Recensione Valeria

Valeria è una serie tv spagnola creata da María López Castaño e basata sulla saga di romanzi scritti dall’autrice Elísabet Benavent. Racconta la storia di un’aspirante scrittrice e del suo tentativo di riuscire in questo mestiere tanto affascinante quanto complicato. A prescindere dalla trama, la serie descrive la generazione dei trentenni contemporanei, alle prese con tante incertezze, in cui il trade-off tra carriera e sfera famigliare è netto. Forti le tinte romance e la fiducia nei rapporti d’amicizia tra donne, relazioni che possono risolvere nel lungo periodo qualsiasi dramma. Marcata invece la sfiducia nelle relazioni amorose, che dopo un epilogo sfavillante rischiano quasi sempre di perdere di brillantezza e stabilità. Il cast è ben congeniato e mi piace l’approccio libertino usato per le scene erotiche. Ho guardato con piacere questa serie e amato molto il modo in cui Diana Gómez interpreta la protagonista. Per contro ho trovato gli attori maschili bellocci e privi di personalità. Nella serie tutto è sempre ammantato da una magica polverina che rende tutto possibile, come in una fiaba, dove tuttavia il principe azzurro non è quasi mai un partner.

Recensione di Replay: Una vita senza fine

Jeff Winston si ritrova intrappolato dopo la sua prima morte in un loop temporale che gli ripropone la sua vita da un certo punto in poi, avendo però coscienza del suo passato e di molti degli eventi che andranno a condizionare il futuro. Chi non ha mai sognato di agire o fare cose diverse dopo aver visto l‘esito di alcune scelte? Chi non vorrebbe avere accesso a informazioni che gli darebbero illimitate risorse economiche grazie alla consapevolezza degli eventi futuri? Immagino che in molti vorrebbero vivere una situazione simile, la vita dopo tutto è un crogiuolo di strade non percorse, un percorso alla cieca verso un orizzonte indefinito, senza un navigatore o un libretto d’istruzioni. Lo chiamano libero arbitrio, ma spesso sembra più un procedere per inerzia con il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere e che invece non è stato. Le descrizioni dei tempi, dei luoghi e degli eventi sono minuziose e accurate tuttavia mai ridondanti, viene facile immergersi nella storia e rivivere con Jeff le tappe più importanti della sua lunga esistenza. Le vicende sono così vivide da vedere nell’autore quasi un “profeta” della condizione umana che dietro l’espediente narrativo vuole comunicare una verità più profonda. Un libro che consiglio anche a chi non è appassionato del genere.

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Recensione di Sex/Life

Sex/Life è una serie televisiva statunitense scritta da Stacy Rukeyser e basata sul romanzo 44 Chapters About 4 Men del 2016 scritto da BB Easton. Il cast principale è costituito da Sarah Shahi, Mike Vogel e Adam Demos. La serie è stata pubblicata su Netflix il 25 giugno 2021 e racconta la storia di Billie, un’avvenente casalinga alle prese con la gestione della seconda figlia e dei ricordi di un passato vivace e adrenalinico. Benché nel complesso la serie sia deludente, in special modo l’epilogo, credo che possa comunque restare impressa. Ho riflettuto molto prima di esprimere un simile giudizio e al di là delle lascive ed esplicite scene erotiche, che a tratti la fanno sembrare un lungo porno soft, rimane il ricordo di questa donna tanto amata e desiderata da due uomini favolosi. Brad Simon in particolare è il personaggio più affascinante e interessante della serie, il bad boy piace sempre. Attenzione però, Brad del cattivo ragazzo ha più la fama che le intenzioni, si può dire citando la frase di un film che adoro, che Billy è l’eccezione, colei che come in Cinquanta Sfumature rompe la corazza dell’uomo che non sa amare. A me, ma immagino a molte, visto il successo di questo tipo di storie, piace l’immedesimarsi in queste situazioni per quanto banali e scontate possano sembrare. Nella fattispecie di questa serie i personaggi sono molto esagerati e caricaturali, il peggiore tra tutti è quello di Sasha Snow. Nel tentativo di realizzare un telefilm femminista hanno creato qualcosa di totalmente odioso sotto questo aspetto, dando un’idea iper superficiale delle donne e uno spessore ben maggiore maggiore alle figure maschili. Inascoltabili le analisi di psicologia spiccia che enfatizzano la banalità dei personaggi, come la realtà artificiosa in cui vivono. Per staccare dalla quotidianità ovviamente ci sta, piacerebbe a tutti avere dei figli che appaiono e scompaiono in base alle esigenze, per citarne una. La realtà semplificata almeno nell’illusione del piccolo schermo sebbene non sia di contenuto, può rappresentare una forma di evasione.

