Il robot selvaggio è un film d’animazione del 2024, scritto e diretto da Chris Sanders. La pellicola è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo illustrato da Peter Brown. La protagonista è Roz, un robot che, a causa di un naufragio, si ritrova da sola su un’isola deserta. Inizialmente disorientata in un ambiente tanto diverso da quello per cui è stata progettata, Roz è costretta a bypassare la sua programmazione per sopravvivere e tenta in tutti i modi di comunicare con gli animali dell’isola. Tuttavia, le cose non vanno come sperato, e, accidentalmente, uccide una mamma anatra insieme a parte delle sue uova, lasciando un solo uovo intatto. Roz, sentendosi in colpa, decide di prendersi cura dell’anatroccolo, che chiamerà Becco Lustro. Il film è avvincente e tenero, adatto a grandi e piccini. Affronta con delicatezza i sacrifici della maternità e il valore della cooperazione e dell’amicizia. È un inno all’amore e all’armonia, lontano dalla visione umana di poter controllare e comprendere ogni cosa, poiché le regole del cuore sono a volte inesplicabili.
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The Substance è un film diretto da Coralie Fargeat, che vede come protagoniste Demi Moore e Margaret Qualley. Racconta la storia di una celebre attrice sulla via del tramonto che, proprio il giorno in cui compie cinquant’anni, viene licenziata. A seguito di questo trauma, la donna ha un incidente d’auto dal quale esce illesa fisicamente ma distrutta psicologicamente. Uno dei medici che la visita intuisce la natura del suo problema e le mette nel cappotto una misteriosa chiavetta USB che promuove l’uso di The Substance, un farmaco rivoluzionario capace di sbloccare il DNA e ricreare una versione migliore di sé stessi. Il film è stato molto pubblicizzato, e il trailer è realizzato in maniera davvero accattivante. Guardando questa pellicola da un punto di vista logico-razionale, è facile trovarla assurda e allucinante. In un contesto di realismo, nulla di quello che accade qui ha plausibilità: il film sembra l’incubo di un folle, a tratti disgustoso ed eccessivamente splatter. Tuttavia, vista la grande performance recitativa di Demi Moore ed ad alcune sequenze molto incisive, non si può fare a meno di fermarsi a riflettere e guardare alla trama in maniera più metaforica e laterale. In questo modo, il film può acquisire punti e anche una ragione d’essere. Benché per me non sia un capolavoro e non credo che lo rivedrei, il film lancia dei messaggi importanti, i più evidenti contro l’assurdo accanimento sulla bellezza e giovinezza a tutti i costi, imposto prevalentemente al genere femminile per uso e consumo di un volgarissimo, crudele, detestabile e superficiale genere maschile. Oltre a questo, però, c’è anche l’accusa verso le donne di accettare le regole di questo “gioco a perdere,” quando, sebbene non sia possibile cambiare la società, si possono cambiare le proprie priorità. La protagonista, pur avendo vissuto una vita da star, non è riuscita a costruire nulla di concreto (cosa piuttosto insolita, in realtà): non ha né amici né famiglia; l’unica cosa che per lei conta è la fama e l’ammirazione del pubblico. Tuttavia, l’amore della massa è volubile ed effimero, proprio come la bellezza esteriore su cui la protagonista ha basato la sua vita. Pertanto, inseguirla a tutti i costi non può portare a un lieto fine. Non saprei dire se consigliarlo o meno: il messaggio poteva essere veicolato in modi molto diversi, con una trama più plausibile, lineare e con scene meno splatter e disgustose.
