PRIMO CAPITOLO di “SKEGGIA 8 – Episodio I: I segreti dei Morigerati”

Megattica, una discarica di cemento ed anime del pianeta Era, la più contaminata e corrotta megalopoli del sistema solare di Kos, una grandiosa mostruosità urbana in cui appariva pressoché impossibile mantenere l’ordine ed il livello di sicurezza voluto dal governo centrale dei Cadetti. In un sistema basato sulla forza militare, rigido ed inflessibile, la miseria e la povertà regnavano incontrastate tra la popolazione, favorendo da un lato il proliferare di attività illecite e criminose e dall’altro la rinascita di uno dei mestieri più barbari e privi di dignità della storia: il mercenario, altrimenti detto cacciatore di taglie. Il mix di odori di fumo, alcool e sudore rendevano l’aria irrespirabile in quello squallido locale alla periferia di Megattica. Una ragazza, fin troppo magra ed eccessivamente truccata, ballava sensuale intorno ad un palo con l’astuzia di chi sa come attirare l’attenzione su di sé. La musica d’atmosfera faceva sembrare il tutto così estemporaneo, quasi come appartenesse all’epoca remota in cui gli umani abitavano ancora il pianeta Terra senza alcuna traccia dei senzienti. Un uomo grasso e calvo era seduto in prima linea, dalla fronte grosse gocce di sudore grondavano copiose, la sua eccitazione nell’osservare quella forma d’arte era palpabile. Poco distante, al bancone del bar, Didi osservava disgustata la scena. Era una ragazza non molto alta, con una procace scollatura ed un abbigliamento che poco lasciava all’immaginazione: un corpetto di pizzo nero e lattice permetteva di distinguere i dettagli del suo addominale tonico, una minigonna fasciante nera e blu fluo in tinta con le unghie ed il ciuffo sciolto con la lunga treccia nera che raccoglieva i suoi capelli facevano da contorno ad un trucco marcato ed incisivo, capace di mettere in risalto i suoi occhi verdi e malinconici. Il viso ne rivelava chiaramente la sua giovane età, bruciata da una crescita troppo precoce alla perenne ricerca di uno spazio in quel mondo già troppo affollato. Mescolava distrattamente un cocktail dal colore verde ottenuto a partire da chissà quali ingredienti.

«Prendi altro dolcezza?» chiese il barista ammiccando a Didi.

«No. Stasera sono a posto così.» rispose Didi sfiorandosi la tempia ed attivando il Sistema Identificativo Personale (SIP) per procedere al pagamento. Dal SIP passava la vita di ogni persona, in esso veniva memorizzato tutto: spostamenti, transazioni, conversazioni e molto altro.

«Controllo retinale attivato: Didi Reynols, razza umana. Consumazione autorizzata, credito conforme. 8,9 Diga. Confermare?» esordì una sensuale voce meccanica femminile. «Confermo.» rispose Didi.

Fuori dal locale l’aria era afosa e pesante, il cielo era oscurato dalla solita nube di smog. Il genere umano sembrava incapace di imparare dai propri errori, stava distruggendo un altro pianeta come un viscido parassita. Il vialetto di periferia era scarsamente illuminato, Didi si appostò in un angolo silenziosa ed in attesa. L’uomo grassoccio non tardò ad uscire dal locale, con una flemma commisurata alla sua stazza. Didi gli fu addosso con la sua Netget450, una pistola di ultima generazione in grado di friggere i SIP grazie al generatore di onde elettromagnetiche ad intensità controllata. Un secondo colpo fu sufficiente a paralizzare il soggetto.

«Facile ed indolore.» esclamò Didi.

