Recensione di Nihal della terra del vento

Il fantasy è un genere di nicchia, quando lo nomini sono in molti a storcere il naso. Per gli appassionati però non c’è nulla di meglio che abbandonarsi a epiche avventure, in regni magici quasi sempre in guerra con esseri di diverse specie: elfi, gnomi e così via. In Italia sono pochi gli autori noti per essersi cimentati in questo genere, una che ci è riuscita è Licia Troisi. Nihal della terra del vento è il primo capitolo della lunghissima saga ambientata nel Mondo Emerso. La protagonista è la giovane Nihal, la tipica eroina che incarna perfettamente l’immagine moderna della donna libera e ribelle, che a dispetto del genere vuole combattere e fare il guerriero. Cresciuta solo dal padre, nella caotica torre di Salazar, scopre la magia e l’amicizia grazie all’apprendista mago Senar. Nel complesso non vi è nulla di originale in questo primo romanzo. La storia è molto elementare, quasi scolastica. Molte cose sono fumose, vaghe e i moventi dei personaggi tavolta deboli. Mi è parso di ravvisare degli errori sul passaggio di punti di vista da un personaggio all’altro ma credo che per un pubblico giovane la storia sia scritta sufficentemente bene. Vengono analizzati molti stati d’animo adolescenziali, il tema della diversità e del peso dell’esclusione e di come spesso i nostri sogni, una voltra realizzati, non siano affatto come ce li aspettavamo. Nel complesso la lettura non mi è dispiaciuta e sono curiosa di leggere il capitolo successivo, anche perchè è un lavoro tutt’altro che autoconclusivo e preso singolarmente porta la storia a un vicolo cieco. Pensando tuttavia al panorma editoriale mi viene da chiedermi cosa in questa storia abbia fatto la differenza e permesso alla Troisi di emergere nel genere fantasy dove in tantissimi hanno fallito.

Recensione di Barbie il film

Il film di Barbie è già campione d’incassi e se non altro ha il merito di aver riportato fiumi di persone nelle sale cinematografiche. Detto questo sono abbastanza delusa dalla pellicola di Greta Gerwig. L’idea di fare un film sull’iconica bambola è curiosa ma l’implementazione è stata scadente a dispetto del cast stellare e dal bombardamento mediatico intorno all’uscita del film. Una trama c’è, ma molto debole e per quanto ci si metta la fantasia, perchè mai dovrebbe esistere un mondo parallelo come quello descritto nel film? Barbie, sebbene per molte bambine rappresenti l’infanzia, è pur sempre un prodotto commerciale. Lo scopo della pellicola in sintesi è convincerci del contrario. Ho ravvisato una protesta sull’evoluzione dell’immagine di Barbie che da gioco di rottura che permise alle bambine di sognare d’altro rispetto alla maternità è divenuto il modello tossico di una perfezione estetica impossibile e di una vita stereotipata e profondamente superficiale. La colpa di questo cambio d’intenti è da imputare a una leadership esclusivamente maschilista ai vertici di Mattel che ha usato Barbie in modo perverso. Quello che si vede però è una barriera netta nei confronti della maternità, poichè l’agghiacciante immagine di apertura vede delle bambine che rompono i loro bambolotti, che in un film così hanno una valenza simbolica molto triste. Dopo questa scena stridente e fuori luogo, si viene poi proiettati nel cotonato e pastellato mondo di Barbie, fatto di stucchevoli gentilezze e carinerie. Nel “puoi essere ciò che vuoi”, slogan del marchio, vediamo una sfilata di professioni, come se la realizzazione personale dipendesse solo da questo e un occultamento dello sgradito personaggio di Midge, la Barbie che diventa mamma, a rimarcare l’idea inizale. Nell’evolversi della storia si cercherà di fare una debole pace con il conflitto madre/donna poichè ci viene ricordato che Barbie fu un regalo di Ruth a sua figlia e che le eroine umane sono madre e figlia. Nei fatti però il vero protagonista della storia è Ken, che riesce a dare un taglio ironico e divertente a una pellicola altrimenti piatta e lenta. La base della storia però resta il conflitto di genere che non riesce nemmeno nella fantasia a sfociare in qualcosa di diverso che in una lotta per il potere e vede per protagonista l’ennesima eroina femminile single ed emancipata, che a differenza dei suoi competitor maschi ostenta il fucsia, facendo di Barbie l’icona del neo femminismo capitalista. Personalmente la mia idea di Barbie è più romantica e moltissime sono le cose che si potevano dire per riabilitare l’immagine della bambola: ad esempio si può essere donne ma anche madri, che noi donne non siamo il nostro lavoro o i nostri vestiti e soprattutto che l’amore non è un retaggio del maschilismo. Detto questo sono certa che questo film farà fatturare tantissimo sia al botteghino che grazie ai gadget marchio Barbie già in commercio e per Mattel sarà la grassa gallina dalle uova d’oro per diverso tempo. Tuttavia per me trattasi solo di glorificazione di un trand malsano e amaro.

