Le Streghe Mayfair: un’occasione solo in parte riuscita

Recentemente Netflix ha inserito nel suo catalogo molte serie ispirate alle opere o all’universo narrativo di Anne Rice. La prima che ho visto è stata Le Streghe Mayfair. Una storia che non conoscevo e che inizialmente mi aveva conquistata, ma che, a causa di una trama già di base molto complessa, ricca di personaggi ed eventi difficili da descrivere, mi ha lasciata un po’ delusa e sconcertata (come mi era accaduto con True Blood). Il primo problema, per me, è stato il cast: non perché gli attori non siano bravi, ma perché alcuni li ho trovati poco calzanti nei rispettivi ruoli. Il caso più evidente è Ciprien Grieve (interpretato da Tongayi Chirisa), un personaggio piatto, poco passionale e per nulla un antagonista amoroso credibile rispetto a Lasher. Sono stati tagliati troppi momenti intimi che avrebbero dato spessore alla storia, al punto che perfino la gelosia di Lasher risulta quasi ingiustificata. La Rowan della serie, più che dividersi tra due amori, lotta essenzialmente per la propria indipendenza, per il potere e per la conoscenza. Una scelta coerente con la tendenza delle eroine contemporanee, che però toglie centralità all’elemento romantico.
Anche Lasher, che avrebbe dovuto essere il personaggio più magnetico, capace di dominare la scena, è un appesantito quarantenne adesso capisco il desiderio di evitare l’attore stereotipato e troppo perfetto, ma se la protagonista è Alexandra Daddario, è necessario affiancarle un partner di pari impatto estetico o almeno dotato di un carisma equivalente. Jack Huston è un bravo attore, ma, secondo me, sarebbe stato più adatto ad altri ruoli.
I personaggi secondari sono numerosi e a tratti confusi. La zia Milly è forse la figura che mi ha lasciata più perplessa, ma anche l’intera storyline di Deirdre e della rigida Carlotta.
Le Streghe Mayfair nasce come una storia intricata, e immagino non sia semplice renderla telegenica. La mia delusione, infatti, non deriva tanto dalle modifiche alla trama originale — inevitabili negli adattamenti — quanto dagli elementi che ho citato sopra: scelte di casting poco efficaci e una carenza di tensione emotiva nell’intreccio principale. In conclusione, Le Streghe Mayfair è una serie ambiziosa che parte da un materiale narrativo ricchissimo, ma fatica a rendere pienamente giustizia alla complessità delle opere di Anne Rice. Rimane un prodotto interessante, visivamente curato e con qualche intuizione riuscita, ma nel complesso mi ha lasciata con la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata.

