Recensione di Ratched

Ratched è una miniserie americana, basata sul romanzo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Ken Kesey. Racconta le vicende che vedono per protagonista l’infermiera Mildred Ratched, mettendo in luce le sue abilità manipolative e un anomalo cinismo. Il cast vanta la presenza di Sharon Stone e di Cynthia Nixon e di altri attori meno noti ma comunque bravi. I primi episodi sono abbastanza inquietanti e truculenti (il secondo in particolare mi ha colpita molto negativamente). Nel susseguirsi degli eventi la storia si ammorbidisce diventando paradossalmente melensa e confermando l’improbabilità di quasi tutte le vicende. Il personaggio stesso della protagonista perde di fascino, apparendo tutto di colpo fragile e vulnerabile . I moventi che spingono i personaggi sono deboli e dopo un inizio anche fin troppo audace improvvisamente il regista diventa molto cauto. Gli elementi che mi hanno colpito in positivo sono i costumi, gli scenari e l’interpretazione di alcuni personaggi come Judy Davis nel ruolo dell’infermiera Betsy Bucket e Alice Englert nel ruolo di Dolly. Nel complesso una serie che scorre veloce essendo composta da solo 8 episodi, può meritare la visone ma temo non rimanga impressa per originalità o per particolare attinenza con la realtà.

365 giorni un film di Barbara Białowąs e Tomasz Mandes

Film erotico polacco distribuito con grande clamore sulla piattaforma Netflix. Racconta la storia di un boss mafioso italiano che rapisce una ragazza allo scopo di farla innamorare di lui nell’arco di un anno. La storia è ispirata al romanzo erotico dell’autrice Blanka Lipińska.
Sebbene l’osare e ostentare è spesso sintomo di coraggio narrativo, il saper dosare è un’arte essenziale.
La trama è così banale e irrealistica che la parte predominante sono le esplicite e ridondanti scene di sesso, che fanno sembrare il film in tutto e per tutto un porno. I personaggi incarnano in maniera elementare i cliché del desiderio classico di genere. Per le donne un lui di potere, autoritario e avvenente. Per gli uomini, una lei piccola e graziosa, determinata e combattiva, ma che in fondo non aspetta altro che essere domata e accudita da un uomo di carattere. Che poi lui sia un boss mafioso ricade nel cliché che l’Italia sfortunatamente porta con sé all’estero. Ogni aspetto della trama è un tripudio di pregiudizi e di una visone molto superficiale e stereotipata del nostro paese, tipica di un film straniero ambientato nei nostri territori. Prepotente la marcata impronta maschilista, cosa che a parole dovrebbe indignare in qualche maniera il pubblico femminile, ma che probabilmente intimamente soddisfa desideri e pulsioni che è meglio non confessare apertamente. Il bello di essere desiderati tanto ardentemente sembra che nei fatti sfati ogni buon proposito d’indipendenza ed emancipazione. Gli unici aspetti degni di nota sono gli scenari e la sensuale presenza di Michele Morrone, nuovo sex symbol Italiano, per il resto una visone peggiore di 50 sfumature di grigio di cui 365 giorni sembra una versione semplificata e più esplicita. Detto questo non mi stupisce il successo ricevuto dalla pellicola, poiché ciò che è sconcio e sopra le righe attira sempre.

Recensione del “Il cuore selvatico del ginepro” un romanzo di Vanessa Roggeri

Al centro della storia le vicende della famiglia Zara, che a causa dell’ignoranza e di superstizioni ben consolidate porteranno la stessa alla rovina. Ianetta, settima di sette sorelle, nasce con gravi deformità, queste da sempre considerate come cattivi presagi porteranno la poverina a diventare il capro espiatorio di ogni evento negativo della famiglia. L’unica ad essere parzialmente contraria alla sorte riservata alla piccola è la primogenita della famiglia Zara, Lucia. La narrazione è molto credibile e trasporta il lettore nell’aspra Baghintos, nel cuore della Sardegna di fine ‘800. Le dinamiche interiori dei personaggi sono ben argomentate e diventa facile emozionarsi. La storia è crudelmente plausibile e benché sul finale ci sia spazio per considerare questo testo come una fiaba, per quasi tutta la narrazione ci si sente indignati da questo oscurantismo retrogrado che ha inutilmente spezzato e rovinato vite.

