Recensione di Un amore senza fine

Il romanzo di Scott Spencer racconta la storia di un’ossessione amorosa, se per molti il primo amore non si scorda mai, David non ha nessuna intenzione di abbandonarsi al solo ricordo. Nata in età giovanile, dopo un iniziale periodo d’idillio la relazione tra David e Jade subisce una brusca interruzione. David non prenderà bene questo allontanamento forzoso reagendo in una maniera insolita e pericolosa. La storia di per sé è a tratti lenta e poco avvincente, colpisce tuttavia il linguaggio, ricercato ed elegante, la profonda intensità emotiva della voce narrante e la minuziosità delle descrizioni. Sentiamo parlare sempre più spesso di dipendenza affettiva e di come questa possa degenerare in comportamenti psicotici molto pericolosi. C’è da dire tuttavia che passione e innamoramento traggono forza da reazioni che possono essere talvolta estreme e impulsive, come lo stesso romanticismo ci ha mostrato con le sue struggenti, appassionanti e spesso drammatiche storie d’amore. David dal canto suo non è un ragazzo crudele, non ha mai avuto intenzione di ferire o far danni a nessuno della famiglia di Jade, nel complesso è un ragazzo pacato, un acuto osservatore, vittima egli stesso della sua ossessione. Una lettura affascinante che consiglio. Non mi stupisce tuttavia che i film tratti dal testo non abbiano riscosso molto successo, poiché mai come in questo caso la differenza la fa solo l’intimità che la lettura può dare con le sue mille sfumature di parole.

13 canzoni sull'amore impossibile e non corrisposto

Recensione di Gypsy

Gypsy è una serie televisiva statunitense creata da Lisa Rubin per Netflix. Racconta la storia della psicologa Jean Holloway, interpretata dalla brava e sensuale Naomi Watts. Ho trovato affascinante questa serie tv, benché in alcuni episodi sia un po’ lenta. La professione dello psicologo oggi sta trovando sempre più risalto pertanto è interessante vedere cosa si potrebbe nascondere dietro l’apparente velo di perfezione e sicurezza di questi professionisti. Jean è una donna di successo, il tipico modello femminile dell’epoca moderna: equilibrata, elegante, gentile, raffinata e indipendente, sposata con un rampante avvocato e madre di una bimba di nove anni. Come in qualunque famiglia vi sono delle difficoltà, il marito sembra essere molto dedito alla carriera, mentre la figlia Dolly soffre di deficit d’attenzione. Jean sembra comunque padrona di tutta la situazione e pare solo seccata dagli scarsi progressi dei suoi pazienti, che mediante il classico percorso d’analisi non riescono ad avere miglioramenti significativi. Motivata forse da questa frustrazione decide di adottare una seconda identità e incontrare in segreto i presunti responsabili del malessere dei suoi assistiti. L’incontro con la giovane e accattivante Sydney Pierce sarà la scintilla di una serie di eventi e l’espediente che manderà in frantumi la maschera di perfezione e controllo che Jean ha abilmente costruito. Lo consiglio, mi dispiace soltanto che sia stata prodotta una sola stagione.

