Recensione di Alice in Borderland

Alice in Borderland è una serie fantastica diretta da Shinsuke Sato, basata sull’omonimo manga scritto e disegnato da Haro Asō. La serie racconta le vicende di Arisu, un ragazzo insoddisfatto della sua vita e dei suoi amici che si ritrovano improvvisamente nella loro città, ma senza i suoi abitanti. Dopo un primo momento di euforia, scoprono che in questa realtà è necessario superare dei giochi cruenti e difficili, dove la posta in gioco è proprio la loro vita. Non è il genere di serie che amo guardare, poiché eccessivamente violento e splatter; tuttavia, mi ha sorpreso la profondità e l’acutezza con cui il regista, in un contesto così insolito, analizza i suoi personaggi. Benché alcuni appaiano solo brevemente, la serie riesce a tracciare ritratti psicologici intensi e significativi, lasciando un’impressione duratura in poche, ma incisive sequenze narrative. Vi è una forte tendenza all’epicità che, sebbene possa essere affascinante, a volte sfocia nell’esagerazione. Questo elemento si somma a una struttura narrativa che, per quanto avvincente in alcuni passaggi, risulta ripetitiva. La sensazione è che il messaggio centrale della serie, la riscoperta di sé e il valore della vita attraverso i giochi, avrebbe potuto essere efficacemente condensato in una singola stagione, senza perdere in intensità o significato. L’epilogo, benché scontato, ha il merito di chiudere il cerchio, fornendo allo spettatore una spiegazione abbastanza plausibile. In conclusione, non posso dire che la serie mi sia piaciuta, né di condividere il punto di vista del suo ideatore. Non credo affatto che le persone mostrino la loro vera natura in situazioni tipo quelle descritte di forte stress psicofisico infatti, in questo ambiente si trovavano a loro agio personaggi fortemente disturbati, psicopatici o sociopatici, già in partenza potenziali killer o già tali. Non vedo pertanto una vera utilità in un viaggio dell’eroe così strutturato. Alla luce di queste considerazioni, quindi, non ne consiglierei la visione, ma ammetto che ci sono serie peggiori.

Recensione Fabbricante di lacrime

Il panorama letterario italiano è stato scosso, nel 2022, da un fenomeno editoriale che ha travolto le vendite grazie al potere virale di BookTok su TikTok. Con quasi mezzo milione di copie vendute, “Fabbricante di lacrime” ha dominato indiscutibilmente le classifiche, diventando il libro più venduto dell’anno in Italia. Un successo così straripante che inevitabilmente ha portato alla sua trasposizione cinematografica. Tuttavia, il film non è riuscito a fare miracoli, poiché la storia, a dispetto di quanto detto sopra, è quella che è. La recitazione degli attori lascia molto a desiderare, con performance che spesso scadono nell’odiosa tendenza bisbigliata, un cliché troppo frequente nel cinema italiano. Questo stile recitativo non solo rende difficile seguire il dialogo ma aggiunge un ulteriore strato di artificiosità a una narrazione già di per sé superficiale. Un punto a favore, se così si può dire, è che la visione del film può risultare leggermente meno tediosa rispetto alla lettura del libro, nonostante la narrazione rimanga banale e prevedibile. La storia, infatti, non sembra ambire a molto più che condurre i due protagonisti tra le lenzuola, navigando acque poco profonde di un erotismo soft che lascia poco spazio a una vera e propria esplorazione emotiva. Un film talmente soporifero che ha avuto la meglio persino sulla resistenza di mio marito, caduto nel sonno quasi immediatamente. In conclusione, la mia perplessità su come questa storia abbia potuto riscuotere un tale successo rimane. Nonostante le mie aspettative fossero temperate, la trasposizione cinematografica ha confermato i miei timori, offrendo una visione che difficilmente potrei consigliare. In definitiva, sembra che il vero mistero sia capire l’origine del fascino che ha catturato così tanti lettori.

