Recensione di Sex/Life

Sex/Life è una serie televisiva statunitense scritta da Stacy Rukeyser e basata sul romanzo 44 Chapters About 4 Men del 2016 scritto da BB Easton. Il cast principale è costituito da Sarah Shahi, Mike Vogel e Adam Demos. La serie è stata pubblicata su Netflix il 25 giugno 2021 e racconta la storia di Billie, un’avvenente casalinga alle prese con la gestione della seconda figlia e dei ricordi di un passato vivace e adrenalinico. Benché nel complesso la serie sia deludente, in special modo l’epilogo, credo che possa comunque restare impressa. Ho riflettuto molto prima di esprimere un simile giudizio e al di là delle lascive ed esplicite scene erotiche, che a tratti la fanno sembrare un lungo porno soft, rimane il ricordo di questa donna tanto amata e desiderata da due uomini favolosi. Brad Simon in particolare è il personaggio più affascinante e interessante della serie, il bad boy piace sempre. Attenzione però, Brad del cattivo ragazzo ha più la fama che le intenzioni, si può dire citando la frase di un film che adoro, che Billy è l’eccezione, colei che come in Cinquanta Sfumature rompe la corazza dell’uomo che non sa amare. A me, ma immagino a molte, visto il successo di questo tipo di storie, piace l’immedesimarsi in queste situazioni per quanto banali e scontate possano sembrare. Nella fattispecie di questa serie i personaggi sono molto esagerati e caricaturali, il peggiore tra tutti è quello di Sasha Snow. Nel tentativo di realizzare un telefilm femminista hanno creato qualcosa di totalmente odioso sotto questo aspetto, dando un’idea iper superficiale delle donne e uno spessore ben maggiore maggiore alle figure maschili. Inascoltabili le analisi di psicologia spiccia che enfatizzano la banalità dei personaggi, come la realtà artificiosa in cui vivono. Per staccare dalla quotidianità ovviamente ci sta, piacerebbe a tutti avere dei figli che appaiono e scompaiono in base alle esigenze, per citarne una. La realtà semplificata almeno nell’illusione del piccolo schermo sebbene non sia di contenuto, può rappresentare una forma di evasione.

Recensione di Cruella

Sono molteplici le pellicole che tentano di spiegare la genesi del male, per la Disney mi torna alla memoria Maleficent, per la Marvel c’è l’imbarazzo della scelta. A prescindere comunque dal cattivo c’è sempre il non trascurabile dettaglio del raccordo con il suo futuro, noto e immutabile. Devo dire che il regista, Craig Gillespie, ha fatto un lavoro molto interessante, non era facile rendere plausibile e in qualche misura amabile un personaggio tanto spregevole, superficiale e spietato come Cruella de Vil. Emma Stone è stata molto brava, l’ho adorata e in qualche misura il risentimento verso questo personaggio è venuto meno. Il problema tuttavia è questo, nella Cruella della Stone c’è una profondità, c’è del buono, vi è la visione di un sogno e molto impegno per realizzarlo. Il voler far diventare questa Cruella il folle personaggio interpretato nel film la Carica dei 101 da Glenn Close è una forzatura, come lo è voler a tutti i costi creare connessioni con altri personaggi, a partire da Anita Darling (qui inspiegabilmente giornalista, ex compagna di scuola e di colore) a finire con il profondo rapporto di fratellanza con i famigerati scagnozzi. Nei fatti tutto il film cerca di infilare personaggi ben strutturati, tra luci e ombre, in qualcosa di piatto e monocromatico. Non vi sono evidenze che questa Cruella possa nei fatti diventare quella che conosciamo a differenza della Baronessa, una degna Cruella alla Glenn Close, con uno spessore interiore ed emotivo nullo e un egocentrismo e un cinismo assoluto. Persino il ruolo dei cani, che ovviamente sono centrali in questa storia, è simpatico e positivo e Cruella non odia gli animali poiché uno dei suoi migliori amici è proprio un cagnolino e persino i malvagi dalmata di questa pellicola si riscattano non dando al personaggio nessun vero motivo per odiarli. Nel complesso un film che mi è piaciuto molto ma che a mio avviso tenderebbe a un sequel diverso.

