La Trilogia della città di K – Recensione di una grande opera che non consola

La Trilogia della città di K, scritta da Ágota Kristóf, racconta la vita di due gemelli nati durante il periodo della Seconda guerra mondiale. Non vi sono riferimenti precisi né ai luoghi né ai tempi: sappiamo solo che la città di K è una città di frontiera, colpita dalla guerra non direttamente, ma di riflesso. Benché molto più crudo e psicologico, questo romanzo mi ha richiamato le sensazioni provate leggendo La solitudine dei numeri primi. È un’opera ben scritta, soprattutto per l’evoluzione del linguaggio e dei dettagli, che segue un crescendo significativo. Nel primo libro si procede per sottrazione: più si toglie, più i personaggi sembrano forti e adattivi, nonostante siano solo bambini. Eppure, nel proseguire del racconto, è proprio il non detto a ferire di più. Ho trovato alcune parti plausibili, soprattutto nell’ultimo volume; tuttavia è un romanzo che non consola. I vinti diventano protagonisti e le loro ferite interiori sono talmente profonde da non poter essere sanate. Nella vita reale, talvolta, accade lo stesso: molti scelgono una routine certa, anche se tossica, piuttosto che un cambiamento incerto. Personalmente non cerco questo tipo di realismo nella narrativa, anche se comprendo che possa piacere. Condivido la scelta di mettere al centro personaggi spezzati, fragili, talvolta perversi e prevalentemente ambigui; tuttavia, nella letteratura io sono alla ricerca della speranza. Non nel negare il dolore, ma nell’attraversarlo senza perdersi. La vita, in certe circostanze, è già abbastanza spietata. La narrativa, per me, dovrebbe anche ispirare. È una mia visione. Una lettura disturbante ma di altissimo livello, che fa riflettere molto. La sconsiglio però a chi sta attraversando un periodo di particolare fragilità.

Quando una storia smette di essere solo tua

La passione per le storie, e in particolare per la fantasia, abita in me da sempre.
È una presenza silenziosa ma costante, qualcosa che cresce con te e che, a un certo punto, chiede spazio. Per questo riuscire a portare allo scoperto uno dei tanti mondi che mi abitano, con i suoi personaggi, mi emoziona profondamente e, allo stesso tempo, mi spaventa un po’. Perché, anche quando non è la tua storia, dentro ciò che scrivi c’è sempre molto dell’autore. Soprattutto all’inizio. Soprattutto quando non sei ancora un ingranaggio commerciale ad alto funzionamento, chiamato a sfornare uno o due romanzi all’anno come fossero barrette di cioccolato.
Arrivare a quel punto è, senza dubbio, un grande traguardo. Forse io non ci arriverò mai. Ma il principio, spesso, è un lusso. In questo caso, per me, il lusso è stato abitare questa storia. Restarci dentro il tempo necessario, senza forzarla, fino a quando non è stata pronta a spiccare il volo. Alcune storie hanno bisogno di silenzio, di pazienza, di essere ascoltate prima ancora che scritte. Oltre la magia è nata così. Per volare davvero lontano, però, una storia non può restare chiusa. Ha bisogno di tanti occhi, tanti cuori e tante menti. Ha bisogno di essere scoperta, attraversata, interpretata. Di diventare altro rispetto a ciò che era solo per chi l’ha scritta. Potrei raccontarvi come è nata, cosa significa per me, quanto mi somiglia. Potrei parlare dei suoi personaggi, dei temi che mi stanno a cuore, delle domande che mi hanno accompagnata durante la scrittura. Ma questo non è il mio momento. È il suo.

Lasciatevi incantare dal lato magico del mondo, quello che spesso nasconde cose stupefacenti proprio davanti ai nostri occhi.
Non siate scettici come Harper. Oppure siatelo, ma non dite di no a un’amicizia, a un nuovo amore o a un libro di un genere diverso da quello che scegliete di solito. A volte basta poco per restare sorpresi.

