Fallout: tra controllo e libertà, il prezzo di scegliere

Fallout è una serie TV americana distribuita da Amazon Prime Video, creata da Jonathan Nolan e Lisa Joy. Si ispira all’omonimo videogioco e immagina una realtà alternativa alla nostra in cui, dopo il 1945, la Guerra Fredda degenera in guerra nucleare, distruggendo il mondo come lo conosciamo. Prima dell’apocalisse, la società Vault-Tec costruisce i Vault, rifugi sotterranei dotati di tecnologie avanzatissime, con l’obiettivo dichiarato di preservare la specie umana. Ogni Vault è guidato da un leader che decide come gestire la comunità e garantire la sopravvivenza. Duecento anni dopo i tragici eventi bellicci conosciamo Lucy MacLean. Lucy è un abitante del Vault 33, un microcosmo apparentemente perfetto dove la violenza è quasi inesistente e la gentilezza sembra la norma, anche se tutto appare un po’ forzato. Suo padre, Hank MacLean è il sovraintendente del Vault e rappresenta per Lucy un punto di riferimento morale e affettivo. La routine statica e prevedibile del Vault viene interrotta bruscamente da un attacco ben congegnato dei predoni del mondo in superficie, che si pongono come obiettivo il rapimento proprio del padre di Lucy. La ragazza, che ha con lui un legame molto profondo, decide, anche contro il parere degli altri residenti del Vault, di uscire in superficie per salvarlo. Lucy scoprirà ben presto che il mondo in superficie è molto diverso dal luogo in cui è cresciuta: tutto è violento e precario. Venuti meno i presupposti della società civile, l’unica legge che sembra valere è quella della sopravvivenza. La serie alterna colpi di scena, personaggi criogenizzati che riemergono dal passato per tirare le fila come burattinai e rivelazioni che mettono in discussione tutto ciò che Lucy credeva di sapere. Da un punto di vista logico e scientifico, la storia non è plausibile sotto diversi aspetti: vengono messe in scena tecnologie super avanzate che sfidano la scienza e che non possediamo nemmeno oggi, pur muovendosi in un’estetica retrò fatta da computer che sembrano usciti da un vecchio catalogo Olivetti. Solitamente questo tipo di incoerenza mi disturba molto, ma nel caso di Fallout è andata diversamente. Credo che il motivo dipenda dal fatto che la lettura della serie debba essere più filosofica che scientifica. L’idea alla base della serie è che, anche se l’umanità avesse tutti gli strumenti per vivere in pace, le lotte per il controllo e per il potere finirebbero comunque per prevalere. Un sistema di pura anarchia tuttavia non può reggere, ma anche un sistema opposto, totalmente regolato e controllato, annullerebbe l’essenza stessa dell’umanità. Lucy, interpretata in maniera molto convincente da Ella Purnell, intraprende un vero e proprio viaggio iniziatico che la poterà a scopire che la vita è molto più complessa di come l’era stata insgegnata e che le cose non possono essere semplicemente bianche o nere. Nel complesso è una serie che ho apprezzato e consiglio, sebbene abbia trovato il finale della seconda stagione troppo denso e confusionario. Spero venga rinnovata per una terza stagione, così da chiarire ciò che ancora resta confuso e sospeso.

Il racconto dell’ancella

Il racconto dell’ancella è una serie televisiva statunitense del 2017, ideata da Bruce Miller e basata sul romanzo omonimo del 1985 dell’autrice canadese Margaret Atwood. Racconta la storia di June Osborne in un futuro distopico recente in cui in una parte dell’America prende il potere una perversa setta religiosa che fonda la Repubblica di Gilead. In questa area vigerà un regime totalitario e teocratico basato al bisogno sui testi del vecchio testamento. Un posto da incubo dove le donne vengono messe ai margini della società e suddivise in quatto gruppi: le mogli, le marte, le zie e le ancelle. Le mogli sono le padrone di casa, ma in quanto donne non possono leggere nè lavorare: il loro compito è gestire la casa e in particolare il loro personale non retribuito. Le marte sono delle domestiche a 360 gradi che si occupano di tutte le faccende. Le ancelle, come la protagonista, sono delle madri surrogate che vengono inserite nelle famiglie che non riescono ad avere figli e hanno rapporti non consensuali con il padrone di casa al fine di restare incinte e avere un figlio per conto della famiglia ospitante. Le zie hanno il compito di formare le ancelle, con metodi crudeli e spietati, incluse mutilazioni al fine di scoraggiarne fughe o comportamenti indesiderati. In questo futuro la razza umana si sta estinguendo e Gilead si è posta l’obbiettivo di ripopolare il mondo grazie a questo sistema estremanete maschilista e frugale. Gilead afferma che la colpa di questo stop demografico è delle donne che hanno perso di vista il loro scopo e pertanto per salvare l’umanità è necessario tornare alle origini. Oltre a rapire donne “fertili” per farne delle ancelle il regime ha anche rapito i bambini che le donne già avevano assegnandoli arbitrariamente ad altre famiglie devote alla causa. June viene rapita assieme alla figlia e da quest’ultima separata per essere inviata al centro rosso, dove zia Lyda avrà il compito di formarla come ancella. La storia inizia quando June, ribattezzata Dfred, viene assegnata alla famiglia Waterford, una delle più in vista poichè tra le ideatrici di Gilead. I coniugi sono molto crudeli e manipolitavi e faranno di tutto per far sì che June dia loro un figlio.Una serie molto ben fatta con un cast di primo livello, molto d’effetto la fotografia, alcune riprese sembrano opere d’arte. Brava Elisabeth Moss nel ruolo non semplice di June ma in questo caso non c’è nessun attore fuori luogo, mi sono piaciuti praticamente tutti. Credibili e spietati, ma anche contorti con momenti di debolezza, vulnerbilità e dolcezza, capaci di smorzare la rabbia dei loro aguzzini. Una storia dove benchè sia evidente chi siano i buoni e chi i cattivi, trapeli come traumi e violenze siano contagiosi al pari del peggiore dei tumori. Per coloro che amano il genere trattasi di un’ottima visione. Certo la sospesione di credulità viene un pò meno più la serie va avanti tale da renderla a tratti noiosa e ripetitiva ma comunque vale la pena di essere vista.

