Recensione Oppenheimer

Trattandosi di un film di Christopher Nolan e avendo al timone un interprete come Cillian Murphy non si può che parlare di grande cinema, impegnato e ben girato. Devo ammettere però che le mie aspettative erano elevate e nel complesso sono rimasta un pò delusa. Troppi nomi, troppi tecnicismi e soprattuto esagerata la durata per i contenuti proposti, la pesantezza si percepisce dalle prime battute. Il film è un manifesto della stupitidtà umana e di come Dante forse si sbagliasse nell’esaltare la spasmodica ricerca della conoscenza poichè in mano alle persone sbagliate la stessa può diventare pericolosa. Una specie la nostra che raduna le menti più brillanti per creare una bomba, per distruggere, uccidere e non per costruire ed esaltare la bellezza di un pianeta vitale come il nostro. Vi sono 8,7 milioni di specie viventi sulla Terra e ci si concentra a cercarle altrove piuttosto che preservarle qui dove già sapiamo che ci sono. Una lotta per una supremazia idiota e dannosa, il potere in mano sempre alle persone sbagliate prive di empatia e umanità. La stessa storia che si ripete in un loop di continuità ancora attuale in cui chi muove i fili lo fa nel peggiore dei modi. Ciò che vale la visone? Quell’unica battuta degna di nota proposta nel finale.

Recensione di La sposa scomparsa

La sposa scomparsa è il primo volume della saga “I delitti del casello” scritta da Rosa Teruzzi. La storia mette al centro dell’azione tre donne molto diverse. Mamma Libera, Nonna Iole e la nipote Vittoria. Tutto inizia da un caso irrisolto, una giovane donna scomparsa e una madre senza pace. La protagonista tuttavia non è un’addetta ai lavori ma una fioraia, che s’improvvisa detective. Ho trovato le descrizioni di Milano affascinanti e i personaggi molto ben caratterizzati e originali. Le vicende per buona parte della narrazione sono dipinte con una leggerezza che rallenta e dà poco mordente alla storia che tuttavia verso la fine diventa più intrigante. L’attenzione all’amor cortese, figlio di un’altra epoca, non è comune in questo tipo di narrativa e in questo ci vedo l’impronta di una marcata sensibilità femminile, ma anche la speranza di un mondo che può vivere di bellezza e di sinergia familiare femminile mantenendo il suo candore, come i bouquet che Libera compone per le sue sposine. Non ho provato simpatia per tutti i personaggi, tuttavia ho apprezzato Libera stessa, che si trova in quell’età difficile da vivere in cui non si è più giovani ma nemmeno vecchi. Superba nonna Iole che con il suo modo di fare rende allegra e giocosa la storia. Un po’ troppo marginale e antipatico il personaggio di Vittoria. Non mi ritrovo nella frase di Picozzi, che le definisce come tre scatenate detective, poichè la protagonista del romanzo è Libera e le cose sono viste principlalmente dal suo punto di vista e l’unica ad essere scatenata delle tre è in fondo nonna Iole. Un romanzo che ho letto con piacere e che mi sento di consigliare.

Recensione di Nihal della terra del vento

Il fantasy è un genere di nicchia, quando lo nomini sono in molti a storcere il naso. Per gli appassionati però non c’è nulla di meglio che abbandonarsi a epiche avventure, in regni magici quasi sempre in guerra con esseri di diverse specie: elfi, gnomi e così via. In Italia sono pochi gli autori noti per essersi cimentati in questo genere, una che ci è riuscita è Licia Troisi. Nihal della terra del vento è il primo capitolo della lunghissima saga ambientata nel Mondo Emerso. La protagonista è la giovane Nihal, la tipica eroina che incarna perfettamente l’immagine moderna della donna libera e ribelle, che a dispetto del genere vuole combattere e fare il guerriero. Cresciuta solo dal padre, nella caotica torre di Salazar, scopre la magia e l’amicizia grazie all’apprendista mago Senar. Nel complesso non vi è nulla di originale in questo primo romanzo. La storia è molto elementare, quasi scolastica. Molte cose sono fumose, vaghe e i moventi dei personaggi tavolta deboli. Mi è parso di ravvisare degli errori sul passaggio di punti di vista da un personaggio all’altro ma credo che per un pubblico giovane la storia sia scritta sufficentemente bene. Vengono analizzati molti stati d’animo adolescenziali, il tema della diversità e del peso dell’esclusione e di come spesso i nostri sogni, una voltra realizzati, non siano affatto come ce li aspettavamo. Nel complesso la lettura non mi è dispiaciuta e sono curiosa di leggere il capitolo successivo, anche perchè è un lavoro tutt’altro che autoconclusivo e preso singolarmente porta la storia a un vicolo cieco. Pensando tuttavia al panorma editoriale mi viene da chiedermi cosa in questa storia abbia fatto la differenza e permesso alla Troisi di emergere nel genere fantasy dove in tantissimi hanno fallito.