Ora però non è più il tempo delle spiegazioni. Questa storia non mi appartiene più del tutto e le auguro di arrivare lontano, di essere scoperta, abitata da altri sguardi, letta senza fretta.
Oltre la magia è disponibile da oggi online su Amazon (formato digitale o cartaceo) e ordinabile in tutte le librerie.

Buona lettura!

Recensione Cassandra

Cassandra è una serie TV tedesca che racconta la storia di una famiglia che si trasferisce in una casa particolare: la prima abitazione domotica degli anni ’80. La famiglia è composta da quattro membri: Samira, David e i loro due figli, Fynn e Juno. Quando Fynn individua un guasto nel sistema e riesce a ripararlo, la casa si riattiva, riportando in funzione Cassandra, l’assistente virtuale. Inizialmente, nonostante qualche titubanza, la famiglia apprezza la sua presenza in forma robotica e le sue avanzate funzionalità domotiche. I più entusiasti sono David e la piccola Juno, che instaurano subito un rapporto positivo con l’IA. Tuttavia, con Samira il comportamento di Cassandra è diverso: la giudica costantemente, la critica e la mette sempre più in difficoltà, provocando incidenti che vengono attribuiti alla donna. Quella che sembrava un’innovazione affascinante si trasforma gradualmente in un incubo, con un crescendo di tensione che mette in discussione i ruoli familiari e le percezioni della realtà. La serie non si limita a esplorare l’impatto inquietante della tecnologia: si spinge oltre, rivelando che Cassandra non è una semplice intelligenza artificiale. Questo colpo di scena introduce un confronto tra due epoche e solleva riflessioni psicologiche profonde. L’aspetto che mi ha colpito di più è proprio la storia di Cassandra, una donna che, nel tentativo di essere una madre perfetta e devota alla famiglia, finisce per raccogliere solo dolore e frustrazione. La sua esistenza si trasforma in una prigione personale, dove il senso di colpa e la rabbia si alimentano a vicenda. Una serie ben fatta, intensa e ricca di spunti di riflessione, che merita assolutamente di essere vista.

Letture estate 2024

In questi mesi estivi mi sono dedciata alla lettura di tre romanzi completamente diversi tra loro.

Il primo, “Miss Foley e il dottor Ballard” di Rebecca Quasi (autrice self) . È ambientato nel passato e racconta la complicata storia d’amore tra una giovane ragazza con poche risorse economiche, ma grandi qualità personali, e un eccentrico medico di periferia. Il secondo romanzo, invece, è di un’autrice più nota, Alice Basso, e si intitola “Il morso della vipera” (romanzo scelto dal mio gruppo di lettura per l’estate). È ambientato nel primo dopoguerra e narra la storia di una ragazza in quel periodo storico, esplorando il suo rapporto con il lavoro, la letteratura e l’amore. L’ultimo romanzo, invece, di genere completamente diverso, è un’opera di fantascienza intitolata “L’ultima battaglia” scritta dal giornalista Aldo Maria Valli. Racconta dell’involuzione della religione cattolica, fino al punto di una ritrovata verità, ormai perduta tra le pieghe del tempo e della tecnologia.Per la prima volta mi trovo a fare una recensione collettiva, poiché nessuno dei tre romanzi mi ha colpito particolarmente.

Il primo, Miss Foley e il dottor Ballard alla lunga, si è rivelato davvero tedioso, irrealistico e scontato. Prolunga inutilmente l’inevitabile e costruisce un dramma amoroso basato sul nulla. Nel complesso un romanzo che anche se ben scritto rivela profondi vizzi di trama e intrdouce elementi del tutto fiabeschi e per nulla probabili.

Il romanzo della Basso, Il morso della vipera è sicuramente il migliore dei tre, ma l’epilogo netto, da episodio di una serie TV, non mi ha convinto. In un romanzo credo si debba almeno tentare l’autoconclusione. Il punto di forza del testo è la ricostruzione storica del periodo, anche se il tipo di scrittura, per quanto scorrevole, risulta a tratti bizzarro e un po’ snervante, con paragoni anacronistici che, sebbene possano essere utili al lettore, spesso diventano ridondanti.Inoltre, la trama è piuttosto debole, basata su motivazioni superficiali e sviluppata attraverso eventi improbabili.

