Recensione Thanks you, Next

La serie televisiva turca “Thank You, Next” narra le vicissitudini di Leyla Taylan, interpretata con convinzione da Serenay Sarıkaya. Al centro della trama vi è anche l’antagonista maschile, Cem, efficacemente portato in scena da Hakan Kurtaş. Leyla, proveniente da una famiglia benestante lavora come avvocatessa nello studio dello zio, quando si trova a gestire un complesso caso di divorzio proprio mentre la sua relazione con Omer, personaggio che risulta piuttosto irritante, va in frantumi. Omer è l’ex fidanzato storico di Leyla e il divorzio riguarda la terza moglie di Cem, un influente uomo d’affari nel settore alberghiero. Attraverso gli otto episodi, vediamo Leyla supportata da un gruppo ristretto di amici e colleghi, che funge da sorta di famiglia elitaria allargata. Se da un lato questo gruppo appare come una risorsa, dall’altro può sembrare un impedimento al libero sviluppo individuale di Leyla, limitandone l’indipendenza. Il gruppo insieme affronta vari drammi sentimentali, alternando momenti di noia e vuoto esistenziale a feste super esclusive. Sebbene la serie inizi con dei punti di forza evidenti, perde progressivamente il suo fascino. La narrazione diventa confusa, aggravata dall’uso eccessivo di flashforward che anticipano gli eventi di ogni episodio, eliminando così la possibilità di colpi di scena e rendendo le vicende prevedibili. Nonostante ciò, l’evolversi della serie presenta sfumature di femminismo ed emancipazione, che, in un contesto socio-culturale diverso come quello turco, si rivela audace e innovativo.

Recensione di “Viola come il mare”

“Viola come il mare” è una fiction italiana diretta da Fabio Mollo e liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Simona Tanzini. La serie racconta la storia di Viola, ex Miss Italia interpretata da Francesca Chillemi, che si reca a Palermo per cercare il padre. Affetta da una grave malattia neurologica, Viola possiede la singolare capacità della sinestesia, che le permette di leggere le emozioni altrui attraverso auree colorate. Trovato lavoro come giornalista, Viola collabora con un affascinante poliziotto, interpretato da Can Yaman. Una relazione sofferta poichè anche se il desiderio di entrambe le parti e forte viene ostacolato dalla diversa visione dell’amore. La serie nonostante la presenza di delitti in quasi ogni episodio è leggera poichè tutto risulta sempre patinato. Le performance degli attori, in particolare dei protagonisti, sono deboli. Can Yaman soffre l’assenza del doppiatore mentre la Chillemi a dispetto del fatto che recita male, conquista simpatia grazie al suo comportamento spontaneo, umile e buffo. Attori secondari come Maria Chiara Giannetta, che interpreta la caporedattrice del giornale, e Simona Cavallari, collega di Viola, dimostrano maggiore talento. Ridicola l’animazione data alla visione delle auree emozionali. Nonostante le impressioni contrastanti, col tempo la serie diventa piacevole e coinvolgente. La trama del romanzo originale è stata significativamente modificata per la serie TV, introducendo l’elemento della sinestesia, centrale nello sviluppo della storia e sorprendentemente assente nel libro. La serie tende a esaltare certi comportamenti puritani mentre tenta di aderire a un femminismo di facciata, con personaggi femminili in ruoli che si discostano dall’immagine tradizionale dell’angelo del focolare. Curiosamente, nessuno dei personaggi ha figli e tutti sembrano vivere esclusivamente per il lavoro, benchè idealizzato flessibile e gratificante.

Recensione Briganti

“Briganti” è una serie storica italiana ambientata nel tumultuoso periodo post-unificazione italiana. Costumi e ambientazioni sono convincenti, ma non altrettanto si può dire della narrazione. Ci sono troppi interpreti, esteticamente simili, e non vi è un approfondimento su nessuno di essi; sono figure monodimensionali senza un passato con cui è difficile empatizzare. Per la natura della trama, i protagonisti sono sempre in fuga, il che a tratti se non altro riesce a far mantenere un certo ritmo alla serie. L’unica cosa un po’ intrigante per me è la relazione tra Filomena e Lo Sparviero. Devo ammettere, inoltre, che il finale di stagione è ben congegnato. Nel complesso, poteva emergere una serie molto bella poiché il tema di fondo è interessante, ma così com’è stata organizzata risulta confusa e limitata. In un contesto che parla di ideali è doveroso indagare i motivi che spingono i personaggi ad agire in determinati modi. Mantenere quasi tutta la narrazione sul presente senza sviluppare antefatti ai quali si fanno solo vaghi accenni è un grosso errore e sminuisce la profondità della storia. Per quanto riguarda il cast, Marlon Joubert, anche se aiutato dalla sua presenza scenica, mi ha colpito nel ruolo dello Sparviero. In maniera minore e non da subito ho apprezzato anche la scelta di Matilda Lutz nel ruolo di Michelina, che grazie alla sua bellezza quasi divina era perfetta come eroina della profezia diffusa proprio al fine di favorire i briganti nella loro lotta contro i despoti del nord Italia.

