Recensione La libreria dei gatti neri

“La libreria dei gatti neri” è un romanzo di Piergiorgio Pulixi, scrittore sardo noto soprattutto per la stesura di numerose saghe noir. Nel panorama letterario contemporaneo, più che in passato, per restare sulla cresta dell’onda e vivere di scrittura, bisogna pubblicare molto e spesso. In questo meccanismo produttivo, può capitare che la fantasia vacilli e che i testi perdano in sostanza e profondità. Questo è il secondo libro che leggo di Pulixi, e mi è parso evidente che, prima ancora di essere autore, sia un grande lettore. Una qualità che gli ha reso facile ideare il personaggio di Marzio, burbero eroe dal cuore tenero, una sorta di cioccolatino tosto con un ripieno morbido e succulento che pochissimi riescono ad assaporare davvero. Ho colto anche una sottile vena di arroganza – forse involontaria – tipica di certa cultura autocompiaciuta: un atteggiamento comune a molti autori del genere, che a parole sembrano appartenere a un’élite, ma poi nei fatti cadono in errori banali e grossolani. Il romanzo parte in modo aggressivo: il primo capitolo ti scaraventa subito davanti a un dilemma crudele, un “gioco delle torri” che nessuno vorrebbe affrontare. Ma col lo scorrere del testo , la storia perde di plausibilità. Per quanto lo stile sia scorrevole, la narrazione scivola via come una valanga di banalità e incongruenze. L’unica speranza, a questo punto, è che nella realtà le indagini non vengano mai svolte come in questo romanzo, altrimenti si spiegherebbero le miriadi di errori giudiziari. I colpi di scena sono deboli, e il finale corre troppo in fretta. Non posso ovviamente soffermarmi troppo sui dettagli, per evitare spoiler, ma nel complesso non l’ho trovato né zuppa né pan bagnato: o sei un thriller, o non lo sei. Una partita a Cluedo, forse, avrebbe avuto maggiore coerenza. Detto questo, ci sono anche aspetti che ho apprezzato: lo spazio dato al romanticismo, e la caratterizzazione di alcuni personaggi.

Recensione di Oggi sarò tempesta

Oggi sarò tempesta è un romanzo di Silvia Ciompi, e racconta la storia di Greta, Lidia e Simon.
Personaggi diversi tra loro, ma che condividono una cosa: il dolore di sentirsi soli tra gli ultimi.
La cornice narrativa, diventa essa stessa un personaggio: la fabbrica. Una sorta di inferno meccanico ma anche l’unica via per raggiungere il sostentamento economico per molti. La Ciompi descrive con spietata precisione e realismo il lavoro degli operai, e ci porta dentro la realtà dei poveri contemporanei: studenti universitari, immigrati di diverse etnie e italiani rimasti fuori da qualsiasi altro sistema. In questo contesto, non sono solo i ritmi e le mansioni disumane a colpire, ma anche la guerra tra miserabili: fatta di pettegolezzi, giudizi, maldicenze e alienazione. Le tematiche trattate sono tante: dai rapporti disfunzionali con i genitori, al razzismo, all’omofobia, fino alla violenza latente che nasce dove regnano l’odio e la frustrazione .La cosa bella, però, è che amicizia e amore possono nascere nei luoghi più impensabili. Una lettura che consiglio: una sorta di fiaba contemporanea che fa bene al cuore.

Persone normali, quando la normalità è solo apparenza

Persone normali è un romanzo contemporaneo scritto da Sally Rooney. Ha avuto grande successo e, come capita in questi casi, la vasta platea di lettori si divide tra chi lo odia e chi lo ama. L’autrice ha uno stile molto personale. Ha imposto una scrittura senza punteggiatura nei dialoghi che, se da un lato è una peculiarità, dall’altro non è una scelta che ho apprezzato molto. La scelta della terza persona narrante, con tuttavia una profonda focalizzazione interna e i repentini cambi di punto di vista e temporali, può creare un po’ di confusione e disorientare.

Tra l’altro, questo approccio dà la percezione che il tempo trascorso sia molto lungo, mentre in realtà le vicende si articolano in un arco temporale abbastanza ristretto, tra le superiori e l’università dei protagonisti. Pertanto, non è che ci si possa aspettare chissà quali grandiose evoluzioni.

Ho trovato i protagonisti interessanti, così come le tematiche trattate trasversalmente. Marianne e Connell vivono fasi di vita speculari, sperimentando la popolarità e l’esclusione. Inizialmente Connell attiva una relazione ingiusta con Marianne, temendo che il germe dell’impopolarità contagi anche lui. Nel tempo, però, le dinamiche esterne si trasformano, lasciando tuttavia invariate le percezioni interiori.

La normalità evocata dal titolo è, per quasi tutti, solo apparenza, perché – chi più, chi meno – deve convivere con grandi e piccoli traumi, insicurezze e frustrazioni.

L’autrice descrive bene le sensazioni profonde della depressione e dell’ansia.

“Stava manifestando più emozione di quanto avesse mai fatto in vita sua e al tempo stesso ne provava di meno, non ne provava affatto.”

