Intervista col vampiro: quando il confronto non fa paura

L’idea di realizzare una serie su Intervista col vampiro mi è sembrata, in prima battuta, quasi un peccato di superbia, poiché per gli appassionati il confronto con il capolavoro di Neil Jordan è inevitabile. Anne Rice ha il merito di aver reso il vampiro non solo un mostro, ma una creatura crepuscolare complessa, condannata a uccidere ma anche a soffrire, fragile e più umana di quanto vorrebbe. Non è infatti nella dicotomia tra bene e male che li identifichiamo, ma negli spazi vuoti, negli errori, nei traumi e nella fragilità. Rolin Jones lo ha capito bene e ha saputo dare nuova linfa a questa storia immortale. La scelta più riuscita è senza dubbio il cast, in particolare quella di Sam Reid come interprete di Lestat. Non era impresa facile superare la performance di Tom Cruise, ma Reid non solo riesce nell’intento, a mio avviso lo eclissa, donando al personaggio una profondità nuova e un magnetismo straordinario. Jacob Anderson è credibile e più attuale rispetto al Louis di Brad Pitt e, in parte, lo preferisco. Uno dei personaggi che ha sofferto maggiormente è quello di Claudia, resa adolescente. In quell’epoca, a quell’età si era già considerati adulti: si lavorava e alcuni venivano persino mandati al fronte. Questa Claudia, infatti, per un periodo vive persino da sola. Sebbene l’interpretazione di Bailey Bass nella prima stagione mi abbia convinta, dopo il cambio con Delainey Hayles (che non appare affatto una ragazzina, né nell’aspetto né nei modi) ho provato nostalgia per l’interpretazione di Kirsten Dunst. Un’altra grande delusione è stata Assad Zaman nel ruolo di Armand. Antonio Banderas, pur avendo avuto uno spazio narrativo molto breve, resta impresso; Zaman, che invece ha a disposizione un arco molto più ampio, risulta piuttosto spento e non riesce a dare pieno lustro al personaggio. Daniel Molloy, che nel romanzo e nel film era soprattutto un pretesto narrativo, qui diventa centrale e parte integrante della trama, acquisendo uno spazio forse eccessivo e non del tutto necessario. Degno di nota è invece Ben Daniels nel ruolo di Santiago: potente, crudele e affascinante, anche se più maturo rispetto al resto del cast, secondo solo a Sam Reid. La serie, però, non è solo una questione di cast. La riscrittura della trama ha un peso importante e arricchisce la storia affrontando temi di grande attualità come l’amore tossico, il razzismo e l’omosessualità, ovvero la diversità declinata in molteplici forme. Intervista col vampiro riesce nell’impresa più difficile: rispettare un mito senza rimanerne prigioniera. Non sostituisce il film di Neil Jordan, né potrebbe farlo, ma lo affianca con intelligenza e coraggio, trovando una propria voce. Nel farlo dimostra che alcune storie, se raccontate con consapevolezza e rispetto, possono davvero essere immortali.

Recensione di Intervista col vampiro

Intervista col vampiro è il primo romanzo della saga Le Cronache dei Vampiri scritto da Anne Rice negli anni ’90. Nel 1994 Neil Jordan ha realizzato un film tratto dal testo, sfruttando un cast a dir poco stellare. Il libro racconta la storia di Louis proprietario di una vasta piantagione, Pointe du Lac. Il giovane ancora umano, dilaniato dal senso di colpa a causa della morte prematura del fratello minore, cade in una sorta di depressione esistenziale. In questa fase incontra Lestat de Lioncourt, un vampiro, che per motivi d’interesse prevalentemente economico lo trasforma in una creatura della notte. I due non vanno molto d’accordo ma si sopportano a vicenda, Lestat tiene in pugno Louis millantando segreti sulla natura dei vampiri che il giovane ignora; quando le cose precipitano e Louis tenta di emanciparsi da Lestat entra in gioco un nuovo intrigante personaggio, la piccola Claudia. La scrittura dell’autrice è ricercata, a tratti pomposa e artificiosa, il che da un lato va a beneficio del realismo, essendo il protagonista nato in un epoca diversa, ma dall’altro spesso appesantisce il testo. La narrazione stile intervista dopo un pò diventa monotona e monodimensionale, mentre il personaggio di Louis lo trovo ipocrita, triste e deprimente, incapace di catturare la mia simpatia. In generale potrei dire che mi ha deluso come ne esce la figura del vampiro che nel mio immaginario si avvicina più ai vampiri creati nel 2001 da Charlaine Harris in True Blood. Per la Race il vampiro modello è praticamente asessuato, si parla di amore solo in maniera platonica, come se il sesso fosse più scabroso dell’omicidio. Non c’è passionalità, solo una vita apatica che porta inevitabilmente al tracollo e al desiderio di morte. Il mio ovviamente è solo un punto di vista e non ho intenzione di screditare il lavoro dell’autrice, buono sotto altri punti di vista, come quello della ricerca storica, non esageratamente minuziosa ma abbastanza realistica da rendere le vicende plausibili. Posso affermare di essere cresciuta con il mito di questa autrice, quindi l’aspettativa che avevo era forse eccessiva. Personalmente amo molto la letteratura gotica a tema vampiri e soprannaturale. In Italia questo come altri generi non sono presi seriamente poichè la narrativa fantastica viene considerata infantile. Scrivere un romanzo di questo tipo invece è complicato, poichè presuppone una conoscienza storica di usi e costumi di diverse epoche e un serio lavoro di studio e ricerca preliminare. La Race ha il pregio, come Bram Stoker, di aver scritto un testo solo sui vampiri senza fare un melting pot di esseri sopranaturali come hanno invece fatto altri autori.