“E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”
Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè

“Qualcuno ha detto che nel momento in cui ti soffermi a pensare se ami o meno una persona, hai già la risposta.”
Carlos Ruiz Zafón, dal libro L’Ombra del vento

“E non ho manco sonno
Ma se mi alzo torno ad affrontare il mondo
E sono tempi bui
Il gioco lo conosco a fondo
Sono debole e lui cambia regole a suo piacimento
E vince sempre lui
E vince sempre lui
Ed accidenti, dovrei darci dentro ancora
In contromano a fari spenti, sfioro i 120 all’ora
Ma il mondo mi ignora ancora, non lo vedo più
Non tira un filo di vento
Non sento manco l’aria in faccia mentre cado giù
Ma io non voglio far finta di niente
Se in giro vedo solo e unicamente facce spente, io
Io sogno un mondo che finisca degnamente
Che esploda, non che si spenga lentamente”
Anastasio ~ La fine del mondo



Promosso con vivido clamore dalla piattaforma Netflix come pellicola di fantascienza distopica, “Io” si è rivelato una colossale delusione per lentezza e contenuti.
In una spiccia introduzione si apprende che la terra è ormai ridotta a una landa radioattiva, desolata e disabitata, abitata da pochi e temerari superstiti. La protagonista, una giovane scienziata che vive sola in aperta campagna, si arrovella per trovare la chiave di volta e ripristinare la vivibilità sul pianeta.
L’umanità ha quasi completato l’esodo verso la base orbitante Io, che benché dia il titolo al film nessuno vedrà mai. L’unico contatto sarà un cordiale ed educato rapporto epistolare virtuale tra la scienziata e un ingegnere della nave, entrambi determinati a non lasciare le proprie posizioni. Benché non succeda praticamente nulla, il regista riesce a piazzare decine di incongruenze che rendono il film sempre meno realistico. Le riprese, fatta eccezione per le due o tre scene nella classica metropoli abbandonata, sono in un ampio spazio rurale dove la scienziata vive tranquilla, senza respiratore e con tanto di ortaggi freschi a portata di mano, cosa che rende incomprensibile la fuga dei terrestri. L’arrivo di un misterioso professore su un pallone aerostatico aggiungerà una serie di sterili e noiosi dialoghi tutti incentrati sull’urgenza di lasciare la terra con l’ultima nave per Io, in un clima che tuttavia suggerisce tutt’altro che urgenza o pericolo.
Il finale, che ambisce a dare il tanto atteso colpo di scena, resta nebbioso come l’ultima sequenza della pellicola stessa. Benché ci siano solo due personaggi, il film è talmente lento che sfuggono alla memoria persino i loro nomi.


Incuriosita dai numerosi aforismi scritti da questo autore, ho deciso di approcciarmi alla lettura di quello che è definito il suo romanzo d’esordio.
A dispetto dei pochissimi personaggi i dialoghi sono troppo lunghi, astratti e incomprensibili (le protagoniste hanno addirittura nomi simili). Nella maggior parte dei casi non si capisce chi stia parlando e soprattutto di cosa. Vi è una sequela di frasi roboanti ma nel concreto insignificanti, una sorta di decoupage di massime filosofiche inserite tutte insieme in questo flusso delirante di coscienza. Benché una trama alquanto paradossale e potenzialmente interessante vi sia, viene sviluppata in maniera così lenta, monotona e artificiosa da rendere molto ostica (se non impossibile) la lettura. I personaggi non vengono sviluppati e perseverano nel confondersi tra di loro. Il filosofeggiare sull’amore dopo pochissimo annoia, a mio parere inspiegabile il successo di questo romanzo.