C’è da dire, infatti, che anche se oggi sono tematiche sempre più discusse, lo stigma che le circonda non è nemmeno lontanamente superato.
Prima di scrivere questa recensione ho avuto modo di confrontarmi con altri lettori, e la percezione di alcuni è che nel libro non ci siano evoluzioni. In realtà, io non condivido questa visione: anzi, a confronto con altri romanzi in cui i personaggi non riescono a cambiare, qui le cose vanno diversamente, e ho apprezzato l’epilogo.

Nel complesso non credo che il romanzo sia eccezionale, però resta un ottimo lavoro e una lettura che consiglio.

Dal libro alla serie: Tell Me Lies racconta il narcisismo con due voci diverse

Tell Me Lies è un romanzo scritto da Carola Lovering e racconta la relazione tormentata tra Lucy e Stephen durante il periodo del college e negli anni immediatamente successivi. Dal libro è stata tratta anche una serie TV, disponibile su Disney Plus, sviluppata da Meaghan Oppenheimer. Il romanzo è molto ben scritto e scorrevole. L’autrice è stata molto brava nell’evidenziare la personalità narcisistica di Stephen e le varie ossessioni di Lucy, affrontando il tema dell’anoressia e della depressione in maniera delicata e rispettosa. Un altro aspetto che mi ha colpito è l’analisi quasi antropologica della realtà universitaria, con la denuncia di quella che sembra essere una bolla tossica, in cui il divertimento coincide con l’abuso di alcol, droghe, farmaci e sesso. Nel complesso, però, tutte le vicende si risolvono in un fluire abbastanza armonioso, quasi fosse un percorso obbligato. Credo invece che non sempre vada così: anzi, ci possono essere conseguenze molto gravi, e certi tipi di condotta, da sempre considerati cool, andrebbero decisamente rivisti. Nel testo, paradossalmente, l’unico personaggio che muore è uno dei pochi che non fa uso né di alcol né di droghe. Il cuore del romanzo, però, è l’analisi della personalità narcisistica maschile, incarnata molto bene da Stephen, che alterna la narrazione con Lucy. Facendo un raffronto tra i due, è evidente come lui sia, nei fatti, una persona estremamente egoista, inconsapevole dei suoi problemi e destinato a non evolvere mai dal punto di vista emotivo e relazionale, nemmeno dopo il college, riproponendo gli stessi schemi manipolatori all’infinito, senza alcuna intenzione di cambiare, in una sorta di consumismo relazionale. Lucy, invece, ha un’evoluzione importante: riesce, a suo modo, a venire a patti con i suoi demoni e a uscire da questo percorso più forte e matura. Questo finale, benché ottimistico e denso di speranza, è un po’ troppo naive per i miei gusti — e evidentemente non solo per me, visto che il regista della serie ha modificato molte cose, in primo luogo proprio il finale, che invece di chiudere la storia apre a un possibile continuo, cosa che il romanzo non fa, chiudendo in maniera abbastanza netta. Nel libro viene citato un fatto molto grave che coinvolge Stephen, con la funzione di dimostrare fino a che punto il ragazzo sia privo di una vera coscienza morale. Tuttavia, questo espediente viene gestito piuttosto male nel romanzo, mentre nella serie viene messo al centro in un contesto più credibile. Un altro elemeno ben evidenziato nella serie TV ma meno nel romanzo, è il modo in cui chi ha a che fare con un narcisista possa progressivamente cambiare in peggio, diventando a sua volta più crudele, insensibile o manipolatorio. Questo nella serie si vede chiaramente: Lucy compie atti cattivi anche nei confronti delle sue amiche, fino a diventare, in alcune situazioni, quasi carnefice. Nel libro, invece, pur avendo anche lei dei comportamenti discutibil, il focus rimane sulla sua evoluzione personale. Nella serie, invece, questa crescita viene meno: non c’è una vera evoluzione, nemmeno da parte di Lucy, che da vittima finisce per perpetuare a sua volta dinamiche tossiche, alimentando così un circolo vizioso. Questo è, di fatto, uno dei pochi casi in cui, pur avendo nel complesso apprezzato la lettura, ho trovato più avvincente la serie TV.

Recensione L’acqua del lago non è mai dolce

Prima di scrivere questa recensione ho dovuto rifletterci. Non è un testo facile da digerire e la protagonista, non è riuscita a suscitare la mia simpatia. Tuttavia, questo non significa affatto che l’autrice non sia capace, anzi. La scrittura di Giulia Caminito è precisa e puntuale, anche se talvolta il lessico diventa un po’ roboante e complesso. All’inizio mi infastidiva la sua scelta di non usare gli articoli davanti ad alcuni nomi, ma col tempo ho iniziato a comprenderne l’effetto stilistico. Nel complesso trovo che la storia sia ben strutturata ma inconcludente, un risultato che, immagino, voglia riflettere la difficoltà di molti giovani della nostra epoca nel prendere decisioni o nell’emanciparsi davvero dalla propria famiglia, per quanto lo desiderino. L’atmosfera mi ha ricordato, in parte, La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Nel complesso pur non avendomi entusiasmato, non è comunque una brutta lettura, e credo che meriti i premi e le candidature che ha ottenuto per il suo forte contenuto drammatico e introspettivo.