Recensione La Ruota del Tempo

La Ruota del Tempo è una serie tv statunitense creata da Rafe Judkins e basata sul romanzo fantasy omonimo scritto da Robert Jordan e Brandon Sanderson. In sintesi si può dire che in un regno magico è prevista la venuta di una sorta di messia, il Drago Rinato, la cui anima ritorna al mondo in un moto perpetuo. Questo fantomatico drago ha il compito di sconfiggere una potente forza del male, il Tenebroso, oppure unirsi a lui e distruggere il mondo. Un antico ordine di potenti maghe, le Aes Sedai, cerca di contrastare il Tenebroso impedendo così che trovi per primo il drago. L’impalcatura narrrativa è abbastanza articolata, ma nei fatti ci troviamo davanti la primordiale dicodomia fra bene e male. Il cast è giovane e poco magnetico, in particolare l’interpretazione di Rand al’Thor (Josha Stradowsk) non mi ha convinta per nulla. L’unico personaggio che a mio avviso cattura l’attenzione e tiene attaccati allo schermo è quello dell’Aes Sedai Moiraine Damodred (Rosamund Pike) e in parte anche quella di Daniel Henney nel ruolo di Al’Lan Mandragoran. Punto d’eccellenza le magnifiche location, i costumi e gli effetti speciali. A differenza di altre serie fantasy molto più zoppicanti (si veda ad esempio la recensione di Tenebre e Ossa) questa è capace di suscitare interesse e curiosità sulle stagioni successive e sui romanzi da cui è tratta.

Recensione The Ferragnez

The ferragnez più che una serie tv la definirei una sorta di documentario. Ho visto solo il primo episodio e l’ho trovato uno strano incrocio tra una puntata di Black Mirror e il Grande Fratello, capace di alternare emozioni che vanno dalla noia all’inquietudine. Chiara non ha inventato nulla, già nella corte del Re Sole l’ostentazione della ricchezza e il rendere pubblico ogni aspetto della vita dei reali era una forma di atto di potere. C’è da dire che Re Luigi XIV per fortuna dei sui sudditi non aveva Instagram e che i Ferragnez pur non essendo nobili rappresentano nei fatti l’aristocrazia moderna, pertanto stupirsi della superficialità dei contenuti della loro realtà è come meravigliarsi che il mare sia salato. Di interessante c’è l’evidente ribaltarsi dei ruoli al comando, in queste famiglia il potere è in mano alle donne, un fronte unito e determinato, mentre gli uomini sono pressapoco dei fantocci sullo sfondo. Se non altro la lotta femminista in questo caso a colpi di fard, piastra, rimmel e abiti firmati ha SUPER vinto. Non c’è comunque da stupirsi del successo di Chiara in una società edonistica come la nostra, in cui anche se si parla molto di comprendere le nostre fragilità, le persone non hanno tempo né voglia di profondità, ci si accontenta di vedere il bello che probabilmente non si potrà mai avere sognando una realtà SUPER in cui avere un figlio diventa un plus e la gestione delle problematiche comuni viene affidata a uno staff pronto ed efficiente. L’unico personaggio un po’ sarcastico in grado di attirare le simpatie del pubblico è Fedez che tuttavia ha indubbi vantaggi nella sua posizione, dopotutto per anni ci sono state le First Lady, Federico è il pioniere dei First Lord.