Grazie ai velivoli aerei gli spostamenti non erano mai stati cosi veloci. Didi amava il panorama che si poteva mirare dai tunnel di sicurezza che coprivano le principali strade di congiunzione di Megattica. Un po’ meno adrenalinico era l’obbligo tassativo di mantenere il pilota automatico. L’umile palazzina della Virdrop&Co, unica sede della modesta cooperativa di cacciatori di cui Didi faceva parte, spiccava a stento nel quartiere industriale della città, mimetizzandosi tra il fumo di scarico delle fabbriche.

«Missione di terzo livello completata.» disse Didi al microfono all’ingresso.

«Missione di terzo livello: Arthur Plin, Spacciatore. Taglia prevista: 1000 Diga. Identità verificata, SIP riattivato. Percentuale taglia caricata. Buona serata.» rispose un’impersonale voce automatica.

«Speriamo sia buona.» bofonchiò Didi scendendo dal velivolo, il quale proseguì verso le celle di isolamento dove qualcuno si sarebbe preso cura del povero Plin.

Spiro era seduto su una sedia in maniera scomposta, poggiava i suoi stivali lerci sul tavolo della sala comune e stava fumando una sigaretta. Era un uomo non molto avvenente sulla quarantina, magro ed alto nella media, con un grande naso adunco, capelli foschi, occhi grigi e glaciali che lo rendevano arcigno.

«Ciao bambolina, già di ritorno a casa?» disse sarcastico rivolgendosi a Didi.

«Spiro noi ci mangiamo su quel tavolo. Tira giù da lì il tuo lerciume.»

«Se vuoi ci possiamo anche fare altro?»

«Quando la smetterai di essere così scontato? Didi ha fatto il suo questa sera. Lasciala stare per una volta.» intervenne Mina sopraggiungendo dal corridoio ed intenta ad osservare lo schermo.

La riga accanto al nome di Didi era verde ad indicare che il suo target giornaliero era stato raggiunto. Mina aveva sempre un’aura eterea e sensuale, il suo charme ed il suo essere così ipnotica erano fonti di invidia da parte dei colleghi. Indossava sempre vestiti lunghi e velati quando non era operativa. Didi osservò speranzosa il monitor.

«Ethan non è ancora tornato e non credo che lo farà presto.» disse Mina prendendo posto poco distante da Spiro.

«Linea nera. Livello 8. Non male il ragazzo. Potrebbe anche non tornare.» esclamò Spiro con la sua voce roca mentre Didi lo fulminò con lo sguardo. Poi proseguì: «Tanto non gli interessi, perdi il tuo tempo. Al bello e tenebroso piacciono le ragazze di classe.»

«Ammazzati.» rispose Didi a bassa voce.

«Sai che ho ragione. Ma ti fa troppo male ammetterlo.»

Didi sapeva che Spiro aveva ragione ma non poteva scegliere chi amare. Decise di non dargli corda e si avviò verso la sua stanza piccola e claustrofobica. I muri bianchi erano isolati termicamente ed acusticamente, il letto era lindo ed immacolato. Non vi era spazio per la creatività in un ostello per cacciatori e un appartamento privato costava troppo. Se lo sarebbe potuto permettere non molti anni prima, quando lavorava alla B&B, ma dopo l’incidente tutto era cambiato.

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Prefazione di “SKEGGIA 8 – Episodio I: I segreti dei Morigerati”

“Non ha ne capo ne coda.” diceva la mamma, ma per me un senso l’aveva

Didi vive nella mia fantasia da molti anni. Non immaginavo che un giorno avrei avuto il coraggio o la folle presunzione di trasformare quella che era solo una realtà vaga e confusa nella mia mente in una vera e propria storia. Mi piacerebbe che questo romanzo fosse solo il primo di una lunga serie di avventure, vorrei creare una storia che unisca il sentimento e l’adrenalina, come solo una corsa sospesa tra la vita e la morte può fare, regalando a chi mi legge una visione non convenzionale di un possibile futuro svincolato da qualsiasi razionalità. Giocare con l’impossibile, con l’odio, con l’amore e l’imprevisto. Tessere una storia che nella sua complessità sia unica e magnetica. Accettare la sfida di cimentarmi in un genere particolare come la fantascienza, non compreso da tutti e considerato sciocco ed infantile da tanti. Il dover creare un mondo reale solo nella mia immaginazione mi entusiasma, mi emoziona e mi fa essere un tutt’uno con la storia. Spero possa appassionare anche voi e portarvi anni luce avanti nel futuro tra corse, missioni ed inseguimenti in un pianeta lontano e pericoloso che vuole farsi conoscere.

