It Ends With Us: Quando il Dietro le Quinte Supera il film

“It Ends With Us” è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Colleen Hoover, diretto da Justin Baldoni. Racconta la relazione tra Lily Bloom, una giovane fioraia, e Ryle Kincaid, un ricco e affascinante neurochirurgo che nasconde un lato oscuro e pericoloso. Tuttavia, la realtà è che il dietro le quinte di questo film è molto più interessante del film stesso. Il paradosso più grande riguarda Blake Lively, la protagonista, che è stata vittima di molestie sessuali sul set di una pellicola che denuncia proprio la violenza nelle relazioni. A mio avviso, questa vicenda avrebbe meritato più attenzione, forse persino un film a sé stante. L’immagine pubblica di Blake Lively è stata inizialmente compromessa a causa della gestione della campagna promozionale. Personalmente, non trovo sbagliato il suo invito alle spettatrici a vestirsi come Lily Bloom: il personaggio è una figura positiva e tenace, un esempio che merita di essere seguito. Piuttosto, il tentativo di promuovere prodotti durante la promozione del film può sembrare discutibile, ma viviamo in un’epoca in cui tutto è un marketplace. Pertanto, trasformare Lively da una delle star più amate a una delle più odiate per questo motivo mi sembra esagerato.Quanto al film, la pellicola è decisamente debole. L’atmosfera ricorda vagamente Cinquanta sfumature di grigio, ma in una versione ancora più grigia e sfumata. È difficile empatizzare con i personaggi, e la storia non riesce a trasmettere il messaggio come dovrebbe.Uno dei difetti maggiori è la mancanza di una passione travolgente tra Lily e Ryle, che dovrebbe essere il motore della trama. La loro relazione sembra superficiale e priva di autenticità emotiva, poiché è evidente fin dall’inizio che Lily è ancora innamorata di Atlas, il suo primo fidanzato. Questo aspetto non solo toglie spessore alla storia, ma fa apparire la relazione con Ryle più come un ripiego temporaneo che come un legame significativo. Quando Atlas riappare quasi immediatamente, la trama sembra cercare una via troppo semplice per giustificare la separazione tra Lily e Ryle, rendendo il comportamento violento di quest’ultimo un espediente narrativo che fa uscire benissimo la protagonista da una relazione che non avrebbe voluto comunque. Il risultato è che la storia sembra forzata e poco credibile. Le relazioni abusive, nella realtà, sono molto più complesse e intrappolanti. Non sempre esiste una “via d’uscita” così chiara, né un salvatore perfetto come Atlas pronto ad accogliere la vittima. Questo banalizza il tema della violenza domestica, togliendogli le sfumature e la profondità necessarie per rendere il messaggio davvero incisivo. Per Lily Bloom tutto sembra risolversi troppo facilmente: una corsia preferenziale verso una vita migliore che nella realtà difficilmente esiste. Anche Ryle, pur rappresentando un personaggio negativo, esce dalla storia meno crudele di quanto ci si aspetterebbe in un film che affronta una tematica così forte. Questo lascia lo spettatore perplesso e insoddisfatto, con la sensazione che il messaggio non sia stato davvero veicolato. Un altro punto importante è che il film si concentra sulla violenza di genere, ma non riflette abbastanza sulla violenza in generale. La violenza è sempre sbagliata, a prescindere dal genere di chi la subisce o la infligge. Come vediamo nel film, gli atteggiamenti violenti di Ryle o del padre di Lily si estendono anche verso altri uomini, un aspetto che non dovrebbe essere accettato con leggerezza. Una persona con problemi di gestione della rabbia, uomo o donna che sia, rappresenta un pericolo per chiunque e necessita di cure.In definitiva, “It Ends With Us” fallisce nel rendere giustizia al messaggio che cerca di trasmettere, risultando un film debole e poco incisivo, che lascia lo spettatore con più domande che risposte.