Eleanor Oliphant sta benissimo è l’esordio letterario dell’autrice scozzese Gail Honeyman, pubblicato nel 2017. Il romanzo ha ricevuto un’accoglienza straordinaria, vendendo milioni di copie ed essendo tradotto in numerose lingue. Il successo di un romanzo, soprattutto se si tratta di un esordio, è sempre un po’ misterioso, ma in questo caso credo sia meritato. Ho molto apprezzato il lavoro di Gail Honeyman, in particolare l’attenzione verso coloro che, senza colpa o responsabilità, non hanno avuto un’infanzia normale. Il romanzo sottolinea come, sebbene i bisogni primari siano essenziali, non siano sufficienti per vivere serenamente la propria realtà. Il personaggio di Eleanor è singolare: rigida e ferma nelle sue posizioni, vive in una routine perpetua tra lavoro e solitudine, una condizione molto attuale nella nostra società. Molti possono riconoscersi in lei. Inoltre, il fatto che il romanzo tratti così apertamente il tema degli abusi fisici e psicologici può offrire un sostegno a chi ha vissuto esperienze simili. Tuttavia, sono rimasta un po’ delusa dal finale, che appare eccessivamente fiabesco. Il passato di Eleanor è oscuro, ma meno inquietante di quanto l’autrice sembri suggerire durante la narrazione. Per questo motivo, pur trovandola una lettura godibile e utile, non lo considero un capolavoro. Il finale mi ha ricordato un dipinto ad acquarello che inizia con colori forti e intensi, per poi dissolversi in toni chiari e tenui, lasciando la sensazione che si voglia regalare la “rinascita” a tutti i costi.
Joker: Folie à Deux è il sequel di Joker. Benché entrambi siano stati realizzati da Todd Phillips, stiamo parlando di due film completamente opposti. Joker è un vero capolavoro, mentre il sequel è uno dei film più brutti, insensati e noiosi che abbia mai visto al cinema. In questi 150 minuti, il regista riesce a distruggere tutto ciò che di buono era stato fatto nel primo film, il che mi ha totalmente spiazzata, poiché gli ingredienti per fare qualcosa di buono c’erano tutti. La storia d’amore e ossessione tra Joker e Harley Quinn si prestava moltissimo a realizzare qualcosa di intenso ed emozionante. Invece, la trama risulta piatta, scoordinata, sconnessa e superficiale. Tutto appare irrealistico e raffazzonato, e l’inserimento dello stile musical è la pietra tombale su un film noiosissimo, che non dice nulla e non solo non aggiunge nulla, ma toglie la dignità che il film precedente aveva dato al personaggio di Joker. Gli attori sono bravi, cantano bene, ma il tutto non è fluido. Le canzoni sono spesso fuori luogo, e in questo contesto, nemmeno l’attore più talentuoso avrebbe potuto salvare una trama piatta, spenta e inconcludente. Guardare questo film fa venire nostalgia dei prodotti Marvel e sperare in un provvidenziale intervento di Batman per far cessare la lenta agonia della visione. Margot Robbie può stare tranquilla: la sua Harley Quinn resterà memorabile ancora per anni.
Uglies è un film di fantascienza americano diretto dal regista Joseph McGinty Nichol, basato sull’omonimo romanzo di Scott Westerfeld. La storia è ambientata in un’apparente utopia del futuro, in cui l’umanità, dopo le guerre per le risorse energetiche, riesce a sviluppare un fiore capace di fornire energiaillimitata e rinnovabile. Inoltre, grazie ai progressi tecnologici, ogni abitante ha diritto, al compimento dei sedici anni, a un intervento che lo rende perfetto dal punto di vista estetico. Il film, di per sé, non è realizzato male, ma la trama mi lascia con molte perplessità. Il monito di Scott Westerfeld è probabilmente quello di mettere in guardia contro una società troppo edonistica e sottolinea l’importanza del libero arbitrio e dell’autodeterminazione. Per quanto, idealmente, sia facile concordare con l’autore, per come è rappresentata la situazione nel film, in fin dei conti, mi trovo dalla parte della dottoressa Dr. Nyah Cabl che, a suo modo e con glamour, ha creato la pace nel mondo. L’estetica dei ‘pretty’ può essere discutibile, così come la loro scarsa emotività (già dilagante nella realtà contemporanea senza l’aiuto della chirurgia), ma una realtà senza angosce, malattie, invecchiamento, divari economici e sociali mi sembra comunque meravigliosa. Certo, qualche difetto ci sarà, ma si parte comunque da una buona base.