Recensione Little Fires Everywhere ideata da Liz Tigelaar

Little Fires Everywhere è una mini serie Tv americana distribuita dalla piattaforma Amazon Prime Video. Inutile dire che il cast è notevole soprattutto per chi Reese Witherspoon e Joshua Jackson li ha visti adolescenti nei film e nelle serie degli anni ’90 e ora li ritrova nel ruolo di genitori. La trama è interessante, Reese Witherspoon interpreta il ruolo di Elena Richardson, la tipica madre modello americana. Impeccabile nell’outfit, organizzata e programmatica, al timone di una famiglia numerosa. L’antagonista è invece Mia Warren una madre single, artista che gira per il paese trovandosi spesso in ristrettezze finanziarie. Gli episodi sono avvincenti e intriganti tuttavia la serie mi ha lasciato poco convinta nel suo complesso: benché la saccente e spocchiosa Elena Richardson non attragga simpatie come un magnete il metallo, ritengo che anche Mia Warren non sia affatto un’eroina o un modello da seguire come vorrebbe farci credere l’autore. Anche se comprendo la critica al sistema capitalistico che mira a creare replicanti tutti uguali con l’obbiettivo della perfezione e dell’ordine maniacale anche a suon di ansiolitici, credo che il giusto stia nel mezzo. Le vicende che coinvolgono la madre cinese Bebe Chow mi lasciano invece alquanto perplessa, la serie Tv quasi crocifigge le famiglie che non possono avere figli e optano per l’adozione. Per quanto infine possa essere amaro accettare che chi ha i soldi tendenzialmente la spunti sempre è alquanto naïf credere che se ne possa fare a meno. In sintesi è una serie che si fa guardare ma che nel suo insieme propone eventi decisamente improbabili (in primis il misterioso passato di Mia) e una visione della realtà così antirazziale e anticonformista da creare un effetto paradosso e diventare quasi un inno all’anarchia. Elena, per quanto criticabile, cerca nel suo piccolo di fare il possibile per dare un futuro ai suoi figli ed essere una buona madre, come si suol dire si possono fare molti danni con le migliori intenzioni.

Il senso delle parole rotte un romanzo di Massimiliano Giri

“Le vite delle persone sono delle scatole piene di segreti e quello che mostriamo è solo una parte piccolissima “ cit. Massimiliano Giri

Il senso delle parole rotte è costruito attorno a questo concetto. L’autore pagina dopo pagina penetra la scatola segreta dei suoi personaggi. Il protagonista maschile in particolare, ha un passato cupo e sinistro che non ha mai smesso di tormentarlo e condizionarlo. Non è pertanto il classico eroe senza paura, ma un uomo che cerca per come può di venire a patti con le sue angosce e ossessioni. Ogni personaggio tuttavia ha il suo bagaglio traumatico con cui convivere: c’è chi si arrende, chi cerca di auto distruggersi e chi diventa addirittura crudele e spietato. Plurime dunque le reazioni alla sofferenza, causata talvolta da una perdita troppo dolorosa per essere accettata o da un modo d’essere che la società, la famiglia o il credo religioso non comprendono. Un piccolo mare di anime, talvolta alla deriva, che approdano in brusche interruzioni a causa proprio delle parole non dette. La trama del romanzo nel suo complesso è originale, la scrittura sapiente e scorrevole. Interessante la figura della grafologa come partner per l’indagine e indubbiamente d’effetto l’epilogo del romanzo. Una storia che merita il suo successo e di essere letta. Un autore che seguo da diverso tempo e la cui capacità narrativa sono lieta venga riconosciuta.