L’amica geniale: tra amicizia tossica e emancipazione femminile

L’amica Geniale è una serie italo-statunitense diretta da Saverio Costanzo, ispirata all’omonima saga di romanzi scritti dalla misteriosa Elena Ferrante. Le trasposizioni cinematografiche o televisive tendono spesso a perdere carisma in termini di introspezione o complessità. In questo caso però, la potenza visiva e la ricostruzione storica danno merito a un lavoro che non ha bisogno d’altro per essere d’impatto. La cosa che mi ha colpito maggiormente della serie è l’ambiguità dei rapporti, in primo luogo quello tra le protagoniste, Lila ed Elena: un’amicizia tossica che a tratti salva e a tratti affossa, fatta di competizione e gelosia. I rapporti così descritti appaiono realistici e, sebbene non auspicabili, autentici nella loro complessità, tra luci e ombre. Centrale, più di ogni altro tema, è il ruolo della donna e la difficoltà dell’emancipazione, ostacolata da un patriarcato diffuso a tutti i livelli. Lo stesso patriarcato è talvolta occultato dal benessere economico o dallo status sociale, ma sempre presente nel segreto delle mura domestiche. Tossiche e difficoltose risultano anche le relazioni amorose e interfamiliari. La realtà immaginata per L’amica geniale è estremamente cruda e disturbante, non risparmiando tragedie di grande portata. Al contempo, però, alcune questioni sono state un po’ edulcorate, come la presenza della camorra, che appare marginale: credo che nella realtà il fascino ammaliatore di Lila avrebbe avuto ben poco potere contro la vera criminalità organizzata. Anche la carriera di autrice di Elena, facilitata più dalla posizione acquisita mediante matrimonio che dal merito, avrebbe probabilmente subito un arresto, considerando che la meritocrazia, come ben si evince, è più una fiaba che una realtà. La serie appassiona, soprattutto per il modo in cui evidenzia l’autosabotaggio delle protagoniste, che perseverano in scelte sbagliate nonostante il loro buon senso. Infine, per quanto riguarda la saga di romanzi, trovo discutibile la scelta dell’anonimato dell’autrice: in un panorama letterario come quello attuale, con l’avvento delle intelligenze artificiali, una dichiarazione come “I libri non hanno bisogno del loro autore; una volta scritti, non importa chi li ha scritti” appare rischiosa.

Cinema e Curiosità : Chi è Margaret Qualley?

Recentemente, il film The Substance ha fatto molto parlare di sé. Pur non considerandolo un capolavoro, riconosco che ci sono alcuni elementi interessanti, tra cui scene che resteranno iconiche per il loro forte impatto visivo. Il cast è decisamente valido, e la regista ha fatto scelte di inquadratura interessanti. Particolare attenzione è stata dedicata al personaggio di Sue, che incarna perfettamente il concetto di donna ideale: giovane, bella, sportiva e compiacente. L’attrice che la interpreta è Margaret Qualley. Ma chi è davvero?

Margaret è nientemeno che la figlia della celebre attrice e modella Andie MacDowell, e ha scelto di seguire le orme della madre. Non è però la prima volta che vediamo Margaret come protagonista.

Ha già interpretato ruoli significativi, come quello di una ragazza madre in difficoltà nella serie Netflix Maid e quello della seconda creatura umana creata dal Dottor Godwin in Povere Creature. Nonostante la sua giovane età (classe 1994), la Qualley vanta già una filmografia ricca, e la sua carriera sembra destinata a crescere ulteriormente.Tuttavia, mi chiedo: quanto ha inciso il fatto di essere figlia d’arte? Non intendo accusare Margaret di nepotismo, ma piuttosto riflettere su come talvolta la posizione in cui ci troviamo possa influenzare significativamente il nostro futuro, le nostre scelte personali e la nostra crescita.

E voi, cosa ne pensate?

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Hanno ucciso l’uomo ragno: il racconto di un sogno impossibile

