

Improvvisamente gli esseri umani vengono infettati da uno strano morbo, il mal bianco, che causa una completa cecità in chi ne è colpito. L’autore immagina l’evolversi della vita di alcuni dei primi malati durante la quarantena forzata imposta dal governo. Il mal bianco di per sé non porta alla morte, ma lo fa l’incapacità di destreggiarsi nel mondo senza il senso più utilizzato dall’uomo, la vista. Una cecità generale che creerà panico e disorganizzazione, facendo venire meno anche le più basiche norme di cura della persona. Non mi dilungo oltre poiché l’opera di un autore noto come Saramago non necessità di tanti preamboli. Vi è una critica sferzante verso l’umanità e il sistema sociale al punto da depersonalizzare i protagonisti, non vengono usati nomi propri ma i personaggi sono indicati con aggettivi o con i mestieri che svolgevano prima del morbo. Uomini e donne con un passato ormai poco significante, senza identità. Una realtà estrema e selvaggia che nell’esasperazione delle vicende rivela l’egoismo umano, la deliberata crudeltà come l’innato senso di sopravvivenza di alcuni. Cecità è un romanzo originale e brillante, tuttavia non ho trovato altrettanto funzionale lo stile pesante e vetusto per un romanzo scritto nel 1995, troppo spesso inutilmente aulico e filosofico, dispersivo e ridondante. L’assenza inoltre di veri e propri dialoghi sfocia in un testo troppo fitto in cui si può facilmente perdere il filo.
