Eleanor Oliphant sta benissimo è l’esordio letterario dell’autrice scozzese Gail Honeyman, pubblicato nel 2017. Il romanzo ha ricevuto un’accoglienza straordinaria, vendendo milioni di copie ed essendo tradotto in numerose lingue. Il successo di un romanzo, soprattutto se si tratta di un esordio, è sempre un po’ misterioso, ma in questo caso credo sia meritato. Ho molto apprezzato il lavoro di Gail Honeyman, in particolare l’attenzione verso coloro che, senza colpa o responsabilità, non hanno avuto un’infanzia normale. Il romanzo sottolinea come, sebbene i bisogni primari siano essenziali, non siano sufficienti per vivere serenamente la propria realtà. Il personaggio di Eleanor è singolare: rigida e ferma nelle sue posizioni, vive in una routine perpetua tra lavoro e solitudine, una condizione molto attuale nella nostra società. Molti possono riconoscersi in lei. Inoltre, il fatto che il romanzo tratti così apertamente il tema degli abusi fisici e psicologici può offrire un sostegno a chi ha vissuto esperienze simili. Tuttavia, sono rimasta un po’ delusa dal finale, che appare eccessivamente fiabesco. Il passato di Eleanor è oscuro, ma meno inquietante di quanto l’autrice sembri suggerire durante la narrazione. Per questo motivo, pur trovandola una lettura godibile e utile, non lo considero un capolavoro. Il finale mi ha ricordato un dipinto ad acquarello che inizia con colori forti e intensi, per poi dissolversi in toni chiari e tenui, lasciando la sensazione che si voglia regalare la “rinascita” a tutti i costi.
Joker: Folie à Deux è il sequel di Joker. Benché entrambi siano stati realizzati da Todd Phillips, stiamo parlando di due film completamente opposti. Joker è un vero capolavoro, mentre il sequel è uno dei film più brutti, insensati e noiosi che abbia mai visto al cinema. In questi 150 minuti, il regista riesce a distruggere tutto ciò che di buono era stato fatto nel primo film, il che mi ha totalmente spiazzata, poiché gli ingredienti per fare qualcosa di buono c’erano tutti. La storia d’amore e ossessione tra Joker e Harley Quinn si prestava moltissimo a realizzare qualcosa di intenso ed emozionante. Invece, la trama risulta piatta, scoordinata, sconnessa e superficiale. Tutto appare irrealistico e raffazzonato, e l’inserimento dello stile musical è la pietra tombale su un film noiosissimo, che non dice nulla e non solo non aggiunge nulla, ma toglie la dignità che il film precedente aveva dato al personaggio di Joker. Gli attori sono bravi, cantano bene, ma il tutto non è fluido. Le canzoni sono spesso fuori luogo, e in questo contesto, nemmeno l’attore più talentuoso avrebbe potuto salvare una trama piatta, spenta e inconcludente. Guardare questo film fa venire nostalgia dei prodotti Marvel e sperare in un provvidenziale intervento di Batman per far cessare la lenta agonia della visione. Margot Robbie può stare tranquilla: la sua Harley Quinn resterà memorabile ancora per anni.
Uglies è un film di fantascienza americano diretto dal regista Joseph McGinty Nichol, basato sull’omonimo romanzo di Scott Westerfeld. La storia è ambientata in un’apparente utopia del futuro, in cui l’umanità, dopo le guerre per le risorse energetiche, riesce a sviluppare un fiore capace di fornire energiaillimitata e rinnovabile. Inoltre, grazie ai progressi tecnologici, ogni abitante ha diritto, al compimento dei sedici anni, a un intervento che lo rende perfetto dal punto di vista estetico. Il film, di per sé, non è realizzato male, ma la trama mi lascia con molte perplessità. Il monito di Scott Westerfeld è probabilmente quello di mettere in guardia contro una società troppo edonistica e sottolinea l’importanza del libero arbitrio e dell’autodeterminazione. Per quanto, idealmente, sia facile concordare con l’autore, per come è rappresentata la situazione nel film, in fin dei conti, mi trovo dalla parte della dottoressa Dr. Nyah Cabl che, a suo modo e con glamour, ha creato la pace nel mondo. L’estetica dei ‘pretty’ può essere discutibile, così come la loro scarsa emotività (già dilagante nella realtà contemporanea senza l’aiuto della chirurgia), ma una realtà senza angosce, malattie, invecchiamento, divari economici e sociali mi sembra comunque meravigliosa. Certo, qualche difetto ci sarà, ma si parte comunque da una buona base.
