio della vita di una persona. Per chi come me non conosce bene la storia di questa diva, vedendo questo film resterà interdetto poiché i personaggi si susseguono senza filo di continuità, anonimi, difficile capire chi sono, con dialoghi artificiosi e ridondanti. Tutti i protagonisti maschili fanno una figura meschina e la povera Norma, sembra solo una squinternata senza né arte né parte. Per capire la “trama”, mi sono dovuta documentare e credo fermamente che il film non rispecchi minimamente ciò che fù Norma in vita. Benché sofferente parliamo di una donna che è stata capace d’imporsi in uno star system complicato e competitivo diventando dal basso una delle icone mondiali del cinema americano. Per far questo non basta solo la bellezza o “i facili costumi“, ci vuole tenacia, carisma e carattere. Una donna devastata da un’infanzia traumatica e disfunzionale come viene mostrata qui non avrebbe fatto tanta strada e benché alcuni episodi mostrino realtà fattuali, sono distorte in maniera odiosa. Le scene di sesso che hanno fatto così scalpore sono a mio avviso una provocazione mediatica per far parlare di un film che altrimenti non avrebbe veri argomenti e sarebbe uscito in sordina. Inoltre ho trovato abusato il nudo della diva, che vorrebbe forse mostrare l’essenza ma a mio avviso descrive solo in modo grottesco e svilente la figura femminile. Se l’intento del regista era mostrare la vera Norma, ossessionata dalla voglia di maternità e bisognosa d’amore c’è da dire che mancano moltissimi pezzi. Non viene spiegato che la diva soffriva di endometriosi per esempio o che gli aborti solo con Miller furono tre, il che è dura da sopportare per chiunque desideri ardentemente una maternità. Ana de Armas non assomiglia alla diva nemmeno esteticamente e benché sia molto calata nella parte, l’immagine che ne esce è delirante e superficiale. Un film così non celebra Marilyn Monroe, che a conti fatti non si vede affatto a causa di questa dissociazione così netta che fa il regista tra Norma e Marilyn. A chi dice che il film non può essere visto in chiave biografica dico che un personggio ispirato a una persona reale ha già la sua storia, raccontarla così la stravolge e basta. In ognuno di noi c’è l’oscurità e la luce, in questa pellicola c’è solo la prima, dando un’immagine solo negativa di alcuni personaggi come ad esempio Joe Di Maggio, che benchè si sia reso protagonista di una scena terribile è un uomo che anche dopo il divorzio è stato vicino all’attrice in momenti difficili, per contro Miller, che sembra quello che ne è uscito meglio, in realtà ebbe la peggio prendendo molto male il divorzio con l’attrice.
Avvicinare i ragazzi alla lettura non è sempre facile, soprattutto in un epoca come la nostra in cui le alternative sono più accattivanti. Nel tesoro di Pompei, ben tenendo conto della modernità e della psicologia adolescenziale vediamo prendere vita a un avventura, dall’aria antica e misteriosa. Una storia semplice che tuttavia tocca il sentire realistico dei ragazzi e trasporta indietro nel tempo, in cui ogni cosa è possibile e i battiti del cuore sono unici e irripetibili. Notevole anche l’omaggio ai nostri territori, culla di innumerevoli ricchezze culturali, spesso dimenticate. Degna di nota la passione con cui l’autore vuole trasmettere il suo amore per l’arte e le materie umanistiche, talvolta ostiche ma con un fascino nascosto per chi le sa amare.