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La Bella e la Bestia un film di Christophe Gans

Ad averne di bestie così 

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(Voto 5 su 10)

Da vedere? Nì

L’essere cresciuta guardando e sognando un amore grande come quello raccontato dalla Walt Disney nel suo film d’animazione, pesa molto sulla valutazione di questo film che a mio avviso manca di una trama credibile. Trovo inutile e futile allargare la famiglia di Belle, che da giovane lettrice e sognatrice figlia unigenita del povero Moris, si ritrova ad essere una pseudo cenerentola dedita ai lavori domestici, umile e operosa al punto da apparire fastidiosa. In quella che sembra la caricatura di un’altra fiaba Moris incontra la bestia e per Belle inizia la prigionia più bella di tutti i tempi: un castello onirico ed incantato, con servizi e vestiti stupefacenti. Per chi come me aspetta la grandiosa storia d’amore capace di sciogliere ogni maledizione rischia di restare deluso, solo pochi incontri e nessuna passione comune,  addirittura un importante amore nel passato, che rendono la bestia non un uomo malvagio che attraverso l’amore trova la redenzione ma un uomo sfortunato che ha semplicemente violato una promessa. Distrutta anche la poesia della rosa incantata e dell’urgenza del tempo. Ridicola la popolazione del castello, sostituta dai buffi canidi timidi e dall’esercito di statue giganti che nulla hanno a che vedere con Lumier ed i suoi amici del castello animato. Stupendi gli effetti speciali e i costumi di Belle. Meno azzeccato Vincent Cassel nel ruolo della Bestia che più che bello appare intrigante ed ambivalente, lati che non sono stati sfruttati nel film e che invece dipingono il principe maledetto come un uomo innamorato e di valore.

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Joy un film di David O. Russell

Inventare un sogno 

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( Voto 5 su 10)

Da vedere? Ni

Una bambina, un dono e il desiderio che questo suo talento le regali indipendenza e serenità.  Qualcosa tuttavia si spezza e crescendo Joy diventa quello che non avrebbe mai voluto essere, l’ombra della talentuosa inventrice che sognava di diventare. Madre divorziata, due figli e vittima di una stramba famiglia capace di gratificarla e mortificarla allo stesso tempo. Le basi per una bella fiaba moderna, una storia che vorrebbe raccontare  la tenacia di chi lotta per qualcosa in cui crede, capace di toccare chi porta un sogno impossibile nel cuore. I personaggi tuttavia restano distanti, accennati e privi di un’anima, un po’ come gli attori delle telenovelas che adora guardare la madre di Joy nel film. Le vicende scorrono lente e confuse e non viene dato risalto agli eventi importanti, senza contare che tra le righe il sogno di cui tanto si va parlando è banalmente fare quattrini. Surreale la presenza del secondogenito di Joy che appare e scompare come uno spettro, a tratti dimenticato dal regista dando un’idea fin troppo semplicistica  del ruolo di madre. L’epilogo resta discutibile e poco verosimile visto il mondo di sciacalli dipinto in tutta la vicenda. Vedere Bradley Cooper relegato ad un ruolo marginale e poco attivo mi è dispiaciuto e non ho apprezzato la scelta di non dare spazio al sentimento. I sogni hanno bisogno d’amore e le principesse per essere felci devono condividere il loro castello con qualcuno anche se sono in grado di salvarsi da sole.

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