Recensione di Biohackers

Ultimamente su Netflix mi sto imbattendo in serie che mi lasciano davvero perplessa. Qui siamo in Germania, i protagonisti bellocci e brillanti dibattono tra loro come scienziati navigati pur essendo semplici matricole, in un’università che vorrebbe studenti già imparati. Tutto questo comunque seppur rompa in mille pezzi la sospensione d’incredulità non è nulla a confronto dell’evolversi delle vicende, improbabili, assurde e allucinanti in un crescendo che raggiunge l’apoteosi nel finale di stagione. Io non sono una scienziata e mi sembra assurdo già così, mi piacerebbe sapere che ne pensa un vero scienziato. Mettendo da parte l’effetto del comico paradosso che ha reso la visione perlomeno divertente, sconsiglio vivamente la serie. La fantascienza non è inventare storie improbabili e assurde, ma creare plausibilità in qualcosa che ancora non esiste. Questo tipo di prodotto rovina l’immagine del genere, che se ben fatto può essere appassionante e illuminante.

The Protector una serie di Binnur Karaevli

The Protector è la prima serie turca distribuita su Netflix. I turchi stanno conquistando il monopolio delle soap televisive con serie come Le Ali del sogno e Mr Wrong. The protector è una serie del tutto diversa poiché si spinge sul terreno scivoloso della fantascienza. S’ispira a un romanzo, ma questo non è ovviamente garanzia d’eccellenza. La storia è ridicola e caricaturale. Gli attori mantengono lo stile soap opera benché si stia girando qualcosa di diverso. Ogni cosa è scontata, noiosa e inverosimile. L’ho tenuto in background mentre cucinavo e non ho perso nemmeno un passaggio. Non capisco come abbiano fatto a farne quattro stagioni. Come unica nota positiva, che la cinematografia turca si gioca sempre come se bastasse e avanzasse di per sé, è l’avvenenza dell’attore protagonista, Çağatay Ulusoy, nel ruolo di Hakan che è più bello che bravo, così come nelle prima stagione per il pubblico maschile la bella Ayça Ayşin Turan nel ruolo di Leyla. Hazar Ergüçlü nel ruolo di Zeynep è forse l’unica attrice un po’ calata nel ruolo, ma con l’avanzare della serie anche la sua presenza risulta stantia e noiosa. Persino il triangolo amoroso tra i tre alla fine sembra quasi obbligato più che sentito essendo oltre a Levant gli unici attori coetanei.

Recensione di A Teacher una serie di Hannah Fidell

A Teacher è una mini serie statunitense disponibile sulla piattaforma Star di Disney Plus. La trama di per sé non ha nulla di originale, tuttavia la regista riesce a realizzare un lavoro interessante e in un’ultima analisi affatto scontato. La serie inizia lenta, trasmettendo una certa spensierata leggerezza. Lui è il tipico bravo studente americano alla soglia della maggiore età, avvenente e con una sviluppata intelligenza emotiva se messo a confronto con i suoi coetanei. Lei è una trentenne non particolarmente bella, di professione insegnante, frustrata dal non essere divenuta mamma. Tra i due scatta la scintilla e una passione difficile da controllare, il tutto appare come un sogno, una bolla magica di passione e desiderio. Le cose cambiano quando la relazione diventa di dominio pubblico facendo venire tutti i nodi al pettine. Non è facile prendere una posizione, poiché quello dell’insegnante è un ruolo delicato per la formazione dei ragazzi, tuttavia non si usa dire che l’amore non ha età? Supponendo che i due si fossero conosciuti anche solo un anno più tardi con dodici anni di differenza qualcuno avrebbe potuto al limite storcere il naso, ma nulla di più. In A Teacher emerge prepotentemente il peso della morale sociale, capace di distorcere la realtà, di creare vittime e carnefici dove non ce ne sono e di condizionare la vita delle persone plasmandone ambizioni e desideri, in un mondo dove il libero arbitrio resta un miraggio. La consiglio assolutamente, una serie che fa riflettere per il suo epilogo.