Tre piani : Dietro le porte chiuse

“Viviamo gli uni sopra gli altri, ma non necessariamente gli uni con gli altri.”

Ho appena terminato la lettura di Tre piani di Eshkol Nevo, romanzo pubblicato nel 2015 e ambientato in un elegante condominio di Tel Aviv. L’opera è strutturata in tre racconti distinti, ciascuno dedicato a un abitante di un diverso piano dello stabile. Una scelta narrativa interessante e coerente con il messaggio del libro: persone che condividono uno stesso spazio fisico senza realmente conoscersi o influenzarsi a vicenda. La lettura è scorrevole e coinvolgente, sostenuta da una scrittura raffinata e da una notevole capacità di analisi psicologica. Tuttavia, mi è mancato l’intreccio tra le tre storie, lasciandomi una lieve sensazione di insoddisfazione. Nevo ci offre soprattutto delle istantanee di vita, frammenti intensi ma incompleti. Non sapremo mai davvero se Arnon avesse ragione oppure no nelle sue paure e nei suoi sospetti. Non sapremo mai se Hani, la “vedova” del secondo piano, riuscirà a uscire dalla sua alienazione e dalla sua solitudine. L’unica vicenda che trova una conclusione più definita è quella di Dvora, protagonista del terzo piano. I temi affrontati sono tutt’altro che leggeri. Questo non è un romanzo che consola. Al contrario, esplora zone molto oscure dell’animo umano: l’ossessione, la paura, il senso di colpa, la staticità della vita di coppia e familiare, il peso delle responsabilità e i passi falsi che possono derivarne. Nel primo piano assistiamo a una progressiva spirale di sospetto e ossessione che mette in discussione la percezione stessa della realtà. Nel secondo Nevo affronta con grande sensibilità la solitudine della maternità, il bisogno di essere ascoltati e la paura della follia. Nel terzo, attraverso il personaggio più maturo e consapevole del romanzo, riflette su quanto le relazioni di coppia possano influenzare e condizionare le nostre scelte di vita. Nel complesso si tratta di un romanzo di grande qualità. Ho trovato superba la rappresentazione della psiche umana, sia maschile che femminile. Nevo riesce a costruire tre protagonisti completamente diversi tra loro, credibili, riconoscibili e dotati di una voce propria. C’è però qualcosa che non mi ha conquistata fino in fondo. Pur riconoscendone il valore letterario e la profondità, e pur considerandola una lettura meritevole, non posso dire che mi abbia appassionata completamente. Forse perché, da lettrice, avrei desiderato che quei tre piani diventassero qualcosa di più di tre vite osservate attraverso una porta socchiusa.

Tra ironia e memoria: recensione di “Niente di vero”

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Il testo è occasionalmente autobiografico e ruota attorno a un tema centrale: la famiglia, intesa sia come luogo fisico che psicologico in cui nasciamo e cresciamo. È proprio lì che veniamo forgiati e plasmati. Siamo creta nelle mani dei nostri genitori, e questo significa, a volte, soccombere o sopravvivere alle loro stranezze e manie, che nei primi anni diventano per noi normalità.

Inizialmente ho avuto una reazione quasi di fastidio: mi sembrava crudele mettere in piazza i “panni sporchi” della propria famiglia. Però, andando avanti nella lettura, è chiaro che Veronica Raimo non accusa e non si vittimizza. Con un tono asciutto e ironico, osserva e racconta. Più che un giudizio, il suo sembra un vero e proprio esperimento antropologico su un’infanzia fatta di letteratura e noia e su un’adolescenza più vissuta, tra legami interrotti e un’insolita ma plausibile mancanza d’istinto materno.

Quello che colpisce è come lo strano diventi quotidianità: la casa con tanti muri, le continue chiamate di Francesca, le dinamiche familiari fuori dagli schemi. Tutto appare quasi paradossale, ma allo stesso tempo credibile. Ed è qui che emerge uno dei significati più profondi del libro: anche i ricordi non sono oggettivi. La memoria è sempre un racconto che ci costruiamo, filtrato da ciò che abbiamo vissuto.

Per questo motivo, non esiste una sola verità, ma tante verità quante sono le persone che hanno vissuto la stessa esperienza. Non conta tanto ciò che è stato “giusto” o “vero” in senso assoluto, ma ciò che è stato percepito.

Se vi state chiedendo se leggere Niente di vero, la risposta è sì: è una lettura che colpisce, che fa riflettere e che riesce a trasformare l’imperfezione in qualcosa di profondamente umano.

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Guida galattica per autostoppisti: recensione del romanzo cult di Douglas Adams (trama e opinione)

Pubblicato nel 1979, Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams è considerato uno dei romanzi più iconici della fantascienza, diventato negli anni un vero e proprio cult.

Copertina del libro Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams

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Devo ammettere che mi sono avvicinata a questa lettura con un po’ di scetticismo. I primi capitoli, infatti, stavano quasi confermando le mie perplessità.

Poi, però, qualcosa cambia.