Recensione del film Minari

Come tutti sanno le sale cinematografiche sono state chiuse per più di un anno e ritornarci è stato bello! Il film tuttavia non ha reso onore a un evento così speciale. La storia è molto lenta e noiosa. Vengono messe in luce delle realtà poco conosciute, come il mestiere del sessatore di pulcini e teoricamente le difficoltà di una famiglia migrante in America, con il famoso sogno di benessere e prosperità. Nei fatti però tutto questo non si vede, non è nemmeno possibile comprendere chiaramente la routine di questa scapestrata famiglia, chiusa e nazionalista. Talvolta il Jacob Yi sembra oberato di lavoro nella ditta di polli, però al contempo riesce a dedicarsi all’impegnativa attività di agricoltore. Si evince che la famiglia nei fatti non è povera, ma si trova in questa situazione per le ambizioni di Jacob. Il rapporto tra Monica Yi e la madre sembra molto forte ma poi una volta che la donna è presente non viene approfondito minimamente, doveroso a mio avviso vista la natura controcorrente della nonna. Gli eventi sono spesso surreali, non è chiaro perché i bambini non vadano a scuola (dopotutto siamo in America) e il grande campo agricolo di Jacob viene coltivato solo da lui e da un bizzarro individuo che forse non viene nemmeno pagato. Il legame fra nonna e nipote che vorrebbe mettere in luce la pellicola, proprio sul più bello viene soffocato conducendo a un epilogo che non mi ha convinto del tutto. Il cast nel suo complesso mi è sembrato spento e demotivato, privo di carattere e presenza scenica, solo il piccolo Alan Kim è l’unico ad avermi emozionata.

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Recensione di Sei come sei

Il romanzo di Melania Mazzucco racconta in modo semplice e spontaneo una realtà controversa oggetto di dubbi etici e morali. Eva è la figlia undicenne di una coppia omossessuale, ma oltre a dover affrontare la vita come frutto di una condizione più unica che rara, subirà in tenera età una perdita dolorosa che farà crollare il suo mondo. Non vorrei rivelare di più sulla trama poiché leggere questa storia è stato davvero piacevole. I temi trattati sono nei fatti spinosi, si parla di coppie gay e del discutibile business delle madri surrogate ma anche delle difficoltà di chi questa realtà la vive in prima persona, sopportando disapprovazione, dissenso e molte difficoltà. I personaggi sono molto ben caratterizzati e al di là di quella che può essere la propria idea su queste tematiche può valere la pena leggere il punto di vista di chi comunque esiste e vuol far valere i suoi sogni al di là di etica e morale, una bambina che come tutti non ha chiesto di venire al mondo ma che deve trovare un modo per viverci ed essere felice.

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Recensione “La fragilità delle certezze” un romanzo di Raffaella Silvestri

Il romanzo di Raffaella Silvestri mi ha colpito moltissimo, così come l’analisi peculiare dei suoi personaggi e della cornice in cui la storia è ambientata. Milano non è solo un palco muto, ma in maniera silenziosa contamina e condiziona la storia. Una città natale difficile, una madre bella all’apparenza ma indifferente ed esigente, che osserva l’infanzia di Anna, mediamente agiata, carica di grandi aspettative per il futuro. Scruta la sua famiglia, così dedita al lavoro e assiste all’epoca di quella media borghesia dove non c’è spazio per l’arte, dove non c’è tempo né energia per null’altro che non produca un reddito sicuro e immediato. Un mondo in cui Anna si trova a galleggiare quando la bolla economica positiva del nostro paese sta per sgonfiarsi, silenziosa e lenta. Una realtà fatta di molte solitudini e vuoti insanabili, di una costante corsa verso un’eccellenza irraggiungibile e pervasa da un perenne senso di inadeguatezza. Anna vuole creare qualcosa di nuovo, qualcosa d’importante e così fonda la sua Start Up, un progetto che non renda vani i suoi studi e che punti verso il miglioramento generazionale. In questa impresa coinvolge il suo unico vero amico Marcello e il brillante Teo, tutto ciò che Anna non è e intimamente vorrebbe essere: rampollo di una società di moda nato per il successo, sicuro ed elegante nei movimenti, accurato nelle parole e nella gestione delle emozioni. Non vi è spazio ed energia per dei veri e propri affetti nel già pesante mestiere di vivere e nemmeno per l’amore, tanto bello nell’immaginazione ma così deludente ed effimero nella realtà. In questo contesto si sviluppano le diverse vicende, svelando il passato dei personaggi che come una maledizione condiziona il presente e tinge come un manto oscuro e nebuloso il futuro. Una lettura che consiglio, soprattutto ai miei coscritti che credo possano ritrovarsi tra queste pagine.