Nerve un film di Henry Joost

UN’IDEA MAL SFRUTTATA 

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In un’epoca come la nostra dove l’ingerenza dei social network è sempre più intensa, trova terreno fertile un terribile e perverso gioco online: NERVE. I giocatori dovranno affrontare improbabili, imbarazzanti e pericolose sfide in nome di notorietà e facili guadagni. Sydney e Vee sono grandi amiche, la prima esuberante e superficiale, mentre la seconda timida e introversa. Nerve diventerà per Vee l’occasione di dimostrare di non essere da meno della sua popolare amica in una sfida di notorietà, in cui valori etici e morali vengono completamente prevaricati. Una trama interessante e attuale che vorrebbe denunciare il disvalore delle nuove generazioni, disposte a tutto pur di guadagnare un briciolo d’attenzione benché virtuale, in cui conta solo la quantità di visualizzazioni. Sfortunatamente Joost non riesce a centrare il suo obbiettivo e getta letteralmente alle ortiche una trama ottima trasformando Nerve in un banale filmetto rosa per adolescenti. Troppi i colpi di fortuna di cui beneficiano i protagonisti, tenera ma inverosimile la favolosa storia d’amore che travolgerà Vee nel corso della storia e allucinante la diffusione di comportamenti illegali tollerati e invisibili alle forze dell’ordine. Per un film del genere ho trovato decisamente buonista il finale e paradossalmente più convincenti alcuni episodi della serie Tv Black Mirror, che a differenza di Nerve persegue come si deve la sua crociata contro l’ossessione tecnologica.

Riflessioni su “Il nome della rosa” di Umberto Eco

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Parlare dei classici è sempre insidioso, molti lo hanno già fatto prima, con competenze e conoscenze che io non ho. Tuttavia ci tengo a scrivere una mia riflessione. Ho avuto sin dal principio l’impressione che questo testo invece che accattivarsi il lettore come una meretrice da quattro soldi faccia esattamente l’opposto, cercando di scoraggiarne la lettura, come se non fosse cosa per tutti.  Prolisse, minuziose e ridondanti sono le descrizioni iniziali, le digressioni storiche e le citazioni latine, elementi che rendono per molti capitoli pesante e lenta la lettura, benché non sia mai priva di avvenimenti anche truculenti. Sicuramente il lavoro certosino di descrizione alla lunga immerge il lettore nelle cupe atmosfere medievali e lo premia poiché la lettura verso la fine si fa più fluida e ritmata. Direi si possa trattare di una sfida nella sfida, da un lato quella del lettore di non demordere nella lettura e dall’altro quella dei protagonisti nel cercare caparbiamente la tanto agognata risoluzione del mistero. Palese l’omaggio di Eco a Arthur Conan Doyle, a partire dalle origini del protagonista che altri non è che una versione medievale del brillante Sherlock. Discorso analogo per lo stile narrativo in seconda persona ad opera del novizio Adso, un pionieristico Watson. Guglielmo tuttavia pare avere solo una briciola dell’acume e dell’arroganza del celebre investigatore di Doyle: dopo l’iniziale e marginale intuizione sulla fuga del cavallo Brunello, si mostra infatti umile e tiene per sé le sue riflessioni, lasciando al lettore tanto a cui pensare. Ignoranza, brama di ricchezza e potere, superstizioni e intrighi popolano quello che dovrebbe essere un porto franco del peccato che invece appare come un vivissimo ricettacolo. Riflessione dopo riflessione, ci si addentra nel labirinto della conoscenza che appare sempre sfuggente; colpisce ad esempio l’omertà dello stesso Adso che parla d’amore senza poi alzare un dito per proteggerlo e lo stesso Guglielmo che per troppa prudenza risolve il mistero in palese ritardo rispetto all’atteso. Siamo di fronte a un colossale madala costruito nei decenni con sacrificio e patimento, che come un castello di sabbia si sgretola su sé stesso rapidamente, effimero come lo è l’esistenza stessa. 

Come sposare un miliardario diretto da Carla Bianchi

 

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“Non sapete chi è Warren Buffet? Meno male che ci sono io a dirvi chi sono i buoni partiti! Sennò sareste tutte li a sposarvi per amore!“

Non sia mai infatti che nella società di oggi si dia valore a qualcosa di obsoleto come i sentimenti, una cosa veramente da poveri! Fortunatamente Giorgia prima di abbandonare la sua deludente vita d’attrice ha l’idea giusta, “dopo tutto basta pensarci”. Decide così di sposare un miliardario e come ultimo omaggio ai poveracci da cui lei si eleverà, grazie al più classico “colpaccio” al femminile, regala un vademecum a chi questa fortuna ancora non c’è l’ha.
Al pari di un docente universitario con tanto di lavagna illustra alla platea di poveracci una vera e propria strategia per assicurarsi un futuro sereno. Tra musiche e giochi di luci, si assiste a un one-woman show satirico e pungente che attacca il maschilismo e i perversi giochi di potere che ci hanno portato al baratro economico e a un vero e proprio impaludamento del sistema. Come se al parco le biglie con cui giocare finiscano tutte in mano a una ristretta selezione di bambini e in pochissimi possano ancora giocare.  