Dal libro alla serie: Tell Me Lies racconta il narcisismo con due voci diverse

Tell Me Lies è un romanzo scritto da Carola Lovering e racconta la relazione tormentata tra Lucy e Stephen durante il periodo del college e negli anni immediatamente successivi. Dal libro è stata tratta anche una serie TV, disponibile su Disney Plus, sviluppata da Meaghan Oppenheimer. Il romanzo è molto ben scritto e scorrevole. L’autrice è stata molto brava nell’evidenziare la personalità narcisistica di Stephen e le varie ossessioni di Lucy, affrontando il tema dell’anoressia e della depressione in maniera delicata e rispettosa. Un altro aspetto che mi ha colpito è l’analisi quasi antropologica della realtà universitaria, con la denuncia di quella che sembra essere una bolla tossica, in cui il divertimento coincide con l’abuso di alcol, droghe, farmaci e sesso. Nel complesso, però, tutte le vicende si risolvono in un fluire abbastanza armonioso, quasi fosse un percorso obbligato. Credo invece che non sempre vada così: anzi, ci possono essere conseguenze molto gravi, e certi tipi di condotta, da sempre considerati cool, andrebbero decisamente rivisti. Nel testo, paradossalmente, l’unico personaggio che muore è uno dei pochi che non fa uso né di alcol né di droghe. Il cuore del romanzo, però, è l’analisi della personalità narcisistica maschile, incarnata molto bene da Stephen, che alterna la narrazione con Lucy. Facendo un raffronto tra i due, è evidente come lui sia, nei fatti, una persona estremamente egoista, inconsapevole dei suoi problemi e destinato a non evolvere mai dal punto di vista emotivo e relazionale, nemmeno dopo il college, riproponendo gli stessi schemi manipolatori all’infinito, senza alcuna intenzione di cambiare, in una sorta di consumismo relazionale. Lucy, invece, ha un’evoluzione importante: riesce, a suo modo, a venire a patti con i suoi demoni e a uscire da questo percorso più forte e matura. Questo finale, benché ottimistico e denso di speranza, è un po’ troppo naive per i miei gusti — e evidentemente non solo per me, visto che il regista della serie ha modificato molte cose, in primo luogo proprio il finale, che invece di chiudere la storia apre a un possibile continuo, cosa che il romanzo non fa, chiudendo in maniera abbastanza netta. Nel libro viene citato un fatto molto grave che coinvolge Stephen, con la funzione di dimostrare fino a che punto il ragazzo sia privo di una vera coscienza morale. Tuttavia, questo espediente viene gestito piuttosto male nel romanzo, mentre nella serie viene messo al centro in un contesto più credibile. Un altro elemeno ben evidenziato nella serie TV ma meno nel romanzo, è il modo in cui chi ha a che fare con un narcisista possa progressivamente cambiare in peggio, diventando a sua volta più crudele, insensibile o manipolatorio. Questo nella serie si vede chiaramente: Lucy compie atti cattivi anche nei confronti delle sue amiche, fino a diventare, in alcune situazioni, quasi carnefice. Nel libro, invece, pur avendo anche lei dei comportamenti discutibil, il focus rimane sulla sua evoluzione personale. Nella serie, invece, questa crescita viene meno: non c’è una vera evoluzione, nemmeno da parte di Lucy, che da vittima finisce per perpetuare a sua volta dinamiche tossiche, alimentando così un circolo vizioso. Questo è, di fatto, uno dei pochi casi in cui, pur avendo nel complesso apprezzato la lettura, ho trovato più avvincente la serie TV.

Adolescence: una miniserie acclamata, ma davvero riuscita?

Adolescence è una miniserie televisiva britannica del 2025, diretta da Jack Thorne e Stephen Graham, e creata da Philip Barantini. Racconta la drammatica vicenda di Jamie Miller, un ragazzino di 13 anni che viene accusato di omicidio. La serie ha ricevuto molti apprezzamenti da critica e pubblico, soprattutto per lo stile di ripresa: ogni episodio è stato realizzato con un unico piano sequenza, senza montaggio. Sono state particolarmente lodate le performance del giovane Owen Cooper, che interpreta Jamie, e di Stephen Graham, nel ruolo del padre. Io, però, non condivido l’entusiasmo per questa produzione. Il tipo di ripresa, che forse avrebbe dovuto contribuire a un maggiore realismo, rende la visione a tratti noiosa, concentrandosi su dettagli irrilevanti e perdendo tempo prezioso, che avrebbe potuto essere impiegato meglio. Gli obiettivi di Barantini erano ambiziosi, considerando che il tema è interessante, soprattutto per chi ha figli adolescenti. Lo sviluppo, però, è deludente e confuso: vengono citati gruppi online senza una vera spiegazione e viene menzionato il cyberbullismo, ma senza trasmettere l’angoscia che può provare una vittima di una violenza così sottile, ma estremamente dannosa. Jamie è un ragazzino carino anche se si sente brutto – probabilmente una scelta voluta per evidenziare la dissonanza tra realtà e percezione – tuttavia appare anche arrogante e con gravi problemi nella gestione della rabbia. Il delinearsi di un quadro clinico di questo tipo fa sì che lui non sia il giusto rappresentante degli adolescenti in generale ma un eccezione. L’ultimo episodio si concentra sulle conseguenze dell’omicidio per la famiglia di Jamie, che diventa essa stessa vittima di odio e ignoranza generalizzata. Nella società moderna, sempre più spesso le colpe dei figli ricadono sui genitori, ma in questo caso la famiglia di Jamie sembra essere una buona famiglia, unita e coesa, che si tormenta nel cercare di capire la propria responsabilità nell’accaduto. Tuttavia, per come viene presentata la storia, Jamie appare solo come uno squilibrato privo di empatia, incapace di realizzare o ricordare gli avvenimenti in cui è coinvolto. Le performance degli attori mi hanno colpito, ma solo a tratti: alcuni membri del cast li ho trovati assolutamente pessimi. Nel complesso, quindi, non ho apprezzato molto questa serie e non mi unisco al coro di coloro che la raccomandano assolutamente.

