Riflessioni su “Il nome della rosa” di Umberto Eco

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Parlare dei classici è sempre insidioso, molti lo hanno già fatto prima, con competenze e conoscenze che io non ho. Tuttavia ci tengo a scrivere una mia riflessione. Ho avuto sin dal principio l’impressione che questo testo invece che accattivarsi il lettore come una meretrice da quattro soldi faccia esattamente l’opposto, cercando di scoraggiarne la lettura, come se non fosse cosa per tutti.  Prolisse, minuziose e ridondanti sono le descrizioni iniziali, le digressioni storiche e le citazioni latine, elementi che rendono per molti capitoli pesante e lenta la lettura, benché non sia mai priva di avvenimenti anche truculenti. Sicuramente il lavoro certosino di descrizione alla lunga immerge il lettore nelle cupe atmosfere medievali e lo premia poiché la lettura verso la fine si fa più fluida e ritmata. Direi si possa trattare di una sfida nella sfida, da un lato quella del lettore di non demordere nella lettura e dall’altro quella dei protagonisti nel cercare caparbiamente la tanto agognata risoluzione del mistero. Palese l’omaggio di Eco a Arthur Conan Doyle, a partire dalle origini del protagonista che altri non è che una versione medievale del brillante Sherlock. Discorso analogo per lo stile narrativo in seconda persona ad opera del novizio Adso, un pionieristico Watson. Guglielmo tuttavia pare avere solo una briciola dell’acume e dell’arroganza del celebre investigatore di Doyle: dopo l’iniziale e marginale intuizione sulla fuga del cavallo Brunello, si mostra infatti umile e tiene per sé le sue riflessioni, lasciando al lettore tanto a cui pensare. Ignoranza, brama di ricchezza e potere, superstizioni e intrighi popolano quello che dovrebbe essere un porto franco del peccato che invece appare come un vivissimo ricettacolo. Riflessione dopo riflessione, ci si addentra nel labirinto della conoscenza che appare sempre sfuggente; colpisce ad esempio l’omertà dello stesso Adso che parla d’amore senza poi alzare un dito per proteggerlo e lo stesso Guglielmo che per troppa prudenza risolve il mistero in palese ritardo rispetto all’atteso. Siamo di fronte a un colossale madala costruito nei decenni con sacrificio e patimento, che come un castello di sabbia si sgretola su sé stesso rapidamente, effimero come lo è l’esistenza stessa. 

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