Carisma, effervescenza e una buona dose di umiltà crea empatia tra l’attrice e il pubblico. Grande il successo in Francia dell’autrice di questa commedia, Audrey Vernon, poi tradotta e portata in Italia dalla frizzante, avvenente e carismatica Giorgia Sincroni nella suggestiva sala Caffè Rouge del Teatro Franco Parenti di Milano.

Oggi l’ultimo giorno dello spettacolo andato in scena a partire dal 4 luglio!

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LA FORMA DELL’ACQUA – THE SHAPE OF WATER un film di Guillermo Del Toro

UNA FIABA MODERNA 

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Elisa è una giovane donna muta che lavora come inserviente in un laboratorio scientifico di Baltimora ai tempi della guerra fredda. I suoi migliori amici sono Zelda, una collega afroamericana molto chiacchierona (interpretata dalla solita Octavia Spencer) e il suo vicino di casa Giles, pittore omosessuale. Trova il suo anfitrione nell’America di quegli anni il cinico e sadico Richard Strickland. La vita dei protagonisti verrà condizionata dall’arrivo in laboratorio di una cavia molto particolare, un essere in parte uomo e in parte pesce. Elisa attratta dalla creatura cerca di stabilire un contatto e con gentilezza scopre che la bestialità di quest’ultimo è solo apparente. Il film è molto lento, per certi versi mi ricorda le oniriche atmosfere del “Favoloso mondo di Amélie” di Jean-Pierre Jeunet. Ogni vicenda è trattata con delicatezza e ingenuità, come se si trattasse di una fiaba. Benché la morale anti razziale sia palese in tutte le sue forme viene giocata la solita carta della vittima che diventa eroe, un po’ stucchevole e fin troppo commerciale. Nel complesso resta comunque una visione piacevole benché non lo reputi il capolavoro che decanta la critica.

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Recensione “L’erede del mago”, un romanzo di Stefano Mancini

 

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Titolo: L’erede del mago

 Autore: Stefano Mancini

Casa Editrice: Linee infinite edizioni 

Genere: Fantasy 

Numero Pagine: 448 p.

Versione cartacea: 14,25

 

 

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L’erede del mago è il primo romanzo che leggo di Stefano Mancini, prolifico scrittore fantasy. Nel nostro paese questo è un genere di nicchia molto sottovalutato che tuttavia richiede molto lavoro e passione. Vi è la necessità di creare da zero un mondo nuovo, badando bene a mantenere per tutto il tempo la coerenza interna della storia. In molti casi creare delle leggende primordiali, lingue e geografie. Dettagli importanti che l’autore non ha trascurato. 

L’erede del mago è il primo capitolo di una trilogia e racconta la storia di un bizzarro gruppo d’avventurieri: un guerriero Bronwen, un elfo Athrwys, un nano Theroc e una ladra Ashe. Nel corso della storia il gruppo annetterà altri interessanti componenti che darò a chi legge il piacere di scoprire e conoscere. Ho apprezzato molto lo stile narrativo di Mancini, diretto e scorrevole, indispensabile per affrontare una lettura di quasi 500 pagine. La trama nel complesso incuriosisce benché segua il filone più classico del fantasy: duelli epici, rivalità di razza e magici manufatti ancestrali. Poetica e accattivante la capacità dell’autore di descrivere minuziosamente gli ambienti, dettagliate le scene di movimento e combattimento, numerose nel corso del primo volume.

L’unico contro per mio gusto personale è l’assenza totale dei un filone sentimentale che in un’epopea del genere avrebbe a mio avviso caricato di tensione e aspettativa, a discapito magari di alcune battaglie che seppur descritte molto bene alla lunga appaiono ridondanti e ripetitive. Se da un lato i personaggi sono ben caratterizzati dall’altro appaiono al lettore come dei bambini troppo cresciuti che non hanno mai sperimentato l’amore. Visto il titolo mi sarei aspettata una maggiore centralità della magia e del mago, che entra in gioco solo verso la fine in maniera molto marginale. Trattandosi tuttavia di una saga, questi aspetti potrebbero essere protagonisti nei capitoli successivi.

Nel complesso ritengo che quello di Mancini e del suo editore sia un lavoro incredibile, ho apprezzato moltissimo la grafica e le illustrazioni di copertina ad opera di Corrado Vanelli, capace come lo stesso Mancini nella sua narrazione di dare un volto concreto ai personaggi in linea con quello dipinto dalla mia mente.