The Beauty: quando la bellezza diventa una malattia (recensione serie tv)

In questa recensione di The Beauty ti parlo della trama, del significato e della mia opinione su una serie disturbante e riflessiva, che mescola body horror, critica sociale e ossessione per l’aspetto.

The Beauty serie tv recensione

Introduzione

The Beauty è una serie statunitense diretta da Ryan Murphy, (noto per titoli di successo come American Horror Story) e Matt Hodgson.

I primi episodi, ambientati in Italia – meta iconica per il lusso e il design – creano subito un contrasto efficace tra estetica e inquietudine, sposandosi perfettamente con la trama.

🧬 The Beauty: trama della serie

La serie si apre come un giallo. Due detective, occasionalmente amanti, si trovano a indagare su una serie di morti misteriose.

Le vittime sono donne molto belle che improvvisamente diventano aggressive, sviluppano un bisogno ossessivo d’acqua e finiscono per esplodere letteralmente.

Un inizio splatter d’impatto, che affianca fin dalle prime scene il sublime e il disgustoso.

Si scopre presto che le morti non sono casuali, ma rappresentano la fase terminale di una misteriosa malattia.

Dietro tutto questo c’è un potente miliardario, Byron Forst, interpretato dopo la mutazione da Ashton Kutcher. Byron è un mostro benché non non ne abbia l’aspetto. Cinico, crudele, sanguinario, narcisista e privo di empatia. La Beauty è un siero da lui commissionato capace di sconfiggere malattie, invecchiamento e imperfezioni estetiche che rappresenta per lui la svolta definitiva dei suoi affari e un bussines senza pagaragoni.

Il significato della Beauty: cura, ossessione o condanna?

L’idea alla base della serie è affascinante e disturbante.

La Beauty sembra inizialmente una promessa di perfezione, ma si rivela presto qualcosa di molto più pericoloso: un virus potente e imprevedibile, trasmissibile attraverso i fluidi corporei.

Non si tratta quindi di una semplice cura, ma di una trasformazione biologica incontrollabile, che mette in discussione identità, desiderio e paura.

🎬 The Beauty e The Substance: il confronto

Dopo aver visto The Substance, The Beauty può perdere un po’ di originalità sul piano dell’idea di partenza.

Tuttavia, l’originalità non è tutto. Nel complesso preferisco questa serie, perché prova davvero a spiegare cosa sta succedendo e analizza l’ossessione per l’aspetto attraverso diversi punti di vista, generi e contesti sociali.

Se The Substance è una brochure, The Beauty è il romanzo.

🎭 Cast e interpretazioni

Ho apprezzato moltissimo l’interpretazione di Ashton Kutcher nel ruolo di Byron Forst. Abituata a vederlo in commedie leggere, qui offre una prova sorprendente, mostrando una personalità oscura e complessa.

Intensa la storia d’amore tra i due agenti , interpretati da Evan Peters e Jessica Alexander.

🎯 Opinione finale su The Beauty

I primi episodi mi avevano incuriosita, ma non mi stavano convincendo del tutto. Dopo il quarto episodio la serie evolve, acquista profondità e riesce a coinvolgere davvero.

Nel complesso è una serie ben fatta, che fa riflettere su quanto l’idea della bellezza possa condizionare le nostre scelte, spingendoci anche verso decisioni dolorose ed estreme… anche quando non sarebbe necessario.

🪶 Chiusura

The Beauty è una serie imperfetta ma potente, capace di trasformare la bellezza in qualcosa di ambiguo, seducente e profondamente inquietante.

Dal libro alla serie: Tell Me Lies racconta il narcisismo con due voci diverse

Tell Me Lies è un romanzo scritto da Carola Lovering e racconta la relazione tormentata tra Lucy e Stephen durante il periodo del college e negli anni immediatamente successivi. Dal libro è stata tratta anche una serie TV, disponibile su Disney Plus, sviluppata da Meaghan Oppenheimer. Il romanzo è molto ben scritto e scorrevole. L’autrice è stata molto brava nell’evidenziare la personalità narcisistica di Stephen e le varie ossessioni di Lucy, affrontando il tema dell’anoressia e della depressione in maniera delicata e rispettosa. Un altro aspetto che mi ha colpito è l’analisi quasi antropologica della realtà universitaria, con la denuncia di quella che sembra essere una bolla tossica, in cui il divertimento coincide con l’abuso di alcol, droghe, farmaci e sesso. Nel complesso, però, tutte le vicende si risolvono in un fluire abbastanza armonioso, quasi fosse un percorso obbligato. Credo invece che non sempre vada così: anzi, ci possono essere conseguenze molto gravi, e certi tipi di condotta, da sempre considerati cool, andrebbero decisamente rivisti. Nel testo, paradossalmente, l’unico personaggio che muore è uno dei pochi che non fa uso né di alcol né di droghe. Il cuore del romanzo, però, è l’analisi della personalità narcisistica maschile, incarnata molto bene da Stephen, che alterna la narrazione con Lucy. Facendo un raffronto tra i due, è evidente come lui sia, nei fatti, una persona estremamente egoista, inconsapevole dei suoi problemi e destinato a non evolvere mai dal punto di vista emotivo e relazionale, nemmeno dopo il college, riproponendo gli stessi schemi manipolatori all’infinito, senza alcuna intenzione di cambiare, in una sorta di consumismo relazionale. Lucy, invece, ha un’evoluzione importante: riesce, a suo modo, a venire a patti con i suoi demoni e a uscire da questo percorso più forte e matura. Questo finale, benché ottimistico e denso di speranza, è un po’ troppo naive per i miei gusti — e evidentemente non solo per me, visto che il regista della serie ha modificato molte cose, in primo luogo proprio il finale, che invece di chiudere la storia apre a un possibile continuo, cosa che il romanzo non fa, chiudendo in maniera abbastanza netta. Nel libro viene citato un fatto molto grave che coinvolge Stephen, con la funzione di dimostrare fino a che punto il ragazzo sia privo di una vera coscienza morale. Tuttavia, questo espediente viene gestito piuttosto male nel romanzo, mentre nella serie viene messo al centro in un contesto più credibile. Un altro elemeno ben evidenziato nella serie TV ma meno nel romanzo, è il modo in cui chi ha a che fare con un narcisista possa progressivamente cambiare in peggio, diventando a sua volta più crudele, insensibile o manipolatorio. Questo nella serie si vede chiaramente: Lucy compie atti cattivi anche nei confronti delle sue amiche, fino a diventare, in alcune situazioni, quasi carnefice. Nel libro, invece, pur avendo anche lei dei comportamenti discutibil, il focus rimane sulla sua evoluzione personale. Nella serie, invece, questa crescita viene meno: non c’è una vera evoluzione, nemmeno da parte di Lucy, che da vittima finisce per perpetuare a sua volta dinamiche tossiche, alimentando così un circolo vizioso. Questo è, di fatto, uno dei pochi casi in cui, pur avendo nel complesso apprezzato la lettura, ho trovato più avvincente la serie TV.