Trama di Guida galattica per autostoppisti

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La storia segue Arthur Dent, un uomo qualunque che si ritrova improvvisamente catapultato nello spazio dopo la distruzione della Terra. Insieme a Ford Prefect, intraprende un viaggio assurdo e imprevedibile tra pianeti, creature bizzarre e situazioni completamente fuori logica.

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Douglas Adams autore di Guida galattica per autostoppisti

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Una fantascienza assurda ma geniale

A un certo punto la storia prende forma, e tutta l’assurdità e l’apparente incoerenza narrativa iniziano a costruire una logica interna sorprendente, accompagnata da un’originalità davvero fuori dal comune.

La fantascienza di Douglas Adams è assurda, altamente improbabile, sarcastica e grottesca. Ed è proprio per questo che funziona.

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Cosa mi ha lasciato

Per certi versi mi ha ricordato Saltatempo di Stefano Benni, anche se con una differenza importante: mentre quel libro l’ho trovato poco scorrevole, le avventure di Arthur e Ford mi hanno coinvolta sempre di più.

Non è diventato uno dei miei libri preferiti, ma ho capito perfettamente perché sia considerato un cult.

Ho apprezzato soprattutto l’ironia, la satira e la capacità di costruire un mondo completamente improbabile ma coerente.

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Vale la pena leggerlo?

Sì, ma con le giuste aspettative.

Non è un romanzo classico, lineare o realistico. È un viaggio assurdo e brillante, che gioca continuamente con il senso logico e lo ribalta.

Se ami la fantascienza ironica e fuori dagli schemi, è una lettura che vale la pena fare.

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⭐ VOTO

Valutazione 7 su 10 stelle libro Guida galattica per autostoppisti

⭐ Valutazione: 7/10

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La Trilogia della città di K – Recensione di una grande opera che non consola

La Trilogia della città di K, scritta da Ágota Kristóf, racconta la vita di due gemelli nati durante il periodo della Seconda guerra mondiale. Non vi sono riferimenti precisi né ai luoghi né ai tempi: sappiamo solo che la città di K è una città di frontiera, colpita dalla guerra non direttamente, ma di riflesso. Benché molto più crudo e psicologico, questo romanzo mi ha richiamato le sensazioni provate leggendo La solitudine dei numeri primi. È un’opera ben scritta, soprattutto per l’evoluzione del linguaggio e dei dettagli, che segue un crescendo significativo. Nel primo libro si procede per sottrazione: più si toglie, più i personaggi sembrano forti e adattivi, nonostante siano solo bambini. Eppure, nel proseguire del racconto, è proprio il non detto a ferire di più. Ho trovato alcune parti plausibili, soprattutto nell’ultimo volume; tuttavia è un romanzo che non consola. I vinti diventano protagonisti e le loro ferite interiori sono talmente profonde da non poter essere sanate. Nella vita reale, talvolta, accade lo stesso: molti scelgono una routine certa, anche se tossica, piuttosto che un cambiamento incerto. Personalmente non cerco questo tipo di realismo nella narrativa, anche se comprendo che possa piacere. Condivido la scelta di mettere al centro personaggi spezzati, fragili, talvolta perversi e prevalentemente ambigui; tuttavia, nella letteratura io sono alla ricerca della speranza. Non nel negare il dolore, ma nell’attraversarlo senza perdersi. La vita, in certe circostanze, è già abbastanza spietata. La narrativa, per me, dovrebbe anche ispirare. È una mia visione. Una lettura disturbante ma di altissimo livello, che fa riflettere molto. La sconsiglio però a chi sta attraversando un periodo di particolare fragilità.

Tra dolore e poesia: Il caos da cui veniamo

Il caos da cui veniamo è il secondo romanzo che leggo di Tiffany McDaniel e devo dire che ho aspettato un po’ per scrivere questa recensione, poiché è stata una lettura lunga e talvolta difficile da metabolizzare. Dicendo questo, però, non intendo dire che il libro sia brutto o pesante: è molto bello, ma denso di tragicità, narrata così bene che talvolta ci si dimentica che è soltanto un libro. Bitty non esiste, ma scorrendo le sue pagine si riesce a sentire l’orrore che alcuni vivevano in quegli anni a cavallo tra i ’60 e gli ’80, in un paesino dell’Ohio. L’autrice ama la sua terra, con cui ha un rapporto speciale ma anche conflittuale, e sente molto determinate tematiche, come la questione razziale, l’ignoranza e il domino terribile che possono causare generazioni di abusi e famiglie disfunzionali. Il dono più grande della McDaniel è riuscire a creare con le parole poesia nella brutalità. L’unico appunto che forse faccio è che, sebbene in letteratura sia suggerito di osare sempre per ottenere un effetto wow, io credo che in certe parti si sia andati oltre il possibile e che certi racconti del padre mi sono sembrati brutti e forzati. L’epilogo mi ha deluso un po’, poiché ho trovato alcune chiusure narrative decisamente surreali. In conclusione, non è un libro leggero, non c’è speranza per tutti, ma è un romanzo che merita di essere letto e conferma il talento di questa grande scrittrice contemporanea.