Recensione il problema dei tre corpi

Il problema dei tre corpi (3 Body Problem) è una serie televisiva statunitense del 2024, creata da David Benioff, D.B. Weiss e Alexander Woo, tratta dal romanzo omonimo scritto da Liu Cixin. La serie ha beneficiato di una spettacolare sponsorizzazione, soprattutto nelle grandi città, suscitando la curiosità di molti. Racconta la storia di Ye Wenjie, figlia di un fisico cinese, studiosa a sua volta, che durante un periodo di grande agitazione politica ha visto uccidere il padre, sotto il benestare della madre, finendo successivamente in un campo di lavoro. La giovane, però, grazie al suo grande potenziale logico e fisico, verrà sfruttata dal regime in modo diverso e spostata in uno strano laboratorio in cui vengono fatti esperimenti sulla comunicazione extraplanetaria. Nel presente, Ye Wenjie ha una figlia, di grande intelletto lei stessa, professoressa e ricercatrice al Cern. Improvvisamente, però, la strumentazione tecnica impiegata per la ricerca inizia a dare risposte paradossali e in contrasto con tutto ciò che è stato scoperto fino ad oggi, creando grande agitazione. Alcuni fisici iniziano inspiegabilmente a togliersi la vita, tra cui proprio Vera, la figlia di Ye Wenjie, e alla giovane e bellissima Auggie Salazar inizia a comparire un conto alla rovescia visibile solo a lei, che la sta facendo impazzire. In questa storia scorgo dell’originalità e del potenziale, ma a costo di essere impopolare credo venga mal gestito. Vi sono un numero elevato di errori e incongruenze che non posso rivelare nel dettaglio, ma i conti per me non tornano nemmeno all’inizio. Scrivere o girare storie di fantascienza non autorizza a fare tutto, poiché tanto non è reale; ci vuole una coerenza interna, soprattutto dove si tenta di rendere plausibile qualcosa d’impossibile. L’impostazione su cui si regge la trama è stridente e, difatti, finisce per crollare e scadere nel ridicolo nell’ultimo episodio. Vi è un barlume di speranza dopo la spiegazione a metà della storia, che sembra dare un po’ di spessore alla trama, per poi precipitare nuovamente nel baratro. L’unico elemento positivo è che, benché la serie sia lenta, incuriosisce, anche solo per capire dove si voglia andare a parare, regalando comunque un epilogo deludende e inconcludente.

Recensione Chiamatemi Anna

Chiamatemi Anna” è una serie TV canadese distribuita dalla piattaforma Netflix, ispirata al romanzo di Lucy Maud Montgomery “Anna dai capelli rossi”, sotto la regia di Moira Walley-Beckett. Attualmente sono disponibili tre stagioni che raccontano la storia di Anna, orfanella singolare, con una fervida immaginazione e molto chiacchierona. Nel pilot, Anna è finalmente in viaggio verso una famiglia che la vorrebbe prendere con sé, ma le cose iniziano nel peggiore dei modi. I suoi nuovi genitori, i fratelli Matthew e Marilla Cuthbert, avevano fatto richiesta per un maschio. La spumeggiante Anna, però, con i suoi modi drammatici e plateali, è una ventata di novità nella realtà dei Cuthbert e, a suo modo, conquista dapprima Matthew e poi Marilla. Nella serie vengono trattate in maniera delicata ma convincente tantissime tematiche: la questione del bullismo e della discriminazione che colpisce orfani, poveri, donne nubili, persone di etnie e culture diverse. Benché la storia di per sé sia molto edulcorata, le tematiche sono ben discusse e i personaggi ben delineati. Magistrale è la ricostruzione dei luoghi e dei costumi. Guardando questa serie si può immaginare un mondo più buono, dove la speranza ha ancora un senso e benché parecchie cose siano irrealistiche, va bene così poiché ogni tanto è bello lasciarsi andare all’immaginazione, come direbbe anche Anna.

Recensione Un mondo a parte

Un mondo a parte è un film italiano diretto da Riccardo Milani, che vede come protagonisti principali Antonio Albanese e Virginia Raffaele. L’intento del regista è quello di dare visibilità alla realtà dei piccoli paesi dell’entroterra, in particolare del sud, che a causa di svariati fattori vengono abbandonati diventando città fantasma. Il protagonista è un insegnante, che stanco di lavorare in una grande città come Roma chiede il trasferimento con ingenuità e leggerezza sperando che questo cambiamento possa rianimare la passione per il suo lavoro. L’inizio sembra la brutta copia di “Benvenuti al Sud” e il resto non va certo a migliorare, fatta eccezione di qualche battuta divertente, il film mi ha deluso. Artificioso e irrealistico, tratta temi importanti più per fare tendenza che per esplorarli. C’è ironia, ma paradossalmente indica come punti di forza ciò che non va e che ci facciamo andare bene. Lo scomodare anche la questione rifugiati, in una storia raccontata così, mi è sembrato di cattivo gusto, ma del resto è anche il fulcro del film. Per me non vale il costo del biglietto per andare a vederlo.