Recensione Cassandra

Cassandra è una serie TV tedesca che racconta la storia di una famiglia che si trasferisce in una casa particolare: la prima abitazione domotica degli anni ’80. La famiglia è composta da quattro membri: Samira, David e i loro due figli, Fynn e Juno. Quando Fynn individua un guasto nel sistema e riesce a ripararlo, la casa si riattiva, riportando in funzione Cassandra, l’assistente virtuale. Inizialmente, nonostante qualche titubanza, la famiglia apprezza la sua presenza in forma robotica e le sue avanzate funzionalità domotiche. I più entusiasti sono David e la piccola Juno, che instaurano subito un rapporto positivo con l’IA. Tuttavia, con Samira il comportamento di Cassandra è diverso: la giudica costantemente, la critica e la mette sempre più in difficoltà, provocando incidenti che vengono attribuiti alla donna. Quella che sembrava un’innovazione affascinante si trasforma gradualmente in un incubo, con un crescendo di tensione che mette in discussione i ruoli familiari e le percezioni della realtà. La serie non si limita a esplorare l’impatto inquietante della tecnologia: si spinge oltre, rivelando che Cassandra non è una semplice intelligenza artificiale. Questo colpo di scena introduce un confronto tra due epoche e solleva riflessioni psicologiche profonde. L’aspetto che mi ha colpito di più è proprio la storia di Cassandra, una donna che, nel tentativo di essere una madre perfetta e devota alla famiglia, finisce per raccogliere solo dolore e frustrazione. La sua esistenza si trasforma in una prigione personale, dove il senso di colpa e la rabbia si alimentano a vicenda. Una serie ben fatta, intensa e ricca di spunti di riflessione, che merita assolutamente di essere vista.

L’amica geniale: tra amicizia tossica e emancipazione femminile

L’amica Geniale è una serie italo-statunitense diretta da Saverio Costanzo, ispirata all’omonima saga di romanzi scritti dalla misteriosa Elena Ferrante. Le trasposizioni cinematografiche o televisive tendono spesso a perdere carisma in termini di introspezione o complessità. In questo caso però, la potenza visiva e la ricostruzione storica danno merito a un lavoro che non ha bisogno d’altro per essere d’impatto. La cosa che mi ha colpito maggiormente della serie è l’ambiguità dei rapporti, in primo luogo quello tra le protagoniste, Lila ed Elena: un’amicizia tossica che a tratti salva e a tratti affossa, fatta di competizione e gelosia. I rapporti così descritti appaiono realistici e, sebbene non auspicabili, autentici nella loro complessità, tra luci e ombre. Centrale, più di ogni altro tema, è il ruolo della donna e la difficoltà dell’emancipazione, ostacolata da un patriarcato diffuso a tutti i livelli. Lo stesso patriarcato è talvolta occultato dal benessere economico o dallo status sociale, ma sempre presente nel segreto delle mura domestiche. Tossiche e difficoltose risultano anche le relazioni amorose e interfamiliari. La realtà immaginata per L’amica geniale è estremamente cruda e disturbante, non risparmiando tragedie di grande portata. Al contempo, però, alcune questioni sono state un po’ edulcorate, come la presenza della camorra, che appare marginale: credo che nella realtà il fascino ammaliatore di Lila avrebbe avuto ben poco potere contro la vera criminalità organizzata. Anche la carriera di autrice di Elena, facilitata più dalla posizione acquisita mediante matrimonio che dal merito, avrebbe probabilmente subito un arresto, considerando che la meritocrazia, come ben si evince, è più una fiaba che una realtà. La serie appassiona, soprattutto per il modo in cui evidenzia l’autosabotaggio delle protagoniste, che perseverano in scelte sbagliate nonostante il loro buon senso. Infine, per quanto riguarda la saga di romanzi, trovo discutibile la scelta dell’anonimato dell’autrice: in un panorama letterario come quello attuale, con l’avvento delle intelligenze artificiali, una dichiarazione come “I libri non hanno bisogno del loro autore; una volta scritti, non importa chi li ha scritti” appare rischiosa.