Recensione di Barbie il film

Il film di Barbie è già campione d’incassi e se non altro ha il merito di aver riportato fiumi di persone nelle sale cinematografiche. Detto questo sono abbastanza delusa dalla pellicola di Greta Gerwig. L’idea di fare un film sull’iconica bambola è curiosa ma l’implementazione è stata scadente a dispetto del cast stellare e dal bombardamento mediatico intorno all’uscita del film. Una trama c’è, ma molto debole e per quanto ci si metta la fantasia, perchè mai dovrebbe esistere un mondo parallelo come quello descritto nel film? Barbie, sebbene per molte bambine rappresenti l’infanzia, è pur sempre un prodotto commerciale. Lo scopo della pellicola in sintesi è convincerci del contrario. Ho ravvisato una protesta sull’evoluzione dell’immagine di Barbie che da gioco di rottura che permise alle bambine di sognare d’altro rispetto alla maternità è divenuto il modello tossico di una perfezione estetica impossibile e di una vita stereotipata e profondamente superficiale. La colpa di questo cambio d’intenti è da imputare a una leadership esclusivamente maschilista ai vertici di Mattel che ha usato Barbie in modo perverso. Quello che si vede però è una barriera netta nei confronti della maternità, poichè l’agghiacciante immagine di apertura vede delle bambine che rompono i loro bambolotti, che in un film così hanno una valenza simbolica molto triste. Dopo questa scena stridente e fuori luogo, si viene poi proiettati nel cotonato e pastellato mondo di Barbie, fatto di stucchevoli gentilezze e carinerie. Nel “puoi essere ciò che vuoi”, slogan del marchio, vediamo una sfilata di professioni, come se la realizzazione personale dipendesse solo da questo e un occultamento dello sgradito personaggio di Midge, la Barbie che diventa mamma, a rimarcare l’idea inizale. Nell’evolversi della storia si cercherà di fare una debole pace con il conflitto madre/donna poichè ci viene ricordato che Barbie fu un regalo di Ruth a sua figlia e che le eroine umane sono madre e figlia. Nei fatti però il vero protagonista della storia è Ken, che riesce a dare un taglio ironico e divertente a una pellicola altrimenti piatta e lenta. La base della storia però resta il conflitto di genere che non riesce nemmeno nella fantasia a sfociare in qualcosa di diverso che in una lotta per il potere e vede per protagonista l’ennesima eroina femminile single ed emancipata, che a differenza dei suoi competitor maschi ostenta il fucsia, facendo di Barbie l’icona del neo femminismo capitalista. Personalmente la mia idea di Barbie è più romantica e moltissime sono le cose che si potevano dire per riabilitare l’immagine della bambola: ad esempio si può essere donne ma anche madri, che noi donne non siamo il nostro lavoro o i nostri vestiti e soprattutto che l’amore non è un retaggio del maschilismo. Detto questo sono certa che questo film farà fatturare tantissimo sia al botteghino che grazie ai gadget marchio Barbie già in commercio e per Mattel sarà la grassa gallina dalle uova d’oro per diverso tempo. Tuttavia per me trattasi solo di glorificazione di un trand malsano e amaro.

Recensione di L’estate in cui imparammo a volare

L’estate in cui imparammo a volare è una serie tv statunitense che trae la sua ispirazione dalle saga omonima dei romanzi di Kristin Hannah. Racconta la storia della straordinaria amicizia tra due ragazze molto diverse, Tully e Kate. La prima con una storia familiare disfunzionale e complicata, la seconda proveniente dalla classica famiglia bene degli anni ’80. Particolare l’attenzione allo sviluppo del ruolo delle donne nella società. Tully, a dispetto delle sue origini svantaggiate riesce con determinazione a perseguire il tanto decantato sogno americano divenendo una star televisiva e la perfetta incarnazione del volere e potere. Kate invece rinuncia alla sua carriera professionale in nome della famiglia. In entrambi i casi però possiamo scoprire luci e ombre delle rispettive scelte e di come secondo l’autrice la via dell’amore e dell’amicizia alla fin fine è l’unica che porta alla vera felicità. Kate infatti, che professionalmente si è arenata vivendo all’ombra di Tully, diviene la vera star, amata dai pochi giusti che rendono la sua vita memorabile. Una storia dove l’ordinario diventa straordinario in cui la narrazione di un amicizia epica, possibile a mio avviso solo in libri e film, diventa il centro di vite vissute pienmente tra alti e bassi. Ho apprezzato molto questa serie, benchè talvolta mi infastidivano i troppi salti temporali e in certi momenti tendeva a diventare un pò noiosa. Il cast è semplicemente perfetto (forse anche troppo), amo in particolare Alissa Skovbye che interpetra Tully d’adolescente e anche Roan Curtis nel ruolo di Kate. Molto brave anche Katherine Heigl (Tully da adulta) e Sarah Chalke (Kate da adulta). Il finale è considerato da molti struggente e non posso negarlo, tuttavia nel complesso la serie celebra più la vita e i sentimenti che lo strazio della perdita. Per me una serie bene fatta.