Recensione Baby Reindeer

Baby Reindeer” è una miniserie di Netflix del 2024, scritta, ideata e interpretata da Richard Gadd, basata sul suo omonimo one-man show. Nonostante non sia un documentario, ma una serie drammatica, si distingue per il suo approccio originale. La serie è eccezionalmente realizzata e affronta temi delicati e poco comuni, come lo stalking e gli abusi. Queste problematiche sono spesso legate alla disparità di genere, e mentre anche in quel contesto sono questioni complesse, la protezione degli uomini è ancora lontana dall’essere accettata e perseguita adeguatamente. Gadd, che nella serie assume il nome di Donny, racconta di come il suo desiderio di successo nel mondo della comicità lo porti a fidarsi di un uomo perverso e manipolativo che, con la falsa promessa della fama, lo abusa. Per aggravare la situazione, Donny diventa vittima di Martha, una stalker seriale. Queste vicissitudini compromettono la sua capacità di mantenere relazioni basate su sentimenti e amore, evidenziando una profonda e accurata analisi della sua psiche. Il cast è molto ben selezionato; Jessica Gunning, nel ruolo di Martha, e Nava Mau, nel ruolo di Teri, mi hanno particolarmente colpito. Entrambe le attrici sono eccellenti nei loro ruoli e riescono a comunicare la profonda solitudine di chi affronta da solo malattie mentali, l’essere diverso in una società che valorizza l’apparenza, e la difficile realtà di chi si trova in un corpo che sente non suo e affronta il tabù sociale della transizione di genere. Trovo coraggioso e fondamentale ciò che Gadd ha fatto, mostrando che il mondo non è solo bianco o nero e che tutti viviamo con grandi o piccole contraddizioni interiori. La visione da parte di chi ha vissuto esperienze simili a quelle di Gadd potrebbe dare il coraggio di affrontare i propri demoni e farlo senitre meno incompreso.

Recensione di Alice in Borderland

Alice in Borderland è una serie fantastica diretta da Shinsuke Sato, basata sull’omonimo manga scritto e disegnato da Haro Asō. La serie racconta le vicende di Arisu, un ragazzo insoddisfatto della sua vita e dei suoi amici che si ritrovano improvvisamente nella loro città, ma senza i suoi abitanti. Dopo un primo momento di euforia, scoprono che in questa realtà è necessario superare dei giochi cruenti e difficili, dove la posta in gioco è proprio la loro vita. Non è il genere di serie che amo guardare, poiché eccessivamente violento e splatter; tuttavia, mi ha sorpreso la profondità e l’acutezza con cui il regista, in un contesto così insolito, analizza i suoi personaggi. Benché alcuni appaiano solo brevemente, la serie riesce a tracciare ritratti psicologici intensi e significativi, lasciando un’impressione duratura in poche, ma incisive sequenze narrative. Vi è una forte tendenza all’epicità che, sebbene possa essere affascinante, a volte sfocia nell’esagerazione. Questo elemento si somma a una struttura narrativa che, per quanto avvincente in alcuni passaggi, risulta ripetitiva. La sensazione è che il messaggio centrale della serie, la riscoperta di sé e il valore della vita attraverso i giochi, avrebbe potuto essere efficacemente condensato in una singola stagione, senza perdere in intensità o significato. L’epilogo, benché scontato, ha il merito di chiudere il cerchio, fornendo allo spettatore una spiegazione abbastanza plausibile. In conclusione, non posso dire che la serie mi sia piaciuta, né di condividere il punto di vista del suo ideatore. Non credo affatto che le persone mostrino la loro vera natura in situazioni tipo quelle descritte di forte stress psicofisico infatti, in questo ambiente si trovavano a loro agio personaggi fortemente disturbati, psicopatici o sociopatici, già in partenza potenziali killer o già tali. Non vedo pertanto una vera utilità in un viaggio dell’eroe così strutturato. Alla luce di queste considerazioni, quindi, non ne consiglierei la visione, ma ammetto che ci sono serie peggiori.