Hanno ucciso l’uomo ragno è una serie italiana diretta da Sydney Sibilia che racconta l’ascesa verso il successo di Max Pezzali e Mauro Repetto. Le serie biografiche, soprattutto quando realizzate nel modo giusto, sono sempre molto interessanti perché rimuovono quel velo di mistero che separa la gente comune da chi ha raggiunto la celebrità. La storia degli 883 è particolarmente curiosa e avvincente, e Sibilia ha saputo affrontarla con ironia e genuinità, rendendo i due artisti ancora più amabili. Gli 883 sono stati la colonna sonora di moltissime generazioni di adolescenti, e celebrare il loro impatto è sicuramente doveroso. Il cast è ben selezionato, e la sceneggiatura è brillante, capace di alternare momenti emozionanti a situazioni leggere e divertenti. Leggendo qua e là, ho scoperto che la serie non è fedele al cento per cento alla realtà. Per esempio, il personaggio di Silvia non è mai esistito: è una sorta di ragazza ideale, un mix tra molte delle persone che Max ha incontrato nella sua vita. Questa scoperta mi ha lasciata un po’delusa, perché penso che molte abbiano sognato, almeno una volta, di essere la “ragazza” delle loro canzoni. Nei testi degli 883 si respira quell’amore tipico degli anni ’90: né troppo bigotto né eccessivamente spinto, un equilibrio che personalmente mi manca molto. Una sorta di devozione verso la donna e verso i valori importanti come l’amicizia. Ho adorato il personaggio di Cisco. La storia degli 833 inoltre è davvero ispirante. Poichè i due ragazzi di Pavia partono davvero dal nulla e riescono a realizzare il sogno impossibile di diventare cantanti. Il loro percorso tuttavia non è stato affatto semplice, ma determinazione, talento e quel pizzico di fortuna – che tutti speriamo di avere nella vita – li hanno portati al successo. Di recente è stato annunciato che la serie avrà una seconda stagione, un segnale di quanto il pubblico abbia apprezzato questa storia! E voi? L’avete già vista? Che impressione vi ha fatto? Raccontatemi cosa ne pensate e quali scene o aspetti vi hanno colpito di più!

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Le Origini di Cruel Intentions: Da Laclos a Oggi

Cruel Intentions è una serie TV prodotta da Phoebe Fisher e Sara Goodman, ispirata all’omonimo film del 1999. Tuttavia, le origini di questa storia sono molto più antiche, risalendo al romanzo epistolare Le relazioni pericolose di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, scritto nel 1782. Il fatto che ancora oggi ci ritroviamo a raccontare le stesse storie dimostra come, sebbene cambi la forma, la sostanza rimanga invariata. La promessa del “volere è potere” è spesso una favola, al pari di Babbo Natale e della Fata dei denti. Chi appartiene all’élite vi resta, mentre chi è fuori non può fare altro che osservare, se non essere vittima delle dinamiche di potere che si sviluppano tra i più privilegiati. La serie ambienta la storia in un campus universitario americano, con le confraternite al centro delle vicende. Questi gruppi, presentati come lobby di potere, raccolgono giovani rampolli di famiglie benestanti che, per noia, diletto o traumi irrisolti, si dedicano a giochi perversi di seduzione e manipolazione.Nel film del 1999, l’antagonista considerava l’amore la debolezza più grande, una visione condivisa dal fratellastro Sebastian. La serie tenta di ripercorrere queste dinamiche, ma lo fa con minor intensità. Non si comprende, ad esempio, il motivo dietro i video realizzati da Lucien (nuovo nome di Sebastian) per la sorellastra. Inoltre, gli otto episodi risultano a tratti noiosi e ripetitivi. A confronto, il film originale del 1999 è decisamente più incisivo, riuscendo a raccontare una storia molto più intensa in soli 97 minuti.Ho notato, inoltre, che, a dispetto del tempo che passa, la concezione maschilista non sembra essere mutata più di tanto, poiché, per quanto Lucien nel film possa sembrare depravato, il suo comportamento passa alla fine per “eroico”, mentre una ragazza nella stessa posizione, ancora oggi, non avrebbe la stessa sorte.Detto questo, mi sento anche di fare un richiamo al film d’epoca Le relazioni pericolose (1988), diretto da Stephen Frears, che si distingue per la sua fedeltà al romanzo originale e vanta un cast eccezionale: Glenn Close, John Malkovich e Michelle Pfeiffer regalano interpretazioni memorabili, conferendo al film intensità emotiva ed eleganza. Personalmente, tengo molto a questa recensione perché sono una fan di questa storia e delle sue innumerevoli reinterpretazioni. La trovo affascinante per la sua capacità di analizzare i giochi di potere e seduzione all’interno dell’élite, mostrandone il lato più oscuro e controverso. Vale la pena guardare questa serie, ma soprattutto esplorare le versioni precedenti per capire come, almeno nei film (o nei romanzi), la giustizia sembri vincere sempre, o quasi.

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