L’ultimo romanzo che ho letto, intitolato “L’ultima battaglia“, è un’opera stranissima. L’autore denuncia il progressivo lassismo della Chiesa cattolica verso la tolleranza interreligiosa, considerata in una luce negativa e descrive la via verso la fine della fede, con una forte nostalgia per il latino e per certi dogmi vetusti. Interessante la ricostruzione futuristica e scorrevole la scrittura, ma non condivido la morale un po’ astratta e contorta che l’autore cerca di trasmettere. In particolare, non mi è chiaro come possa essere possibile che, mentre le altre religioni rimangono invariate, quella cattolica non possa fare lo stesso. Se si fosse trattato di una religione universale unica, avrebbe avuto più senso. Inoltre, l’avvento dell’edonismo, in cui “l’uomo è Dio”, c’è già stato con il mito del superuomo di Nietzsche, quindi non capisco quale sia la novità in questa distopia terrificante. I protagonisti sono una coppia omosessuale, il che mi è sembrato positivo, se non fosse che poi l’autore li sottopone a sofferenze inimmaginabili. Infine, il motto “Dio non osi separare ciò che l’uomo unisce”, sintesi del degrado totale della Chiesa, non mi trova del tutto in disaccordo, poiché credo che l’uomo debba smettere di usare la religione come strumento divisivo e come scusa per fare del male e prevaricare il prossimo. Se ogni uomo di fede perseguisse davvero i valori di pace e amore previsti dalle varie religioni, allora sì che ci sarebbe un a vera rivoluzione. Ma certo, questa è un’altra storia; questa sì che è fantascienza.

Nel complesso pertanto un esatate letteraria fiacca. Speranzosa di imbattermi in letture migliori nei prossimi mesi.

Recensione One Day

One Day è un film del 2011 diretto da Lone Scherfig, che vede come protagonisti Emma e Dexter, interpretati rispettivamente da Anne Hathaway e Jim Sturgess. I due sono molto diversi: Emma è intelligente, sveglia e sagace, ma non particolarmente attraente, mentre Dexter è un bel ragazzo cresciuto in una famiglia abbiente a cui sembra venire facile ogni cosa senza il minimo sforzo. Emma aveva già notato il ragazzo in giro per il campus ma non voleva essere l’ennesima conquista usa e getta poiché per lui provava sin dal principio dei sentimenti. Dexter, dal canto suo, si stupisce che la ragazza non si conceda a lui come hanno sempre fatto tutte le altre e trova la cosa bizzarra e curiosa. I due conseguono entrambi una laurea umanistica che non garantirà a nessuno uno sbocco lavorativo. Dexter non sembra minimamente preoccuparsene e inizia la sua vita da adulto con dei viaggi in Europa. Emma, invece, si scontra subito con la durezza della realtà non avendo le spalle coperte dalla sua famiglia e si ritrova a lavorare in uno squallido fast food messicano. Nonostante le loro differenze, tra i due nasce una sincera amicizia benché entrambi provino una forte attrazione reciproca. Dexter, tuttavia, non è pronto per una relazione seria; essendo un narcisista patologico, lui ama solo se stesso e la sua vita esagerata. A dispetto delle scelte sbagliate, le cose sembrano andare meglio a lui, mentre Emma consegue risultati mediocri. La durezza della vita, però, inizia a trapelare anche nella realtà dorata di Dexter e le cose inizieranno a ribaltarsi. Ho trovato questo film particolare e romantico, ma anche molto triste. Ricorda che la vita non è eterna, che certe scelte sbagliate si pagano ma che si può sempre ricominciare, anche se il destino può essere crudele e che in certe situazioni sembra impossibile trovare la forza per andare avanti.