Recensione di Cruella

Sono molteplici le pellicole che tentano di spiegare la genesi del male, per la Disney mi torna alla memoria Maleficent, per la Marvel c’è l’imbarazzo della scelta. A prescindere comunque dal cattivo c’è sempre il non trascurabile dettaglio del raccordo con il suo futuro, noto e immutabile. Devo dire che il regista, Craig Gillespie, ha fatto un lavoro molto interessante, non era facile rendere plausibile e in qualche misura amabile un personaggio tanto spregevole, superficiale e spietato come Cruella de Vil. Emma Stone è stata molto brava, l’ho adorata e in qualche misura il risentimento verso questo personaggio è venuto meno. Il problema tuttavia è questo, nella Cruella della Stone c’è una profondità, c’è del buono, vi è la visione di un sogno e molto impegno per realizzarlo. Il voler far diventare questa Cruella il folle personaggio interpretato nel film la Carica dei 101 da Glenn Close è una forzatura, come lo è voler a tutti i costi creare connessioni con altri personaggi, a partire da Anita Darling (qui inspiegabilmente giornalista, ex compagna di scuola e di colore) a finire con il profondo rapporto di fratellanza con i famigerati scagnozzi. Nei fatti tutto il film cerca di infilare personaggi ben strutturati, tra luci e ombre, in qualcosa di piatto e monocromatico. Non vi sono evidenze che questa Cruella possa nei fatti diventare quella che conosciamo a differenza della Baronessa, una degna Cruella alla Glenn Close, con uno spessore interiore ed emotivo nullo e un egocentrismo e un cinismo assoluto. Persino il ruolo dei cani, che ovviamente sono centrali in questa storia, è simpatico e positivo e Cruella non odia gli animali poiché uno dei suoi migliori amici è proprio un cagnolino e persino i malvagi dalmata di questa pellicola si riscattano non dando al personaggio nessun vero motivo per odiarli. Nel complesso un film che mi è piaciuto molto ma che a mio avviso tenderebbe a un sequel diverso.

Recensione di Biohackers

Ultimamente su Netflix mi sto imbattendo in serie che mi lasciano davvero perplessa. Qui siamo in Germania, i protagonisti bellocci e brillanti dibattono tra loro come scienziati navigati pur essendo semplici matricole, in un’università che vorrebbe studenti già imparati. Tutto questo comunque seppur rompa in mille pezzi la sospensione d’incredulità non è nulla a confronto dell’evolversi delle vicende, improbabili, assurde e allucinanti in un crescendo che raggiunge l’apoteosi nel finale di stagione. Io non sono una scienziata e mi sembra assurdo già così, mi piacerebbe sapere che ne pensa un vero scienziato. Mettendo da parte l’effetto del comico paradosso che ha reso la visione perlomeno divertente, sconsiglio vivamente la serie. La fantascienza non è inventare storie improbabili e assurde, ma creare plausibilità in qualcosa che ancora non esiste. Questo tipo di prodotto rovina l’immagine del genere, che se ben fatto può essere appassionante e illuminante.