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Il romanzo Vampyria: La Corte delle Tenebre è un romanzo fantasy per ragazzi scritto da Victor Dixen. Racconta la storia di una giovane del popolo che vive in una realtà alternativa alla nostra, in cui la monarchia francese non è mai caduta e il Re Sole, grazie a pratiche mediche occulte, è riuscito a diventare immortale. Questa condizione, però, ha un prezzo: il vampirismo. La corte di Francia e anche gli altri paesi, esclusa l’America, vivono sotto il giogo infernale di questo tiranno che si fa chiamare l’Immutabile. Il popolo, i cui membri sono noti come “servi del sangue”, di cui Jeanne fa parte, è costretto a sottostare a regole assurde: oltre al loro lavoro, ogni cittadino deve versare ogni mese la sua decima in sangue, non può lasciare il proprio villaggio e deve rispettare il coprifuoco notturno. In caso contrario, la pena è sempre la morte. Jeanne ha una vita relativamente tranquilla a Rovo dei Ratti, una terra desolata lontana da Versailles. Improvvisamente, però, l’idillio si infrange con l’arrivo degli inquisitori del re, che uccidono brutalmente la sua famiglia. In questo frangente, la ragazza scopre che i suoi genitori erano dei ribelli facenti parte di un’organizzazione chiamata La Fronda, che in segreto ordisce piani per sovvertire il regime dell’Immutabile. Il romanzo di Victor Dixen mi ha molto colpito. La trama, nel complesso, è ben articolata e originale. La protagonista non mi sta particolarmente simpatica, ma del resto incarna la perfetta adolescente. Il mondo in cui si muove è terrificante, ma per certi aspetti affascinante e intrigante. Ho trovato elementi senza una spiegazione coerente, come ad esempio gli uomini violino o le spade vampiriche. Posso concepire la trasmutazione su esseri viventi, piante o animali, ma su oggetti inanimati non mi suona benissimo. Ho apprezzato molto l’epilogo e i diversi colpi di scena della storia. Benché non sia un mistero che si tratti di una saga, almeno le vicende del primo romanzo sono auto-conclusive. L’unico dispiacere è che i successivi capitoli non sono ancora stati tradotti in italiano.
In questi mesi estivi mi sono dedciata alla lettura di tre romanzi completamente diversi tra loro.
Il primo, “Miss Foley e il dottor Ballard” di Rebecca Quasi (autrice self) . È ambientato nel passato e racconta la complicata storia d’amore tra una giovane ragazza con poche risorse economiche, ma grandi qualità personali, e un eccentrico medico di periferia. Il secondo romanzo, invece, è di un’autrice più nota, Alice Basso, e si intitola “Il morso della vipera” (romanzo scelto dal mio gruppo di lettura per l’estate). È ambientato nel primo dopoguerra e narra la storia di una ragazza in quel periodo storico, esplorando il suo rapporto con il lavoro, la letteratura e l’amore. L’ultimo romanzo, invece, di genere completamente diverso, è un’opera di fantascienza intitolata “L’ultima battaglia” scritta dal giornalista Aldo Maria Valli. Racconta dell’involuzione della religione cattolica, fino al punto di una ritrovata verità, ormai perduta tra le pieghe del tempo e della tecnologia.Per la prima volta mi trovo a fare una recensione collettiva, poiché nessuno dei tre romanzi mi ha colpito particolarmente.
Il primo, Miss Foley e il dottor Ballard alla lunga, si è rivelato davvero tedioso, irrealistico e scontato. Prolunga inutilmente l’inevitabile e costruisce un dramma amoroso basato sul nulla. Nel complesso un romanzo che anche se ben scritto rivela profondi vizzi di trama e intrdouce elementi del tutto fiabeschi e per nulla probabili.
Il romanzo della Basso, Il morso della vipera è sicuramente il migliore dei tre, ma l’epilogo netto, da episodio di una serie TV, non mi ha convinto. In un romanzo credo si debba almeno tentare l’autoconclusione. Il punto di forza del testo è la ricostruzione storica del periodo, anche se il tipo di scrittura, per quanto scorrevole, risulta a tratti bizzarro e un po’ snervante, con paragoni anacronistici che, sebbene possano essere utili al lettore, spesso diventano ridondanti.Inoltre, la trama è piuttosto debole, basata su motivazioni superficiali e sviluppata attraverso eventi improbabili.
L’ultimo romanzo che ho letto, intitolato “L’ultima battaglia“, è un’opera stranissima. L’autore denuncia il progressivo lassismo della Chiesa cattolica verso la tolleranza interreligiosa, considerata in una luce negativa e descrive la via verso la fine della fede, con una forte nostalgia per il latino e per certi dogmi vetusti. Interessante la ricostruzione futuristica e scorrevole la scrittura, ma non condivido la morale un po’ astratta e contorta che l’autore cerca di trasmettere. In particolare, non mi è chiaro come possa essere possibile che, mentre le altre religioni rimangono invariate, quella cattolica non possa fare lo stesso. Se si fosse trattato di una religione universale unica, avrebbe avuto più senso. Inoltre, l’avvento dell’edonismo, in cui “l’uomo è Dio”, c’è già stato con il mito del superuomo di Nietzsche, quindi non capisco quale sia la novità in questa distopia terrificante. I protagonisti sono una coppia omosessuale, il che mi è sembrato positivo, se non fosse che poi l’autore li sottopone a sofferenze inimmaginabili. Infine, il motto “Dio non osi separare ciò che l’uomo unisce”, sintesi del degrado totale della Chiesa, non mi trova del tutto in disaccordo, poiché credo che l’uomo debba smettere di usare la religione come strumento divisivo e come scusa per fare del male e prevaricare il prossimo. Se ogni uomo di fede perseguisse davvero i valori di pace e amore previsti dalle varie religioni, allora sì che ci sarebbe un a vera rivoluzione. Ma certo, questa è un’altra storia; questa sì che è fantascienza.
Nel complesso pertanto un esatate letteraria fiacca. Speranzosa di imbattermi in letture migliori nei prossimi mesi.