Recensione di L’estate in cui imparammo a volare

L’estate in cui imparammo a volare è una serie tv statunitense che trae la sua ispirazione dalle saga omonima dei romanzi di Kristin Hannah. Racconta la storia della straordinaria amicizia tra due ragazze molto diverse, Tully e Kate. La prima con una storia familiare disfunzionale e complicata, la seconda proveniente dalla classica famiglia bene degli anni ’80. Particolare l’attenzione allo sviluppo del ruolo delle donne nella società. Tully, a dispetto delle sue origini svantaggiate riesce con determinazione a perseguire il tanto decantato sogno americano divenendo una star televisiva e la perfetta incarnazione del volere e potere. Kate invece rinuncia alla sua carriera professionale in nome della famiglia. In entrambi i casi però possiamo scoprire luci e ombre delle rispettive scelte e di come secondo l’autrice la via dell’amore e dell’amicizia alla fin fine è l’unica che porta alla vera felicità. Kate infatti, che professionalmente si è arenata vivendo all’ombra di Tully, diviene la vera star, amata dai pochi giusti che rendono la sua vita memorabile. Una storia dove l’ordinario diventa straordinario in cui la narrazione di un amicizia epica, possibile a mio avviso solo in libri e film, diventa il centro di vite vissute pienmente tra alti e bassi. Ho apprezzato molto questa serie, benchè talvolta mi infastidivano i troppi salti temporali e in certi momenti tendeva a diventare un pò noiosa. Il cast è semplicemente perfetto (forse anche troppo), amo in particolare Alissa Skovbye che interpetra Tully d’adolescente e anche Roan Curtis nel ruolo di Kate. Molto brave anche Katherine Heigl (Tully da adulta) e Sarah Chalke (Kate da adulta). Il finale è considerato da molti struggente e non posso negarlo, tuttavia nel complesso la serie celebra più la vita e i sentimenti che lo strazio della perdita. Per me una serie bene fatta.

Recensione Fabbricante di lacrime

La prima sensazione che ho avuto nel leggere questo testo è stata quella di avere davanti il libro di un esordiente senza editor. Dialoghi includenti, puntini di sospensione a caso come se piovesse e centinatia di pagine di descrizione degli stessi personaggi. Viene da chiedersi il perchè di tanto successo ma ancor di più perchè Salani (l’editore) al cospetto della “gallina grassa” non ha mosso un dito per correggere il tiro. Badate bene non voglio passare per una bacchettona tignosa che afferma che questi “sono libri per ragazzini ottusi e sgrammaticati“, ma per quanto ci abbia provato, anche fosse per pura curiosità sociologica a pagina 295 (ne ho percepite almeno mille) ho deciso di dire basta e mettere fine a questo strazio letterario. La trama è originale come le frasi di Paulo Coelho sotto le foto in bikini postate sui social. Ambientato in America con l’evidente lacuna che a dispetto del nome d’arte (immagino volutamente fuorviante), l’autrice è Italiana e naturalmente si percepisce perché della cornice viene detto poco o nulla. I protagonisti sono due orfani, lei super empatica e lui ultra narcisista: vengono adottati in coppia alla soglia della maggior età con una facilità con cui nella realtà non puoi prendere in affidamento nemmeno un gattino. In questo modo potrà così continuare il rapporto sempre più tormentato di attrazione e repulsione tra i due. Rigel ama Nica profondamente ma non sente di meritarala, lei ne è attratta ma lo fraintente in maniera idiota per metà romanzo in un tira e molla inconcludente fino allo sfinimento, in questo caso il mio. Più di una volta mi sono trovata a saltare pagine di descrizioni e a paventare la rinuncia. Detto ciò una parte di me è un pò triste poichè i personaggi non mi dispiacciono del tutto, ho trovato caratterizzazioni peggiori. Tuttavia un romanzo dovrebbe essere molto di più, soprattutto davanti al Fabbricante di lacrime che ha venduto più di 200000 copie. Continuo pertanto a non comprendere l’inspiegabile successo di questa autrice pur non sentendomi una lettrice pretenziosa o raffinata e ho deciso di dedicarmi ad altre letture magari meno virali ma più meritevoli d’attenzione.

Recensione Fiori per Algernon

Fiori per Algernon è un romanzo di fantascienza dallo scrittore e psicologo Daniel Keyes. Racconta attraverso l’espediente di un diario clinico la strana esperienza vissuta da Charlie Gordon, un ragazzo nato con un ritardo mentale e selezionato come cavia per una rivoluzionario intervento sperimentale volto ad accrescerne l’intelligenza. Il romanzo inizia in maniera insolita, con una scrittura sgrammaticata e infantile, fino a raggiungere con il progredire della storia alti livelli strutturali e di contenuto. Keyes combina in quest’opera la sua passione per la letteratura Science Fiction e per la psicologia, fornendo un quadro interessante della psiche umana e di come una vivacissima intelligenza da sola non può condurre l’individuo alla felicità. Penso che chiunque nella vita ha sperato almeno una volta di essere più perspicace e molto più capace e che questo gli avrebbe permesso di essere più vincente o persino di lasciare il segno. Charlie scoprirà a sue spese che talvolta la sua condizione iniziale era preferibile, poichè lo proteggeva dalle brutture della vita e dalla malignità insita nell’essere umano. Keyes inoltre punterà spesso l’attenzione su come i traumi dell’infanzia possano condizionare l’evoluzione dell’individuo più di quanto ci piacerebbe ammettere e di come una volta mangiata la prima mela della conoscenza non è comunque facile tornare indietro. Una storia struggente e geniale nella sua semplicità, che anche oggi dopo quasi sessant’anni è ancora attualissima, in un contesto storico edonistico come quello odierno che premia soprattutto l’apparenza e che maschera un vuoto emotivo, meschino e privo di speranza. Lessi questo racconto per la prima volta alle scuole superiori e sono felice di averlo riletto dopo molti anni a un età differente. Mi colpì allora e mi ha colpita oggi.