Recensione di Alice in Borderland

Alice in Borderland è una serie fantastica diretta da Shinsuke Sato, basata sull’omonimo manga scritto e disegnato da Haro Asō. La serie racconta le vicende di Arisu, un ragazzo insoddisfatto della sua vita e dei suoi amici che si ritrovano improvvisamente nella loro città, ma senza i suoi abitanti. Dopo un primo momento di euforia, scoprono che in questa realtà è necessario superare dei giochi cruenti e difficili, dove la posta in gioco è proprio la loro vita. Non è il genere di serie che amo guardare, poiché eccessivamente violento e splatter; tuttavia, mi ha sorpreso la profondità e l’acutezza con cui il regista, in un contesto così insolito, analizza i suoi personaggi. Benché alcuni appaiano solo brevemente, la serie riesce a tracciare ritratti psicologici intensi e significativi, lasciando un’impressione duratura in poche, ma incisive sequenze narrative. Vi è una forte tendenza all’epicità che, sebbene possa essere affascinante, a volte sfocia nell’esagerazione. Questo elemento si somma a una struttura narrativa che, per quanto avvincente in alcuni passaggi, risulta ripetitiva. La sensazione è che il messaggio centrale della serie, la riscoperta di sé e il valore della vita attraverso i giochi, avrebbe potuto essere efficacemente condensato in una singola stagione, senza perdere in intensità o significato. L’epilogo, benché scontato, ha il merito di chiudere il cerchio, fornendo allo spettatore una spiegazione abbastanza plausibile. In conclusione, non posso dire che la serie mi sia piaciuta, né di condividere il punto di vista del suo ideatore. Non credo affatto che le persone mostrino la loro vera natura in situazioni tipo quelle descritte di forte stress psicofisico infatti, in questo ambiente si trovavano a loro agio personaggi fortemente disturbati, psicopatici o sociopatici, già in partenza potenziali killer o già tali. Non vedo pertanto una vera utilità in un viaggio dell’eroe così strutturato. Alla luce di queste considerazioni, quindi, non ne consiglierei la visione, ma ammetto che ci sono serie peggiori.

Recensione Chiamatemi Anna

Chiamatemi Anna” è una serie TV canadese distribuita dalla piattaforma Netflix, ispirata al romanzo di Lucy Maud Montgomery “Anna dai capelli rossi”, sotto la regia di Moira Walley-Beckett. Attualmente sono disponibili tre stagioni che raccontano la storia di Anna, orfanella singolare, con una fervida immaginazione e molto chiacchierona. Nel pilot, Anna è finalmente in viaggio verso una famiglia che la vorrebbe prendere con sé, ma le cose iniziano nel peggiore dei modi. I suoi nuovi genitori, i fratelli Matthew e Marilla Cuthbert, avevano fatto richiesta per un maschio. La spumeggiante Anna, però, con i suoi modi drammatici e plateali, è una ventata di novità nella realtà dei Cuthbert e, a suo modo, conquista dapprima Matthew e poi Marilla. Nella serie vengono trattate in maniera delicata ma convincente tantissime tematiche: la questione del bullismo e della discriminazione che colpisce orfani, poveri, donne nubili, persone di etnie e culture diverse. Benché la storia di per sé sia molto edulcorata, le tematiche sono ben discusse e i personaggi ben delineati. Magistrale è la ricostruzione dei luoghi e dei costumi. Guardando questa serie si può immaginare un mondo più buono, dove la speranza ha ancora un senso e benché parecchie cose siano irrealistiche, va bene così poiché ogni tanto è bello lasciarsi andare all’immaginazione, come direbbe anche Anna.

Recensione Un professore

“Un professore” è una serie TV italiana diretta nella prima stagione da Alessandro D’Alatri e nella seconda da Alessandro Casale. Racconta la storia di Dante, un professore di filosofia. Dante è un professore anticonformista e prende molto a cuore la sorte dei suoi studenti, soprattutto di quelli più in difficoltà che solitamente vengono abbandonati dal sistema scolastico. Dante è interpretato da Alessandro Gassmann, che porta con sé il suo grande talento di attore e la sua bella presenza. Le partner femminili sono diverse, poiché il personaggio è un abile seduttore, restio ai legami stabili. Tuttavia, la serie vuole indirizzare Dante sulla retta via e la sua comprimaria principale è interpretata da Claudia Pandolfi nel ruolo di Anita. In questo ruolo, la Pandolfi mi è piaciuta molto e credo che i due abbiano un’ottima sinergia. Il cast preso singolarmente è ben scelto, inclusi Nicolas Maupas e Domenico Cuomo, già noti per la serie “Mare Fuori”. La storia, tuttavia, benché tratti temi anche molto pesanti, è leggera e alla fine è come una fiaba moderna dove ogni cosa finisce per il meglio. Sarebbe fantastico nella vita essere tutti così belli e buoni e soprattutto non scontare mai le conseguenze delle proprie azioni come capita prima o dopo a tutti i personaggi. Nel complesso, la serie si fa guardare e va bene per staccare dalla bruttura della realtà.